I Promessi Sposi

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Azzeccagarbugli ne "I Promessi Sposi" di Manzoni: commento critico

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Il capitolo terzo de I Promessi Sposi si apre con la confessione di Lucia del tentativo di seduzione da parte di don Rodrigo che, rifiutato, si vendica intromettendosi nell'imminente matrimonio con Renzo. Quest'ultimo, su consiglio di Agnese e placando provvisoriamente i propri impulsi di vendetta, si reca a Lecco dall'arcinoto Azzeccagarbugli, un avvocato - in realtà, un esponente emblematico dei legulei secenteschi e delle condizioni in cui versa la giustizia del secolo... - che dovrebbe difenderlo dal torto subito. Nasce invece un equivoco tra i due personaggi, e l’Azzeccagarbugli pensa che Renzo sia in realtà un bravo. Quando il giovane riesce a spiegare la situazione, l’avvocato, codardo, per non sfidare un potente e incorrere nelle sue ire si rifiuta di aiutarlo. Renzo, così, è costretto a tornare nel paese da Lucia e Agnese. L’avvocato si connota, come don Abbondio del resto, come un personaggio che sceglie di stare dalla parte del potente, per evitare le conseguenze di una sua possibile opposizione.

La videolezione analizza le tecniche descrittive adottate per presentarci questo personaggio mediocre e meschino, sviluppando parallelamente le osservazioni del narratore (e di Manzoni) sul valore delle leggi (o meglio, delle "grida") e sulla funzione delle parole per cercare (o nascondere) la verità. Manzoni fa una scelta precisa di sostantivi, aggettivi e avverbi nella descrizione dello studio dell’avvocato, per sottolineare l’aspetto di disfacimento del luogo, degli oggetti della stanza e dell’avvocato stesso.

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In questa presentazione parleremo del capitolo III de I Promessi Sposi e ci concentreremo in particolare sulla figura emblematica del dottor Azzeccagarbugli.


Questo capitolo è un capitolo di andate e venute che trovano però tutte il loro punto di riferimento, il loro centro in uno stesso luogo: la casa di Agnese e Lucia. Da qui infatti parte Renzo per andare a Lecco dal dottore Azzeccagarbugli, qui nel frattempo arriva Fra Galdino e qui torna Renzo da Lecco per riferire del colloquio con il dottore per poi tornarsene a casa propria. Proprio in una di queste andate si colloca uno degli episodi rimasti più celebri di questo capitolo, ovvero quello dei capponi di Renzo: questi capponi non sono altro che dei pennuti che, su suggerimento di Agnese, Renzo porta al dottore Azzeccagarbugli come dono per ottenerne il favore; nella descrizione fattane dal narratore, questi quattro capponi sono diventati il simbolo di vittime impotenti in balia delle passioni di qualcuno più forte di loro e che, invece di aiutarsi nella sventura vicendevolmente, non fanno che beccarsi l’un l’altra, combattersi. Questo capitolo si apre sul nome di Lucia che è un personaggio al vertice degli interessi tanto di Renzo, il suo promesso sposo, quanto di Agnese che è la madre di Lucia. Le relazioni tra questi tre personaggi sono immediatamente chiare proprio se si osserva l’avvio del capitolo III in cui, per la prima volta nel romanzo, i tre personaggi si ritrovano insieme in una stessa stanza. All’avvio di questo capitolo Lucia entra in una stanza e interrompe uno scambio di notizie tra Renzo e Agnese. Nel momento in cui questi due personaggi si accorgono dell’arrivo di Lucia, si voltano in contemporanea a guardarla, aspettando da lei uno “schiarimento”, ovvero una spiegazione che desse un senso a tutti gli avvenimenti accaduti fino a quel momento. Nello sguardo che Renzo e Agnese rivolgono a Lucia si mescolano sentimenti diversi: il dolore per gli ultimi avvenimenti successi, l’amore che entrambi le portano, ma anche un cruccio, un dispiacere perché la tanto amata Lucia ha nascosto a entrambi delle notizie molto importanti e con conseguenze notevoli come il rinvio del matrimonio.
Anche Lucia dunque, come l’altro personaggio (Don Abbondio) nei primi due capitoli del romanzo, è implicata in una sorta di dinamica del silenzio e di un segreto da rivelare. Non a caso anche Lucia, nel capitolo III, fa il gesto di mettersi il dito davanti alla bocca per chiedere silenzio, che era il gesto compiuto da Don Abbondio a chiusura del primo capitolo, dopo l’incontro con i bravi. Tuttavia la gestione della dinamica del silenzio e della rivelazione dei segreti da parte di Lucia e di Don Abbondio è molto diversa: innanzitutto il silenzio di Lucia è un silenzio per motivi “giusti e puri”, come si dice nel capitolo II, ed è un silenzio che si scioglie in verità ben presto, una verità raccontata non solo a Renzo e Agnese, come abbiamo visto all’inizio del capitolo III, ma che sapremo raccontata ancora prima a Fra Cristoforo in un momento sacro, quello della confessione.
Il silenzio di Don Abbondio è invece un silenzio motivato dalla paura delle minacce dei bravi ed è un silenzio che prima di arrivare a sciogliersi in verità, si tramuta in una sorta di imbroglio di parole, attuata con quello che Renzo chiamerà il “latinorum” di Don Abbondio, quindi con parole di una lingua estranea che un personaggio illetterato come Renzo non è in grado di capire. Questo atteggiamento di Don Abbondio sarà analogo a quello che avrà un altro personaggio di questo capitolo del romanzo, ovvero il dottor Azzeccargabugli: è un avvocato e quindi anche lui, come don Abbondio, è in grado di usare parole che un illetterato non può capire, parole delle leggi in questo caso, per rovesciare la realtà, per confondere le acque. Anche Azzeccagarbugli, come Don Abbondio, non appena sentirà del coinvolgimento di Don Rodrigo nella storia, si tirerà indietro e cercherà il silenzio, cercherà di troncare qualsiasi tipo di discorso, per un sentimento di paura mista a servilismo nei confronti dei potenti.

 

Azzeccagarbugli è una figura tutto sommato marginale nell’economia del romanzo, ma certamente emblematica. La prima cosa che possiamo osservare di questo personaggio è che viene citato nel romanzo sempre attraverso il suo soprannome, Azzeccagarbugli, e mai attraverso il nome; questo non per una reticenza dell’anonimo, ovviamente nella finzione del narratore come sarà invece il caso del personaggio dell’Innominato, ma per il fatto che di Azzeccagarbugli non si conosce più il nome vero, tutti lo chiamano solo con il suo soprannome. Azzeccagarbugli è quindi un personaggio costruito sulla sua fama, sull’opinione che riesce a dare agli altri, su un’apparenza formale al di sotto della quale la verità è dubbia o comunque misconosciuta. Non a caso questo personaggio, prima di entrare in azione all’interno del romanzo, viene introdotto dal narratore attraverso due presentazioni indirette. La prima è di Agnese e la seconda si realizza attraverso la descrizione dell’ambiente in cui Azzeccagarbugli si muove, ovvero il suo studio. Queste due presentazioni indirette sono accomunate dal fatto di essere organizzate secondo una logica binaria, cioè di alternare da una parte elementi che rimandano a una grandezza del personaggio e dall’altra elementi invece che sono indizio di una sua decadenza, di un suo degrado tanto fisico quanto morale.

 

La prima: Agnese nomina il personaggio di Azzeccagarbugli dopo aver ascoltato il racconto di Lucia a proposito della scommessa tra Don Rodrigo e il cugino Attilio, ma anche dopo aver ascoltato il racconto di Renzo a proposito del "latinorum" di Don Abbondio, quindi nel momento in cui ci si rende conto che i promessi sposi non possono aspettarsi nessun aiuto dal rappresentante del clero, dal curato. A questo punto, dunque, con la saggezza popolare che gli deriva da un’età ormai matura, Agnese consiglia a Renzo e Lucida di rivolgersi a un rappresentante della legge, a un avvocato: il dottor Azzeccagarbugli. Nelle parole di Agnese, Azzeccagarbugli è descritto come un uomo colto, un uomo che ha studiato, un uomo che è in grado di trovare il bandolo anche nelle matasse più imbrogliate e insomma un uomo, come dice Agnese, che è una “cima d’uomo”. Di contro a questi elementi apparentemente positivi, la descrizione che Agnese invece fa dei tratti somatici del dottore è una descrizione bassa, ben poco lusinghiera infatti il dottore è “alto, asciutto, pelato col naso rosso e una voglia di lampone sulla guancia”. Tra l’altro questo particolare del naso rosso ci fa pensare che il dottore possa essere dedito ai piaceri del bere, cosa che in effetti si confermerà più avanti nel capitolo V del romanzo, quando ritroveremo l’Azzeccagarbugli alla tavola di Don Rodrigo, con il naso più rubicondo del solito, a decantare la qualità dei vini che si bevono a quella tavola. Lo studio del dottore Azzeccagarbugli viene descritto con la stessa logica della sua fame quindi alternando segni di grandezza e di decadenza. Lo studio è uno stanzone, appesi alle pareti ci sono i ritratti di dodici Cesari, un grande scaffale, una tavola piena di carte, un seggiolone decorato secondo il più puro gusto del seicento, ma di contro i libri sono vecchi e polverosi, le decorazioni della sedia sono ormai usurate e il dottore è vestito di una toga consunta che gli era servito negli anni addietro per dibattere cause di importanza, ma che ormai è sostanzialmente la sua veste da camera.

 

Questo divario tra un’apparenza di grandezza e una realtà di degradazione, decadenza fisica e morale, lo ritroviamo poi nell’agire dell’Azzeccagarbugli che, essendo lui un avvocato, è un agire che si compie tramite le parole. Quando Renzo, dopo aver superato una sorta di timidezza, la timidezza dell’illetterato di fronte alla persona che ha studiato, riesce finalmente a dire il motivo per cui è lì, cioè “Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale”, il dottore risponde “Ho capito, ho capito”. Il narratore ci avverte subito che la realtà è ben diversa e il dottore non ha capito assolutamente niente di quello che gli ha detto Renzo. Più avanti nel capitolo si capirà infatti che Azzeccagarbugli è un avvocato corrotto, asservito al potere ed è più abituato a difendere i colpevoli che gli innocenti. Dà quasi per scontato che anche Renzo sia un malfattore, un bravo, e cerchi di scamparsela da una delle sue malefatte. Non pensa neanche lontanamente che Renzo sia una vittima giunta da lui a cercare giustizia. Azzeccagarbugli costruisce quindi tutta una serie di discorsi, di castelli in aria, che sono basati sull’interpretazione alla rovescia della realtà. Per costruire questi discorsi, Azzeccagarbugli si serve tra l’altro di citazioni dalle "grida", cioè dalle leggi dell’epoca, quelle stesse leggi che il lettore ha già incontrato nel primo capitolo del romanzo. In quel primo capitolo le grida erano tuttavia citate dal narratore e servivano, in primo luogo, come documenti autentici per attestare il vero su cui poggia il romanzo storico e, in secondo luogo, per dare il senso della giustizia dell’epoca, una giustizia che continua a produrre leggi per la sostanziale incapacità e impotenza di applicarle. In questo capitolo, invece, le grida sono messe in bocca a un personaggio, e non più al narratore, e diventano una sorta di strumento alla rovescia: invece che a difendere degli innocenti servono di fatto a difendere i colpevoli. Come dice lo stesso Azzeccagarbugli “[…] a saper bene maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”. Ci vuole una notevole capacità per piegare le leggi al loro fine contrario e in effetti Azzeccagarbugli è un grande artista della parola. Renzo, dice il narratore, rimanere incantato dall’arte di parolaio di Azzeccagarbugli ed è “come un materialone [che] sulla piazza [sta] guardando al giocator di bussolotti”, ovvero il giocatore di prestigio ed è da notare che questa stessa metafora del giocatore di bussolotti tornerà più avanti nel romanzo a definire un altro personaggio molto negativo, ovvero il Principe Padre, il responsabile della monacazione forzata di Gertrude, la monaca di Monza.

 

A un certo punto, però, Renzo si rende conto dell’equivoco in cui è caduto il dottore Azzeccagarbugli e cerca di interromperlo per spiegargli che, per dirla con le sue parole, l’ha intesa “proprio tutta al rovescio”. Qui è da notare la sapienza linguista del Manzoni nel costruire la lingua popolare sgrammaticata di Renzo, in contrapposizione a quella retoricamente ornata dell’Azzeccagarbugli. Non appena Renzo riesce a raccontare dell’ingiustizia subita e a tirare in ballo Don Rodrigo, Azzeccagarbugli tronca qualsiasi tipo di discorso, fa proprio il gesto di lavarsi le mani di questo problema e mette letteralmente alla porta Renzo, ridandogli indietro anche il dono dei quattro capponi. Al povero Renzo non rimane che tornarsene a casa, al paesello a riferire a Lucia e Agnese del triste esito della sua spedizione e gettare con non curanza su un tavolo i quattro capponi, le quattro vittime rifiutate da Azzeccagarbugli, così come del resto lui stesso e Lucia erano diventate vittime rifiutate sia dal rappresentante della legge, Azzeccagarbugli, sia ancora prima dal curato, Don Abbondio.

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