TESTO
Boccaccio, "Frate Cipolla": riassunto e commento della novella
Nel racconto, tenuto da Dioneo, il prete si reca a Certaldo, come capita una volta l’anno, per raccogliere le offerte dei devoti, e dichiara ai fedeli che questa volta mostrerà loro un’importantissima reliquia: una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele. Udita questa solenne dichiarazione, due certaldesi amici del frate, Biagio Pizzini e Giovanni del Bragoniera, decidono di fare uno scherzo salace al prete e si dirigono verso il suo alloggio. Approfittando dell’assenza del frate e dell’inettitudine del suo servitore Guccio Imbratta (addetto a sorvegliare la reliquia, ma in realtà indaffarato nel correre dietro alle sottane di una cuoca...), i due bricconi s’introducono nella stanza di frate Cipolla. Trovata la preziosa scatola contenente l’angelica piuma, che si rivela appartenere ad un pappagallo, decidono di sostituirla con dei carboni.
E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Ierusalem. Il quale, per reverenzia dell’abito che io ho sempre portato del baron messer Santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante. Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a San Francesco, e una dell’unghie de’ Gherubini, e una delle coste del Verbum-caro-fatti-alle-finestre e de’ vestimenti della santa Fé cattolica, e alquanti de’ raggi della stella che apparve a’ tre Magi in Oriente, e una ampolla del sudore di San Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di San Lazzero e altre. E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d’alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie: e donommi uno de’ denti della Santa Croce e in una ampoletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’agnol Gabriello, della quale già detto v’ho, e l’un de’ zoccoli di San Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de’ carboni co’ quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte.
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