Decameron

Boccaccio, "Cisti fornaio": riassunto e commento

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Introduzione

Cisti fornaio è la seconda novella della sesta giornata del Decameron, il cui tema è quello dell’arte della parola (e la cui regina è Elissa). La novella è raccontata da Pampinea, che introduce la storia con un breve discorso, di natura moraleggiante, sulla Fortuna e la Natura: spesso accade che queste dotino uomini di condizioni umili di un’anima nobile e virtuosa. La novella, oltre a sottolineare il tema boccacciano dell'intelligenza (e di come attraverso un "motto" ben riuscito si possa superare un'iniziale situazione di difficoltà e anche superare momentaneamente le differenze sociali), è anche assai indicativa per la capacità dell'autore di condensare in brevi scenette narrative la variegata realtà della sua epoca.

Riassunto

Il protagonista della novella è Cisti, un umile fornaio fiorentino. Ogni giorno il protagonista nota passare davanti alla propria bottega il nobile Geri Spina e gli ambasciatori del papa Bonifacio, che discutono di importanti affari diplomatici passeggiando vicino alla chiesa di Santa Maria degli Ughi a Firenze. La circostanza storica (e quindi basata su fatti reali) passa presto in secondo piano, lasciando spazio all'invenzione narrativa. Cisti vorrebbe offrire il suo migliore vino bianco ai tre uomini, per aiutarli a combattere il gran caldo; ma, a causa della sua condizione sociale, non osa invitarli. Fa quindi in modo che Geri Spina si inviti da solo, sedendosi ogni giorno davanti alla propria bottega a gustare il vino (e, come ci spiega, Boccaccio: “cominciava a ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatto venir voglia a’ morti”).

Attirato dalla scena, il terzo giorno il nobile si avvicina e chiede al fornaio di fargli assaggiare il pregiato nettare. Ne rimane così colpito che decide di organizzare un banchetto con alcuni nobili della città, per farglielo gustare. Viene quindi mandato un servo a prendere il vino da Cisti. Il servo, che vorrebbe avere un po’ di vino anche per sé, arriva dal fornaio con un grande fiasco. Cisti, tuttavia, si rifiuta di dare il vino in quanto un contenitore così grande non va bene per un tale vino, ma solo per l’acqua dell’Arno. Il servo riferisce la risposta a Geri, che lo invia nuovamente con un nuovo fiasco di dimensioni minori, che il fornaio riempie. In seguito Cisti spiega al nobile di aver dato tale risposta dicendo che quel vino così buono non era degno di essere bevuto dai servi; infine regala tutto il vino a Geri:

Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m’avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co’ miei piccoli orcioletti v’ho dimostrato, ciò questo non sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d’esservene più guardiano tutto ve l’ho fatto venire: fatene per innanzi come vi piace.

L'umile fornaio viene così ricompensato dal nobile, e ne guadagna l'amicizia.

Il "motto" e la società di classe

In questa novella Boccaccio esalta la virtù umana dell’intelligenza, grazie a cui i personaggi, anche di condizioni umili, emergono grazie alla loro arguzia, annullando almeno per un istante le distanze tra i ceti sociali. La nobiltà d’animo e lo spirito pronto di Cisti (che offre il vino ai nobili e non si fa ingannare dal servo) sono le due qualità che permettono al fornaio di confrontarsi da pari con il nobile Geri Spina, nonostante le sue umili origini. L'incisività della battuta di Cisti ("Ad Arno" risponde al servo che gli ha portato il fiasco di grandi dimensioni...) stabilisce un piano di parità, fondato sulla prontezza di spirito, tra il fornaio e il nobile, cui "s'apersero gli occhi dello 'ntelletto".

Ma non si tratta di un sovvertimento dell’ordine sociale, in quanto la distanza tra i due personaggi rimane, e non vengono mai abbattute le distinzioni di classe: Geri rimane nobile e Cisti un fornaio. Ed è qui evidente il tema introdotto da Pampinea all’inzio del racconto, come la Fortuna e la Natura intervengano sulla vita degli uomini:

io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d’anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d’altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio.

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