Letteratura latina

Sallustio, proemio de “La congiura di Catilina” (1-4): traduzione

A cura di

95565 visite

1 domande

Introduzione

 

L’introduzione del De Catilinae coniuratione (capitoli 1-4) serve all’autore per spiegare le motivazioni che lo hanno portato a comporre un’opera di natura storica. La questione non è affatto di natura secondaria: all’epoca di Sallustio le attività intellettuali - come appunto la storia - sono ancora viste con sospetto, come un qualcosa che non deve intralciare la vita politica, ovvero l’unico ambito in cui l’uomo può trovare la sua più nobile e concreta realizzazione. Gli studi filosofici o poetici possono andar bene essere accettati come “attività del tempo libero” (otium) o per ottenere una preparazione umana atta alla formazione di un buon uomo politico (come in Cicerone), ma in sé e per sé non hanno valore per il civis romanus. Per questo stesso motivo, viene criticata la filosofia epicurea, che predica l’assoluta estraneità dalla vita politica 1, ed anche i poetae novi (tra cui si trovava anche Catullo) che si caratterizzano per un generico disinteresse per la vita attiva (negotium), inn favore dei valori dell’arte e dell’amore.

La scelta di dedicarsi alla storiografia ha però anche una matrice autobiografica: Sallustio dopo aver realizzato con l’aiuto di Cesare una brillante carriera politica, che era culminata nel 46 a.C. con la nomina a governatore della neonata provincia di Africa Nova, tornato in Italia. Alla fine del mandato subisce però una accusa di concussione 2, da cui si salva probabilmente solo grazie all’intervento dello stesso Cesare. Ma dopo questo processo è costretto a ritirarsi a vita privata, e decide quindi di dedicarsi alla stesura delle sue opere storiche. Per questo motivo Sallustio, scrivendo il proemio della sua prima opera monografica, si sente spinto dal duplice intento di giustificare il proprio ritiro dalla vita pubblica e di nobilitare il proprio operato, che come abbiamo visto non doveva essere stato al di sopra di tutte le critiche.

Se i capitoli 1-2 del proemio sviluppano il tema dell’importanza dell’otium letterario e della capacità della storiografia di eternare il nome degli uomini, i capitoli 3-4 sono quelli più propriamente autobiografici. Da buon romano Sallustio ammette che compiere imprese è meglio che descriverle, ma pur ponendo in secondo piano l’attività dello storico, spiega comunque le difficoltà che accompagnano questo lavoro, sottolineando il fatto che non sia per lui disdicevole dedicarsi a un’opera tanto importante. Quanto alla sua vita, Sallustio, non potendo tacere del tutto le proprie disavventure politiche, le attribuisce alla corruzione dei tempi a cui lui, da giovane, non era riuscito a far fronte. La nobilitazione di sé viene evidenziata proprio dall’otium forzato: Sallustio ha scelto volontariamente di dedicarsi alla storia, sobbarcandosi tutte quelle difficoltà di cui aveva parlato in precedenza. Fatte queste precisazioni, l’autore può finalmente dare avvio alla sua opera, che si apre con una celebre descrizione di Catilina(capitolo 5).  

 

Testo

 

[1] Omnis 3 homines, qui sese student praestare ceteris animalibus 4, summa ope niti 5 decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit 6. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi imperio, corporis servitio magis utimur 7; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est. Quo 8 mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa, qua fruimur, brevis est, memoriam nostri quam maxume longam efficere 9. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur 10. Sed diu magnum inter mortalis 11 certamen fuit, vine corporis an virtute animi res militaris magis procederet. Nam et, prius quam incipias, consulto et, ubi consulueris, mature facto opus est. Ita utrumque per se indigens alterum alterius 12 auxilio eget.

[2] Igitur initio reges nam in terris nomen imperi id primum fuit divorsi 13 pars ingenium, alii corpus 14 exercebant 15: etiam tum vita hominum sine cupiditate agitabatur 16; sua cuique satis placebant. Postea vero, quam in Asia Cyrus 17, in Graecia Lacedaemonii et Athenienses coepere urbis atque nationes subigere 18, lubidinem 19 dominandi causam belli habere, maxumam gloriam in maxumo imperio putare 20, tum demum periculo 21 atque negotiis conpertum est in bello plurumum ingenium posse. Quod si 22 regum atque imperatorum animi virtus in pace ita ut in bello valeret, aequalibus atque constantius sese res humanae haberent neque aliud alio ferri neque mutari ac misceri omnia cerneres. Nam imperium facile iis artibus retinetur 23, quibus initio partum est 24. Verum ubi pro labore desidia, pro continentia et aequitate lubido atque superbia invasere 25, fortuna simul cum moribus inmutatur. Ita imperium semper ad optumum quemque a minus bono transferetur. Quae homines arant, navigant, aedificant, virtuti omnia parent 26. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique 27 vitam sicuti peregrinantes transiere 28; quibus 29 profecto contra naturam 30 corpus voluptati, anima oneri fuit. Eorum ego vitam mortemque iuxta aestumo, quoniam de utraque siletur. Verum enim vero is demum mihi vivere atque frui anima 31 videtur, qui aliquo negotio intentus praeclari facinoris aut artis bonae famam quaerit.

[3] Sed in magna copia rerum aliud alii 32 natura ostendit 33. Pulchrum est bene facere rei publicae 34, etiam bene dicere haud absurdum 35 est 36; vel pace vel bello clarum fieri licet; et qui 37 fecere 38 et qui facta 39 aliorum scripsere 40, multi 41 laudantur. Ac mihi quidem, tametsi haudquaquam par 42 gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tamen in primis arduom 43 videtur res gestas scribere: primum quod facta dictis exaequenda sunt 44; dein 45 quia plerique quae delicta reprehenderis malevolentia et invidia dicta 46 putant 47, ubi 48 de magna virtute atque gloria bonorum memores 49, quae 50 sibi quisque facilia factu 51 putat, aequo animo accipit, supra ea veluti ficta pro falsis ducit 52. Sed 53 ego adulescentulus 54 initio, sicuti plerique, studio ad rem publicam latus sum 55, iique mihi multa advorsa 56 fuere 57. Nam pro pudore, pro abstinentia, pro virtute audacia largitio avaritia vigebant. Quae 58 tametsi animus aspernabatur insolens 59 malarum artium, tamen inter tanta vitia inbecilla aetas ambitione conrupta tenebatur 60; ac me, quom 61 ab relicuorum 62 malis moribus dissentirem 63, nihilo minus honoris cupido eadem quae ceteros fama atque invidia vexabat.

[4] Igitur ubi animus ex multis miseriis atque periculis requieuit et mihi relicuam 64 aetatem a re publica procul 65 habendam 66 decrevi non fuit consilium socordia atque desidia bonum otium conterere neque vero agrum colundo 67 aut venando 68 servilibus officiis intentum aetatem  agere; sed a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim 69 ut quaeque memoria digna 70 videbantur, perscribere, eo magis quod mihi a spe metu partibus rei publicae animus liber erat. Igitur de Catilinae coniuratione, quam verissume 71 potero, paucis absoluam; nam id facinus in primis ego memorabile existimo sceleris atque periculi novitate. De cuius 72 hominis moribus pauca prius explananda sunt 73 quam initium narrandi 74 faciam.

 

Traduzione

 

[1] Conviene che tutti gli uomini, che desiderano svettare sui restanti animali, si impegnino al massimo delle loro forze affinché non trascorrano la vita in silenzio come le bestie che la Natura ha forgiato chini e succubi del loro ventre. Ora, ogni nostra risorse è situata nell’animo e nel corpo: ci serviamo maggiormente della facoltà di comando dell’anima o di quella di servire del corpo; l’una ci è in comune con gli dei, l’altra con le bestie. E per questo fatto mi pare più retto perseguire la gloria con le risorse dell’intelletto piuttosto che con le doti fisiche, e, poiché la vita stessa di cui godiamo è breve, [è più opportuno] lasciare una memoria di noi il più lunga possibile; infatti, la fama delle ricchezze e dell’aspetto esteriore è passeggera e caduca, [mentre] la virtù è considerata illustre ed imperitura. Ma a lungo c’è stato tra gli uomini mortali un gran dibattito se le faccende militari avessero successo per la virtù del corpo o dello spirito. E infatti, prima che si incominci è opportuno decidere, e quando s’è deciso, agire risolutamente. In questo modo, entrambe le qualità, di per se stesse insufficienti, hanno bisogno dell’aiuto dell’altra.

[2] Dunque all’inizio i re - infatti sulla Terra è stato questo il primo nome del potere - praticavano, ciascuno a suo modo, in parte l’intelligenza in parte la forza fisica. Allora la vita umana si svolgeva senza invidie; ciascuno era soddisfatto delle proprie cose. In verità, dopo che Ciro in Asia, in Grecia gli Spartani e gli Ateniesi cominciarono a sottomettere nazioni e popoli, a prendere come causa di conflitto di desiderio di dominio, a considerare che la massima gloria stesse nel massimo potere, allora si scoprì, per mezzo di prove ed esperienze dirette, che in guerra l’ingegno è superiore. E si scoprì che se la virtù dello spirito di re e imperatori fosse identica in pace come in guerra, le faccende umane si svilupperebbero in modo più equo e più stabile e tu non potresti vedere situazioni così alterne e mutevoli. Infatti, facilmente si conserva il potere con quelle arti con cui all’inizio è stato conquistato; invece, quando l’inerzia prende il posto del lavoro scrupoloso, quando il desiderio e la superbia scalzano la moderazione e il senso dell’equilibrio, la sorte cambia volto insieme con i costumi. Così, il comando passa sempre dai meno adatti ai migliori. E ciò che gli uomini [fanno quando] arano, navigano, edificano, tutto questo è appropriato alla virtù. Ma molti uomini mortali, schiavi dello stomaco o del sonno, ignoranti e insipienti, attraversano la vita come pellegrini; per questi ultimi, il corpo è un piacere contro natura, l’anima un peso. Io reputo che la loro vita e la loro morte siano la stessa cosa, poiché su entrambe cala il silenzio. In verità all’opposto mi pare che ostendit chi, indaffarato in qualche attività, cerca la gloria di un’azione degna o di un’arte nobile.

[3] Ma nella grande abbondanza delle attività, la natura mostra a qualcuno un cammino, a qualcun’altro un altro. È bello agire bene per lo stato, ma non è sconveniente anche parlare bene; è lecito diventare famoso in pace o in guerra; e sono lodati in molti quelli che compirono imprese e quelli che scrissero delle imprese degli altri. Ma a me, per quanto una gloria per niente uguale segua lo scrittore e l'autore delle imprese, tuttavia mi sembra molto difficile scrivere le imprese: in primo luogo poiché i fatti devono essere uguagliati dalle parole; inoltre poiché i più ritengono che i misfatti che tu critichi siano stati detti a causa della malevolenza e dell'invidia, quando invece ricordi la grande virtù e la gloria degli onesti, ciascuno accoglie di buon animo ciò che ritiene facile a farsi per sé stesso, mentre ritiene false le cose che sono state descritte al di sopra di quelle. Ma io da giovinetto, fin da subito, come i più, fui condotto dalla passione per lo stato, e lì molte cose mi furono avverse. Infatti al posto del pudore, della moderazione, della virtù, vigevano l'audacia, la corruzione, l'avidità. Sebbene l'animo non avvezzo alle cattive arti disprezzasse queste cose, tuttavia in mezzo a vizi tanto grandi, l’età debole veniva corrotta dall’ambizione; e per niente di meno lo stesso desiderio di onore degli altri mi vessava per mezzo della fama e dell'invidia, per quanto dissentissi dai cattivi costumi degli altri.

[4] Dunque quando l'animo si riposò dopo molte miserie e pericoli, e decisi di dover tenere il resto della vita lontano dallo stato, non decisi di logorare il buon ozio nella pigrizia e nell'inoperosità, ma nemmeno di passare la vita intento a coltivare i campi o cacciare, attività da servi; ma tornando a quella impresa e a quella passione da cui una cattiva ambizione mi aveva distolto, decisi di scrivere le imprese del popolo romano per monografie, in base a come ciascuna mi sembrasse degna di memoria, ancor di più per il fatto che avevo l'animo libero dalla speranza, dalla paura e dalle fazioni dello stato. Dunque parlerò riguardo alla congiura di Catilina nella maniera più sincera possibile; infatti questo delitto io ritengo tra i più memorabile per la novità del misfatto e del pericolo. Riguardo ai costumi di questo uomo devono essere dette poche cose prima di iniziare la narrazione.

1 Celebre era il motto epicureo Vive absconditus, “Vivi nascosto!”, dal greco lathe biōsas.

2 Con “concussione” si intende l’abuso di potere da parte di un pubblico ufficiale che costringe o induce una persona a dargli dei beni in virtù della propria autorità. Nella Roma tardo-repubblicana era un reato molto frequente, soprattutto tra i governatori delle province, tanto che era stato creato un tribunale speciale per giudicare questo tipo di reato, detto quaestio perpetua de repetundis.

3 Omnis: si tratta di una desinenza arcaica in -is al posto del nominativo plurale omnes.

4 ceteribus animalibus: l’uso del dativo è collegato al verbo di eccellenza praesto, praestas, praestavi, praestatum, praestare, “eccellere, sopravanzare, primeggiare rispetto ad altri”.

5 niti: da nitor, niteris, nisus sum, niti, “appoggiarsi, sforzarsi di, lottare”.

6 finxit: dal verbo fingo, fingis, finxi, finctum, fingere, “foggiare, modellare, scolpire”. L’idea insomma è che la Natura abbia creato gli animali quadrupedi chini e col ventre a terra perché destinato ad una vita di fatiche ignote a tutti, mentre l’uomo, più nobile ed elevato, è intrinsecamente destinato ad attività superiori, quali quelle dell’ingegno. È un’idea convenzionale, che in filosofia si trova già nella Repubblica di Platone.

7 utimur: da utor, uteris, usus sum, uti, è un verbo deponente che regge l’ablativo (in questo caso “imperio” e “servitio”).

8 Quo: nesso relativo.

9 Tutto il passo è costruito secondo delle antitesi (uomo/animali, ingegno/forza bruta, vita breve/memoria lunga) che preparano il terreno per giustificare la scelta di Sallustio di dedicarsi alla storiografia letteraria.

10 habetur: qui il verbo habeo, habes, habui, habitum, habere ha il significato di “considerare, giudicare, ritenere”, con valore passivo. L’argomentazione, di natura moraleggiante, è che veramente duraturi non sono i beni materiali (“divitiarum et formae gloria”) ma invece la “virtus clara aeternaque”.

11 mortalis: arcaismo per “mortales”.

12 alterum alterius: poliptoto che indica la reciprocità dell’azione.

13 divorsi: arcaismo, frequente in Sallustio, per diversi.

14 pars ingenium, alii corpus: nell’espressione si nota la variatio tra “pars” e “alii” a scopo di differenziazione stilistica.

15 exercebant: da exerceo, exerces, exercui, exercitum, exercere, “esercitare, occuparsi di, praticare una attività”.

16 agitabatur: dal verbo agito, agitas, agitavi, agitatum, agitare, “movimentare, passare la vita, condurre”.

17 Cyrus: si tratta di Ciro II di Persia (590-529 a.C.) detto “Il Grande” e fondatore dell’impero persiano.

18 subigere: da subigo, subigis, suegi, subactum, subigere, “costringere, sottomettere, aggiogare”.

19 lubidinem: arcaismo per libidinem.

20 subigere [...] habere [...] putare: i tre infiniti, retti da “coepere” sono coordinati per asindeto e contribuiscono all’effetto di brevitas tipicamente sallustiano.

21 periculo: qui il significato del termine ha la sfumatura arcaica di “esperienza, prova”.

22 La congiunzione introduce un periodo ipotetico dell’irrealtà (o del terzo tipo).

23 retinetur: da retineo, retines, retinui, retentum, retinere, “trattenere, mantenere”.

24 Nam imperium facile [...] initio partum est: si tratta della tesi che comparirà anche nel Principe di Machiavelli (1469-1527) per cui il potere si deve mantenere con gli stessi strumenti con cui lo si è conquistato.

25 invasere: forma sincopata per invaserunt.

26 Si tratta di un punto fondamentale dell’argomentazione di Sallustio in questo proemio: le attività umane - anche quelle tipiche dei periodi di pace - obbediscono alla virtù. L’uom di valore può quindi trovare sempre l’occupazione più adatta per mostrare e perpetuare nel tempo le proprie qualità.

27 indocti incultique: in questa forte allitterazione Sallustio condesa due gravi difetti che rendono l’uomo comune più simile alle bestie schiave degli istinti che ad un vero sapiente.

28 transiere: forma sincopata per transierunt (da transeo, transis, transii, transitum, transire, “trascorrere, passare attraverso”). Vivere in questo modo oscuro ed ignoto significa sprecare la vita stessa, ed essere simili agli animali (sopra: “pecora”) che “vitam silentio transeant”.

29 quibus: il pronome ha qui funzione di nesso relativo.

30 contra naturam: dato che per Sallustio le attività dello spirito sono superiori a qulle del corpo, è illogico (appunto, “contro natura”) il piacere che deriva dalla sottomissione dell’intelletto all’istinto.

31 vivere atque frui anima: i due predicati verbali sono posti in endiadi, per indicare una vita pienamente vissuta.

32 aliud alii: in questo caso alius alia aliud (ovvero “altro” tra tre o più elementi) ha funzione reciproca. Aliud concorda con iter, sostantivo neutro di terza declinazione (iter, itineris).

33 L’incipit del terzo capitolo è in stretto collegamento con quello precedente, in cui venivano identificate due tipi di attività: quelle che riguardano l’intelletto e quelle concernenti il corpo.

34 rei publicae: dativo di vantaggio, riferito non solo a “bene facere”, ma anche al successivo “bene dicere”.

35 haud absurdum: si tratta di una litote.

36 pulchrum est… absurdum est: La struttura della frase è a chiasmo, e sembra indicare proprio tramite l’utilizzo di questa struttura una sorta di equivalenza tra la vita attiva e quella ritirata.

37 Qui: il pronome relativo è in questo caso riferito al pronome dimostrativo ii sottinteso (il fenomeno, non raro, viene definito “ellissi del dimostrativo”).

38 fecere: forma sincopata per fecerunt.

39 fecere… facta: poliptoto, che serve a rafforzare l’equivalenza tra le due opposte attività.

40 scripsere: Forma sincopata per scripserunt.

41 multi: l’aggettivo ha in questo caso funzione di complemento predicativo riferito al soggetto sottinteso ii.

42 haudquaquam par: si tratta ancora di una litote.

43 arduom: forma arcaica per arduum.

44 exaequenda sunt: si tratta di una perifrastica passiva. Notiamo come il primo interesse di Sallustio sia di ordine stilistico: le parole usate devono essere adeguate alle imprese narrate.

45 Dein: il periodo che si apre con dein viene considerato come un esempio di sintassi aspra e brachilogica, tipica dello stile sallustiano, caratterizzato dall’inconcinnitas (disarmonia). Il principio espresso nella frase (ovvero che le lodi sono credibili solo fino al punto in cui il lettore crede di poter fare lui stesso le azioni descritte) è di origine tucididea (Storie, II, 35).

46 dicta: sottintende esse, ed è l’infinito perfetto passivo del verbo dico, retto da putant.

47 Ordina la frase in questa maniera: “dein quia plerique putant delicta quae reprehenderis dicta esse malevolentia et invidia”.

48 Ubi: la subordinata retta da ubi ha chiaramente una valenza avversativa rispetto alla precedente causale. Per questo motivo è giusto aggiungere nella traduzione italiana l’avverbio “invece”.

49 memores: il verbo memoro, memoras, memoravi, memoratum, memorare può reggere de con l’ablativo (come in questo caso). Può anche reggere normalmente l’accusativo.

50 quae: questo pronome relativo dipende da un pronome dimostrativo (ea) che rimane però sottinteso (ellissi del dimostrativo). Il pronome dimostrativo ea è il complemento oggetto di “accipit”.

51 factu: si tratta del supino passivo del verbo facio. Il supino passivo viene di norma retto da un aggettivo (in questo caso “facilia”).

52 ducit: il verbo duco, ducis, duxi, ductum, ducere, che di norma assume il significato di “condurre”, può voler dire “ritenere”, “stimare”, soprattutto se si trova al passivo o se regge un genitivo avverbiale di stima.

53 Il tentativo di Sallustio di nobilitare la propria figura passa presso la citazione indiretta di Platone (Lettera VII) che inizia proprio con questo periodo e che non doveva sfuggire al pubblico colto della Roma del periodo. La Lettera VII, generalmente attribuita a Platone - per quanto esistano alcuni dubbi sulla sua completa autenticità - comprendeva una sorta di autobiografia dell’autore, incentrata sulle proprie disavventure politiche a causa dellle quali era arrivato a formulare il famoso principio della necessaria unione di filosofia e politica (teorizzata meglio all’interno de La Repubblica). Platone aveva iniziato questa sezione biografica con una frase molto simile usata da Sallustio (“Da giovane pensavo, come tanti, di dedicarmi alla politica non appena fossi stato padrone di me stesso”; traduzione di Piero Innocenti). Tenuto conto che anche il filosofo rimase deluso dalla politica, ma per motivi ben diversi e moralmente più elevati di Sallustio, possiamo capire bene quanto fosse voluta nell’autore del De coniuratione la nobile equiparazione con l’ateniese!

54 adulescentulus: è la forma diminutiva del sostantivo adulescens, adulescentis. Per i latini l’adulescentia termina con i 30 anni, quindi è meglio tradurlo con “giovane” piuttosto che con il nostro “adolescente”.

55 latus sum: perfetto indicativo del verbo fero, fers, tuli, latum, ferre.

56 advorsa: forma arcaica per adversa.

57 fuere: forma sincopata per fuerunt.

58 Quae: si tratta di un nesso relativo (il pronome relativo si traduce come se fosse et ea). Il nesso relativo deve per forza essere posizionato subito dopo il punto, per questo motivo è antecedente a “tametsi”, per quanto sia grammaticalmente dipendente dalla subordinata concessiva da esso introdotta.

59 insolens: concordato ad “animus”, è un aggettivo della seconda classe a una sola uscita, composto dalla particella negativa in- e il participio presente del verbo soleo, soles, solitus sum, solitum, solere, che ha il significato di “solere, essere solito”. Il significato dell’aggettivo insolens è dunque “che non è solito”, “non abituato” (diverso dal nostro “insolente”). L’aggettivo regge di norma il genitivo che indica la cosa o la persona a cui non si è abituati (in questo caso “malarum artium”).

60 corrupta tenebatur: letteralmente “era tenuta corrotta”; è una perifrasi usata al posto del verbo corrumpebatur.

61 quom: forma arcaica per cum.

62 relicuorum: è forma arcaica usata al posto di reliquorum.

63 dissentirem: congiuntivo imperfetto del verbo dissentio, dissentis, dissensi, dissensum, dissentire, verbo composto dalla particella con valore negativo dis- e il verbio sentio. Letteralmente vuol dire “sentire in maniera diversa”, quindi “dissentire” (come in italiano).

64 relicuam: forma arcaica usata al posto di reliquam.

65 a re publica procul: anastrofe per “procul a re publica”.

66 habendam: sottinteso esse. Si tratta di una perifrastica passiva all’infinito. Habeo in questo caso assume il significato di “tenere”.

67 colundo: gerundio al caso ablativo del verbo colo, colis, colui, cultum, colere. Col successivo “venando” è retto dall’aggettivo “intentum”. Si tratta di una forma arcaica per colendo.

68 venando: gerundio al caso ablativo del verbo venor, venaris, venatus sum, venari. L’ablativo è l’unica forma del gerundio da potersi tradurre con un gerundio in italiano.

69 carptim: l’avverbio letteralmente vuol dire “per episodi”. In questo passo viene indicato quale sia il fine programmatico di Sallustio, ovvero la composizione di opere monografiche (La congiura di Catilina, La guerra di Giugurta e in fondo le sue stesse Historiae, che sono composte su impianto annalistico, ma trattano di un orizzonte temporale estremamente limitato dal 78 al 67 a.C., coincidente con gli eventi che in qualche modo prefigurano quelli narrati all’interno del De Catilinae coniuratione). Questa scelta era una frattura con la tradizione storica romana, che aveva sempre favorito il metodo annalistico, caratterizzato dalla descrizione degli eventi avvenuti in tutto il mondo (ovviamente quello conosciuto dai romani!) divisi anno per anno lungo un orizzonte temporale che era di norma piuttosto lungo.

70 memoria digna: l’aggettivo di prima classe dignus, digna, dignum regge di norma l’ablativo (in questo caso “memoria”).

71 quam verissume: “quam” ha la funzione di rafforzativo del successivo superlativo. “Verissume”è forma arcaica per verissime ed è il superlativo dell’avverbio vere.

72 cuius: è nesso relativo riferito a “hominis”.

73 explananda sunt: perifrastica passiva.

74 narrandi: gerundio al caso genitivo del verbo narro, narras, narravi, narratum, narrare. La traduzione letterale della frase “initium narrandi faciam” sarebbe “faccia l’inizio del narrare”.

domande

Sei nel corso di

RELATORI

Sai rispondere
a queste domande?

Qui non ci sono ancora domande.

Visualizza altre domande o

Contatti Pubblicità Quality policy Note legali Cookie policy Oilproject Srl P.IVA 07236760968