Grandi Idilli

Leopardi, "A Silvia": testo e parafrasi

A cura di , Alessandro Cane

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Il celebre idillio leopardiano è composto a Recanati tra il 19 e il 20 aprile del 1828, e compare poi nei Canti a cura dell’editore Piatti di Firenze (1831). L'ultimo verso di ogni strofa è sempre un settenario in rima come uno dei versi precedenti. In questo componimento Leopardi rievoca una figura femminile del sua giovinezza, Silvia, morta prematuramente di tisi. Il poeta riflette quindi sull'inevitabile infelicità dell'uomo e sul crollo delle speranze. La giovane, con la sua precoce morte, diventa l'emblema della disillusione dell'età adulta.

Metro: Canzone di strofe libere, senza schema fisso. Anche lo schema rimico è libero; con l’unico elemento ricorrente del verso che chiude ogni strofe che è in rima con uno dei precedenti.

Silvia 1, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale 2,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi 3,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno 4,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte 5,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni 6 del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela 7.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno 8.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo 9 combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? Questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti 10: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

O Silvia, ti ricordi ancora
quel periodo della vita terrena,
quando la bellezza splendeva
nei tuoi occhi felici e furtivi
e tu, serena e riflessiva, ti avvicinavi
alla soglia della giovinezza?

Le stanze silenziose
e le vie circostanti risuonavano
per il tuo canto ininterrotto e spontaneo,
quando sedevi, dedita
ai lavori femminili, e assai felice
di quell’indeterminato futuro che avevi in mente.
Era il mese di maggio pieno di profumi primaverili:
tu eri solita trascorrere così le tue giornate.

Io abbandonando talvolta i miei
amati componimenti e i testi di studio su cui faticavo,
dove si spendeva la miglior parte
di me stesso e della mia adolescenza,
dai balconi della casa paterna
porgevo l’udito al suono della tua voce,
e a quello della mano che
scorreva veloce sulla tela.
Perdevo lo sguardo nel cielo sereno,
per le strade invase dal sole e per gli orti,
e di qui il mar che appare all’orizzonte, e quindi
gli Appennini. Il linguaggio umano non può esprimere
quel che allora io sentivo nel mio cuore.

Che pensieri delicati ed indecifrabili,
che speranze, che passioni, o Silvia mia!
Quanto felice ci appariva allora
la vita umana e il suo destino!
Quando mi torna in mente di tali fiduciose illusioni,
un moto dell’animo mi stringe
in modo acerbo e senza consolazione possibile,
e torno a soffrire per la mia sorte sventurata.
O natura, o natura,
perché non dai nell’età della maturità
ciò che hai promesso durante la giovinezza? Perché
inganni così tanto i figli tuoi?

Tu, tormentata e sconfitta da un male incurabile,
prima che l’inverno inaridisse i campi,
ti spegnevi, o tenerella. E non potevi così vedere
il fiore degli anni tuoi;
non ti addolciva il cuore
ora la lode dei tuoi capelli corvini
ora gli sguardi innamorati e pudici;
né con te le compagne nei giorni di festa
discutevano d’amore.

In modo simile periva di lì a poco
la mia dolce speranza: il destino ha negato
ai miei anni anche
la giovinezza.
Ah mia speranza fonte di lacrime,
cara compagna della mia gioventù,
come sei trascorsa!
È questo quel mondo che avevamo sperato?
Questi i piaceri, l’amore, le opere, gli accadimenti
di cui tanto discutemmo insieme?
Questa è la sorte dell’umanità?
Al disvelamento della verità
tu, misera, sei caduta: e con la tua mano
indicavi da lontano la fredda morte
e la tomba ignuda.

1 Nota la probabile identificazione della fanciulla con Teresa Fattorini, figlia di un cocchiere di casa Leopardi morta di tisi nel 1818, il cui nome poetico è tratto dall’Aminta di Torquato Tasso; alla figura rimanda anche un importante passo dello Zibaldone del giugno del 1828 in cui Leopardi descrive e trasfigura “una giovane dai sedici ai diciotto anni” che “ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec, un non so che di divino, che niente può agguagliare. [...] quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria di innocenza, di ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fiore della vita”.

2 vita mortale: l’incipit di A Silvia si apre esplicitamente sull’onda del ricordo malinconico, come indicato dalla scelta del verbo (v. 1 “rimembri”), dall’uso del vocativo con nome personale e dal ricorso, volutamente sfumato, del pronome determinativo (v. 2 “quel tempo”). La funzione del ricordo - cruciale per buona parte della poetica leopardiana - è sottolineata anche in un celebre passo dello Zibaldone del 14 dicembre 1828: “La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago”.

3 ridenti e fuggitivi: i due termini, quasi in endiadi come “lieta e pensosa” al v. 5, indicano sia la giovanile attesa della bellezza della vita sia la percezione, oscuramente percepita, della sofferenza che l’attende; di qui la speranza e il timore nello stesso sguardo. Il tutto contribuisce alla caratterizzazione psicologica assai puntuale della figura femminile.

4 La costruzione sintattica con la pausa dettata dalla virgola al verso 7 e la scansione tra lo spazio interno (“le quiete | stanze”) e quello esterno (“le vie dintorno”) quasi riproduce la propagazione ad eco del canto della fanciulla.

5 Tra gli “studi leggiadri” e le “sudate carte” è forse ravvisabile la distinzione tra la passione leopardiana per la poesia e gli studi di erudizione su cui Leopardi stesso spende la propria adolescenza. Da notare la figura retorica del chiasmo “studi leggiadri - sudate carte”.

6 veroni: aulicismo per “balconi”.

7 Nell’immagine di Silvia intenta a lavori di cucito si noti la figura retorica della metonimia, che sostituisce all’effetto (il suono) la sua causa (appunto, la “man veloce”).

8 Più che un’effettivo sentimento d’amore, Leopardi intende qui la compartecipazione di una stessa situazione esistenziale, quella appunto della giovinezza speranzosa e serena, non ancora turbata dalle sofferenze e dalle inquietudini della vita.

9 chiuso morbo: la tisi, o “mal sottile”.

10 Il soggetto della frase è la “speranza mia dolce” del v. 50; alla figura di Silvia si sovrappone dunque, nell’amarissimo finale, la speranza stessa, che indica la tomba come destino comune dell’umanità. “L’apparir del vero” (v. 60) è insomma il crollo delle illusioni nutrite in gioventù, e che le sofferenze della vita adulta hanno smontato pezzo per pezzo.

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