Storia antica

La guerra civile tra Cesare e Pompeo: dal Rubicone alle Idi di marzo

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La guerra civile: dalla morte di Crasso alla congiura contro Cesare

In seguito alla morte di Crasso a Carre (53 a.C.), i rapporti tra i due triumviri superstiti, Cesare e Pompeo, peggiorano velocemente. A Roma si moltiplicano gli scontri tra bande rivali e nel 52 a.C. Milone, uomo di fiducia di Pompeo, uccide in un agguato Clodio, luogotenente di Cesare, inasprendo ulteriormente la situazione. Cesare si trova ancora in Gallia, ma il mandato sta per finire e il generale vittorioso vorrebbe aspettare il 48 per tornare a Roma, sperando in una vittoria al consolato e nella conseguente immunità connessa a quella carica politica. Ma il Senato (a cui nel frattempo Pompeo si era avvicinato) pretende che Cesare torni a Roma da privato cittadino per presentare la propria candidatura. Cesare intuisce l’inganno: tornando a Roma disarmato e senza immunità può facilmente essere arrestato e messo politicamente fuori gioco. Di fronte alle richieste sempre più incalzanti del Senato, Cesare accetta di tornare nella capitale senza le proprie truppe, però alla condizione che anche il rivale sciolga l’esercito posto sotto il suo comando. Di fronte al rifiuto del senato e all’ennesimo ultimatum, Cesare nel 49 a.C. decide di varcare in armi il fiume Rubicone 1: in questa occasione Cesare avrebbe pronunciato la celebre frase “Alea iacta est (cioè: “Il dado è tratto”) per indicare che la decisione ormai era stata presa e non restava che attenderne le conseguenze.

Alla notizia dell’attacco di Cesare, il Senato e Pompeo, invece di organizzare una qualche forma di resistenza, preferiscono darsi alla fuga. La decisione non è strategicamente ben calibrata: le forze di Pompeo sono infatti numericamente superiori a quelle cesariane, e l’allontanamento dalla capitale dà modo a Cesare di arruolare nuovi uomini e aumentare i suoi effettivi. In ogni caso, la maggior parte del Senato (tra cui il retore Cicerone) segue senza esitazione il generale in fuga a Brindisi, per poi raggiungere da lì la Grecia: sono pochi i senatori che accolgono Cesare al suo ingresso a Roma. Dopo alcuni sanguinosi scontri in Spagna e presso la città di Marsiglia, Cesare sbarca in Grecia. Lo scontro campale avviene a Farsalo, in Tessaglia nel 48 a.C. I generali di Pompeo sono così sicuri della vittoria che, ancor prima della battaglia, si spartiscono le cariche politiche di cui avrebbero goduto in seguito; ma i soldati di Cesare, pur stremati dalla fatica e inferiori di numero, trionfano sulle truppe del senato. Ancor prima che l’esito della battaglia sia certo, Pompeo fugge in Egitto, dove regna il giovane Tolomeo XIII: suo padre, Tolomeo XII Aulete, era stato aiutato da Pompeo a mantenere il trono, quindi il generale sconfitto si aspetta di trovare aiuto e sostegno contro Cesare. Ma i consiglieri di Tolomeo (in particolar modo il perfido Achilla) consigliano al giovane re di passare dalla parte del vincitore: Pompeo viene attratto con l’inganno su una barca senza i suoi soldati e qui è ucciso a tradimento. La sua testa, imbalsamata, viene portata a Cesare su un piatto d’argento come macabro trofeo di benvenuto. Si dice che il generale, alla vista della testa mozzata del genero, si sia messo a piangere, ma forse questo episodio fa parte dell’abile autopropaganda montata da Cesare stesso - la stessa che implicitamente attraversa le pagine del De bello gallico - per diffondere la propria fama di uomo clemente, incapace di portare rancore anche verso il suo più acerrimo nemico.

Il tradimento di Tolomeo non è l’unico episodio che riguarda il giovane re:  ad Alessandria d’Egitto, capitale del regno di Tolomeo, è infatti in corso una guerra civile tra lo stesso Tolomeo e sua sorella Cleopatra, che si rifiuta di sposare il fratello. Cesare, invaghitosi della giovane (e, secondo la leggenda, bellissima) regina, promette di aiutarla, ma Tolomeo, sempre su suggerimento del prefetto Achilla, attacca a tradimento le truppe romane. I soldati di Cesare hanno la meglio, ma negli scontri prende fuoco una parte della città e l’antica biblioteca di Alessandria viene distrutta.
Dopo aver preso posto Cleopatra sul trono d’Egitto, Cesare può riprendere la guerra contro i pompeiani, ora passati sotto il comando di Marco Porcio Catone, un senatore seguace della filosofia stoica e famoso per la sua integrità morale 2: nella battaglia di Tapso del 46 a.C. i pompeiani vengono nuovamente sconfitti e Catone si suicida a Utica per non arrendere ai soldati di Cesare, passando appunto alla storia con l’appellativo di Catone l’Uticense. Sconfitti definitivamente i pompeiani superstiti a Munda, in Spagna, nel 45 a.C., Giulio Cesare torna in trionfo a Roma dove si fa nominare dittatore a vita. Ormai senza rivali, Cesare dà avvio ad un processo di riforme che avrebbero portato a una diminuzione del potere del Senato a favore delle assemblee popolari. Lui stesso riveste inoltre diverse cariche pubbliche, accumulando su di sé molto potere.  Cesare non si fa mai proclamare re, ma si tratta chiaramente solo di una formalità e di un’abile mossa politica, poiché il dittatore sa che a Roma, in seguito alla leggendaria cacciata di Tarquinio il Superbo, ultimo sovrano di Roma, la cittadinanza aveva giurato che non si sarebbe mai più tornati alla forma di governo monarchica, e che tutti i tentativi che spingevano in questa direzione erano sempre stati repressi nel sangue.

Anche in questo caso la reazione nobiliare non si fa attendere: un gruppo di senatori ordisce una congiura ai suoi danni come tentativo estremo di restaurare gli ordinamenti della Repubblica. Fanno parte dei congiurati il retore Cicerone, Cassio 3  e Bruto, figlio adottivo di Cesare 4 e discendente di quel Bruto che nel 510 a.C. aveva cacciato i Tarquini da Roma.  Alle Idi di marzo (il 15 marzo del 44 a.C.), prima dell’inizio di una seduta del senato volta a deliberare la partenza di una spedizione militare contro i Parti, Cesare viene accerchiato dai congiurati e ucciso da ventitré pugnalate proprio sotto la statua del rivale Pompeo. Tuttavia, il processo di trasformazione delle istituzioni repubblicane romane nella forma monarchica è ormai un dato di fatto: dopo la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio essa verrà istituzionalizzata nella nascita dell’Impero romano.


Fonti letterarie

Gli eventi convulsi e sanguinosi che portarono alla fine della Repubblica romana rimasero impressi a fondo nella coscienza collettiva europea 5, tanto che il nome di Cesare divenne automaticamente sinonimo di regalità: ancora agli inizi del ventesimo secolo l’imperatore di Germania si faceva chiamare Kaiser (appunto “Cesare” in tedesco) e il sovrano della Russia T’sar o C’sar, che altro non sono che le forme “russizzate” di Caesar. Questa fama millenaria è dovuto anche all’importanza delle fonti letterarie che hanno creato e costruito il mito di Cesare come una della figure-chiave della storia antica.

L’opera storica che descrive in maniera più completa la guerra con il Senato e con Pompeo è il De bello civili (noto anche come Commentarii de bello civili), composto dallo stesso Cesare per fini propagandistici. Il libro, pubblicato postumo e strutturalmente simile al più noto De bello gallico, dà ovviamente una versione dei fatti del tutto favorevole a Cesare: in esso, infatti, si spiega che il dittatore è stato costretto alla guerra dai suoi nemici, avidi e sicuri di una rapida vittoria sull’avversario. Nel De bello civili Cesare appare inoltre sempre un condottiero clemente, costretto suo malgrado a ricorrere alla violenza contro tanti concittadini; per contro, i suoi nemici risultano sempre crudeli e assetati di sangue, e non si preoccupano di eliminare a sangue freddo i cesariani.

Di altro tenore ed impostazione sono le opere di Cicerone. Lei numerose orazioni di natura politica, infatti, rivelano fondamentali dettagli sulla vita politica del tempo. Possiamo citare come esempio tutte quelle orazioni composte direttamente o indirettamente contro Clodio, luogotenente di Cesare a Roma e rivale personale di Cicerone) e la Pro Milone, orazione in difesa dell’alleato e amico di Pompeo accusato dell’omicidio dello stesso Clodio (nonostante l’impegno di Cicerone il processo finirà però con la condanna all’esilio per l’imputato). Inoltre, costituisce una fonte storiografica e letteraria molto importante  acne l’epistolario personale di Cicerone, in cui moltissime lettere, impreziosite dalle riflessioni personali dell’autore, trattano della situazione politica di Roma.

Lo storico e filosofo greco Plutarco di Cheronea ci ha poi lasciato un’importante biografia di Cesare, in cui vengono messi in luce, in forma spesso aneddotica, aspetti positivi e negativi della sua personalità. A Roma, invece, sotto l’imperatore Nerone il poeta Lucano scrisse un poema epico-storico dedicato alla guerra civile (la Pharsalia, dal nome della battaglia di Farsalo, o Bellum civile). Lucano, da repubblicano, ritrae un Cesare del tutto in contrasto con la fama di clemenza che il dittatore aveva cercato di costruirsi in vita. Cesare appare infatti come un uomo demoniaco, crudele e opportunista, che gode alla vista del sangue dei suoi concittadini. Famosa la scena in cui Cesare si diverte a osservare i cadaveri straziati dei senatori uccisi nella battaglia di Farsalo o quella sul suo pianto simulato di fronte alla testa mummificata del genero Pompeo.


Cronologia

52 a.C: Milone, uomo di fiducia di Pompeo, uccide durante uno scontro in strada Clodio, luogotenente di Cesare a Roma. L’evento provoca scompiglio in città e nel processo che ne segue il retore Cicerone non riesce a evitare l’esilio di Milone.

49 a.C: Cesare vuole candidarsi per il consolato, ma il Senato e Pompeo impongono al generale di tornare a Roma disarmato per presentare la candidatura. Cesare rifiuta e varca il Rubicone con il suo esercito. Pompeo e il Senato fuggono in Grecia.

48 a.C: Battaglia di Farsalo. Pompeo viene sconfitto, fugge in Egitto dove viene ucciso a tradimento da re Tolomeo XIII.

46 a.C: Battaglia di Tapso. Cesare vince sui pompeiani in Africa. Il generale Catone si suicida a Utica per non arrendersi a Cesare.

45 a.C: Battaglia di Munda. Le ultime truppe pompeiane, guidate da Gneo Pompeo, figlio di Pompeo, vengono sconfitte in Spagna. Cesare torna a Roma in trionfo e si fa nominare dittatore a vita.

15 marzo 44 a.C: Durante le Idi di marzo Cesare viene ucciso in Senato da una congiura ordita da Bruto e Cassio.

1 Il torrente Rubicone, che scorre nell’attuale zona di Forlì e Cesena, era secondo la riforma di Silla il limite lungo il quale si trovava il Pomerium, ovvero il confine legale e sacrale della città di Roma, che non poteva essere varcato da nessun uomo armato.

2 Come tale verrà appunto collocato da Dante Alighieri a guardia della spiaggia del Purgatorio nel primo Canto dell’omonima cantica della Divina Commedia. Catone l’Uticense, nella lettura dantesca, è appunto un simbolo della libertà contro le mire dittatoriali di Cesare.

3 Bruto e Cassio, passati alla storia come i due “cesaricidi”, saranno ricordati da Dante nel trentaquattresimo canto dell’Inferno come i traditori per eccellenza assieme a Giuda Iscariota e per questo condannati per l’eternità ad essere masticati senza pace da Lucifero stesso.

4 Secondo Svetonio e Cassio Dione, in questa circostanza Cesare avrebbe proferito una delle frasi per cui è celebre, ovvero: “Tu quoque, Brute, fili mi!” (traduzione: “Anche tu, Bruto, figlio mio!”).

5 Basti pensare anche al Julius Caesar di William Shakespeare del 1599, che compone la sua tragedia basandosi sulla ricostruzione degli eventi da parte di Plutarco nelle Vite parallele attraverso la traduzione inglese di Sir Thomas North.

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