Quattrocento - Filosofia

Cusano, dotta ignoranza e filosofia dell’infinito

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Niccolò Cusano, esponente di spicco dell’umanesimo europeo, è generalmente noto per la sua originale elaborazione della teologia negativa, dottrina secondo la quale al concetto di Dio ci si avvicina negando quello che egli non è. Egli la espone per la prima volta sotto il nome di “dotta ignoranza” nell’omonima opera del 1440 e la preciserà e approfondirà in seguito. L’attività di Cusano, che si rivolge, oltre che all’ambito filosofico-teologico e matematico, anche a progetti di riforma politica e di pacificazione religiosa, non si limita al solo piano speculativo. Teorico ante litteram della tolleranza, come inviato al consiglio di Basilea, legato papale in Germania, Paesi Bassi e Boemia, protagonista dei concili di Ferrara e Firenze, vescovo di Bressanone e infine vicario papale a Roma, Cusano svolge un ruolo pastorale, diplomatico e istituzionale di primissimo piano nella complessa azione religiosa e politica della Chiesa del suo tempo.

Vita e opere

Niccolò Cusano (Niklas Kryffts o Nicolaus Krebs, 1401-1464, in italiano il cognome significa “granchio”), nasce a Kues, piccola cittadina sulla Mosella tra Coblenza e Treviri. La sua è una famiglia benestante di estrazione borghese – il padre, Henne Kryffts, è commerciante e proprietario di navi – sufficientemente agiata da potersi permettere di inviare il figlio all’università ad Heidelberg.

Qui Niccolò, quindicenne, familiarizza con gli insegnamenti fondamentali di fisica, etica, logica e retorica, per trasferirsi dopo un anno all’università di Padova, dove si iscrive alla facoltà di diritto. Gli anni di studio padovani, che nel 1423 frutteranno al Cusano il titolo di dottore in diritto canonico, rappresentano per lui per un momento fondamentale per l’indirizzo della propria filosofia e della propria carriera ecclesiastica. A Padova frequenta un ambiente intellettuale già del tutto permeato dai fermenti del nuovo secolo, che nelle scienze si apriva all’empiria e, ovunque fosse possibile, si volgeva all’antichità classica alla ricerca di nuovi stumenti per una più autentica conoscenza del reale e si lega in amicizia con due persone che giocheranno un ruolo fondamentale nella sua vita: il romano Giuliano Cesarini (1398-1444) e il fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482).

Da Giuliano Cesarini, che lo presiede, Cusano sarà infatti invitato a prendere parte al concilio di Basilea nel 1432, che avrebbe dovuto comporre numerose questioni all’interno della chiesa, non ultima lo scisma d’Oriente (1054). Cusano che prende parte come inviato dell’arcivescovo di Treviri siede tra le file dei conciliari ed in questo ambito concepisce la sua prima grande opera, il De concordantia catholica (1433). Nella reale impossibilità, per un concilio gravemente spaccato al suo interno, di comporre una vastissima serie di conflitti in una situazione politica e religiosa molto complessa, il Cusano si risolve a passare al partito papale. Dal papa Eugenio IV (1383-1447) riceve quindi l’incarico di recarsi a Costantinopoli per invitare l’Imperatore Giovanni VIII Paleologo (1392-1448) a partecipare al grande concilio di Ferrara-Firenze indetto al fine di comporre il dissidio tra la Chiesa greca e quella romana. Con questa mossa il papa, a fronte delle sempre più minacciose pressioni dei Turchi, ormai quasi alle porte di Costantinopoli, mirava a barattare l’aiuto militare all’Oriente cristiano contro l’assoggettamento della Chiesa d’Oriente alla teologia occidentale. Sebbene controvoglia, l’imperatore bizantino accetta l’invito imbarcandosi alla volta dell’Italia: lo seguono qui teologi e consiglieri, tra i quali il filosofo neoplatonico Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca. - 1452) che darà un notevole impulso agli interessi platonici di Cosimo de’Medici (1389-1464), che sfoceranno nell’Accademia Platonica del Ficino (1433-1499).

Durante il viaggio di ritorno da Bisanzio il Cusano, che trasporta con sé svariati manoscritti greci, tra i quali parecchi testi neoplatonici, concepisce la propria teoria della dotta ignoranza che fisserà, poco dopo il ritorno, nell’opera omonima del 1440 e nel De conjecturis nel 1444. Impegnato nuovamente in svariate missioni apostoliche negli anni fino al 1447, Cusano riesce comunque a scrivere con regolarità, mettendo a punto il suo caratteristico stile espositivo, fatto di brevi trattati o dialoghi latini, privi delle pretese stilistiche proprie del contemporaneo gusto umanista, ma ricchi in compenso di arditezza speculativa: entro il 1445 compone il De Deo abscondito, le operette teologiche il De quaerendo Deo, il De filiatione Dei e una prima serie di scritti matematici: il De geometricis transmutationibus, il De aritmeticis complementis. A questi si aggiungono nel 1446 il De dato patris luminarum, la Coniectura de ultimis, di ispirazione escatologica, e il Dialogus de annuntiatione, per concludere con il dialogo De genesi del 1447.

Nel 1448, appena elevato a cardinale, è di nuovo in missione come legato apostolico in Germania col difficile compito di indurre i vescovi tedeschi ad abbandonare il partito conciliarista e passare dalla parte del papa. Nel 1450, consacrato vescovo di Bressanone, è chiamato da Niccolò V (1397-1455) a compiere un secondo lungo viaggio in Germania, e poi nei Paesi Bassi, per proclamare il Giubileo, accordare indulgenze, ma anche promuovere quella riforma della chiesa da lui progettata e fortemente voluta, e che incontrava resistenze enormi. È in quest’anno che redige l’importante gruppo di dialoghi in quattro libri dell’Idiota.

L’aspra opposizione al suo programma di riforme non risparmia, al suo ritorno, neanche l’opera che a partire dal 1452 dovrà svolgere in prima persona nella sua diocesi di Bressanone. Lo scontro con il duca Sigismondo del Tirolo (1427-1496), che si erge a difensore degli interessi propri e del capitolo del duomo locale, è talmente cruento da metterlo più volte in pericolo di vita. Dopo aver scritto nel 1453 una serie di importanti testi teologici, De visione Dei, De pace fidei, Complementum theologicum, redige negli anni dal 1454 al 1457 un gruppo di opere matematiche, De mathematicis complementis, Declaratio rectilineationis curvae, De una recti curvique mensura (1454) e De circuli quadratura e De cesarea circuli quadratura (1457). Nel 1458 sfugge alle truppe del duca Sigismondo ritirandosi nel castello dolomitico di Andraz, dove compone per i monaci del convento di Tegernsee l’operetta De beryllo, nella quale condensa in una forma il più possibile divulgativa gli ardui concetti della “dotta ignoranza” e della “coincidenza degli opposti”.

Finalmente papa Pio II (1405-1464, papa dal 1458), l’umanista Enea Silvio Piccolomini, lo avoca a Roma per affidandargli nel 1459 il ruolo di vicario generale e metterlo così al riparo dai pericoli. È solo per breve tempo che Cusano farà ritorno a Bressanone, dove nel 1460 scrive il dialogo De possest, seguito nel 1461 dall’opera di studio del Corano De cribratione Alkorani. Di nuovo in movimento per il riacuirsi del conflitto con Sigismondo, nel 1462 stende tra Roma e Orvieto il De non aliud e inizia a raccogliere i manoscritti delle sue opere. Nel 1463 vedono infine la luce le tre fondamentali opere della sua maturità filosofica il De ludo globi, il De venatione sapientiae, e il Compendium, seguite nel 1464 dal De apice theoriae. Incaricato infatti da Pio II di organizzare una nuova crociata, proprio lui che nel De pace fidei aveva formulato e proposto la visione di una religione unitaria in grado di comporre le tre forme di monoteismo, muore nell’adempimento di questo compito l’11 agosto 1464 a Todi.

Dotta ignoranza e congetture

Con il concetto di dotta ignoranza Niccolò Cusano introduce il primo degli ossimori che caratterizzano la sua dottrina filosofica. Mutuato da Bonaventura (1221-1274) che a sua volta lo ricava dalla tradizione neoplatonica in parte agostiniana, tale concetto si riconnette esplicitamente a Socrate (469 a.C. ca. - 399 a.C.) che “credette di sapere solo di non sapere” (De docta ignorantia I, 1).

Di questa coppia di termini Cusano fa il perno di una vera e propria dottrina della conoscenza che pone al proprio centro la finitezza del conoscere umano e quindi la sua inadeguatezza a farsi un qualsiasi concetto adeguato, tanto dell’infinità del divino, quanto della verità delle cose finite. In conclusione quindi “nessun’altra dottrina più perfetta può sopraggiungere all’uomo (anche più diligente) oltre quella di scoprire di essere dottissimo nella sua propria ignoranza: e tanto più uno sarà dotto, quanto più si saprà ignorante” (De docta ignorantia I, 1).

I tre libri di cui si compone l’opera trattano, rispettivamente, del massimo assoluto, ossia Dio che “è in tutte le cose in modo che tutte sono in Dio” (De docta ignorantia I, 5), dell’“universo o mondo [la cui] unità è contratta mediantela pluralità”, e infine di quel massimo “che è assoluto e contratto insieme” (De docta ignorantia III, 1), ovvero Cristo quale divinità incarnata. Punto di partenza della riflessione gnoseologica del Cusano sul massimo assoluto è che “ogni ricerca è comparativa, in quanto impiega come mezzo la proporzione [e] perciò l’infinito come infinito, sfuggendo a ogni proporzione, è ignoto” (De docta ignorantia I, 1) per cui il “massimo, come è assolutamente intelligibile in maniera incomprensibile, così è anche nominabile senza nomi” (De docta ignorantia I, 5).

Per esemplificare questa posizione il Cusano si vale del “grandissimo aiuto della matematica nell’apprendimento delle cose divine” (De docta ignorantia I, 9), riconnettendosi così alla tradizione che da Pitagora (VI sec. a.C.), passando per i platonici, giunge ad Agostino (354-430) e Boezio (480 ca. - 525). Partendo dalle proprietà delle figure geometriche di linea, triangolo, cerchio e sfera che, qualora pensate infinite, possono ridursi l’una all’altra, Niccolò Cusano mostra come nel passare dal finito all’infinito i tradizionali modi di descrivere il reale sembrino contravvenire al principio di non contraddizione.

Questo esercizio di pensiero dell’infinto geometrico predispone la mente alla paradossalità che ogni tentativo di pensare il divino comporta e insieme presenta un’efficace esemplificazione del dogma della trinità divina. “Da ciò l’intelletto – commenta infatti Cusano – può trarre grande vantaggio e far molto progresso nella santa ignoranza, al di sopra di ogni intelletto, grazie alla somiglianza della linea assoluta col massimo assoluto” (De docta ignorantia I, 17), e compiere un progresso che prepara l’intelletto ad accogliere la via negationis come l’unica in grado di mettere l’uomo in comunicazione con l’assolutà alterità divina. “La santa ignoranza ci ha insegnato che Dio è ineffabile perché è infinitamente superiore a tutte le cose che possono essere nominate […] e che pertanto possiamo parlare di lui in modo più vero con la rimozione e la negazione, come ha detto anche il grande Dionigi” (De docta ignorantia I, 26); ma d’altra parte anche “la precisione delle cose risplende in modo incomprensibile nelle tenebre della nostra ignoranza” (ibidem). Il sapere umano va impiegato pertanto nell’inesauribile sforzo di avvicinarsi sempre più alla verità, analogamente al procedimento dell’approssimazione poligonale al cerchio, metodo al quale il Cusano dedicherà svariati studi.

Dotta ignoranza è quindi innanzitutto il punto di partenza della conoscenza, come il giusto atteggiamento del saggio di fronte alle forme del sapere, poi il metodo, che solo permette di aprirsi al mondo della conoscenza autentica e, infine, la consapevolezza del valore necessariamente parziale di ogni sapere positivo, che può solo avvicinarsi alla verità delle cose senza mai poterla raggiungere. Essa è l’atteggiamanento conoscitivo che permette di dischiudere con cognizione di causa quell’ambito del sapere possibile che, col nome di congettura, Cusano tratterà nel De conjecturis; ma è anche quella forma di sapere che apre all’unica possibile relazione intellettuale col divino, la teologia negativa professata esemplarmente da Pseudo Dionigi Areopagita (V sec.) e da Cusano largamente ripresa. Solo a partire dalla profonda consapevolezza dell’assoluta inadeguatezza di una mente finita a conoscere l’infinitezza propria del divino si schiude infatti la possibilità per l’inconcepibile intuizione di questo contenuto. Questa possibilità deve peraltro essere già implicita nella coscienza della propria ignoranza, giacché tale consapevolezza deve pure fondarsi su un dato positivo (per quanto incomprensibile e quindi inesprimibile) che possa permetterci di avvertire la nostra assoluta inadeguatezza. Su questa base si fonda la comprensione dell’affinità qualitativa tra intelligenza umana e spirito divino, ragion per cui la proposta cusaniana non conduce a una semplice umiliazione dell’essere umano, ma dà nuovo fondamento e significato alla concezione protagorea che l’uomo è misura di tutte le cose.

Anche la trattazione dell’universo svolta nel secondo libro, infatti, è guidata dal metodo negativo. La differenza che caratterizza il creato di contro all’identità di Dio fa “comprendere in che modo la verità, astratta dalle determinazioni materiali, intuisce l’uguaglianza come nella sua ragione, uguaglianza che è impossibile sperimentare nelle cose, perché qui essa si trova solo con difetto” (De docta ignorantia II, 1). L’estensione di questa osservazione al rapporto tra enti matematico-geometrici e universo porta Cusano a formulare innovative ipotesi cosmologiche, come quella che la forma della terra, pur tendendo alla sfericità, non possa essere perfettamente sferica, il suo moto non possa essere esattamente circolare e, per estensione, nell’universo non possa esistere un centro immobile. Tutti i corpi celesti devono piuttosto trovarsi costantemente in moto reciproco e complessivamente muoversi su di un circolo dove circonferenza e centro coincidono. Né la terra dev’essere inferiore rispetto agli altri corpi celesti, come ad esempio il sole, o la luna, che anzi devono essere in tutto e per tutto identici alla terra, circondati come questa da tre sfere, dell’acqua, dell’aria e del fuoco, ma posti dalla terra a una distanza tale per cui essa, rispetto al sole, occupa la sua sfera del fuoco, e rispetto alla luna la sfera dell’acqua.

Il terzo libro, dedicato alla cristologia, presenta i contenuti della dottrina cristiana con un’argomentazione spiccatamente speculativa. I principi del neoplatonismo secondo cui l’universo procede da un primo principio per successivi gradi di emanazione, unitamente alla concezione che l’universo sia l’effetto del principio che in sé lo complica (nel senso di coimplica, ovvero tiene insieme in potenza), e ne sia quindi la contrazione, servono al Cusano per concepire Cristo come il “massimo contratto assoluto”. Cristo diventa così il garante metafisico della connessione tra Dio e mondo, e insieme vale come garante morale della possibilità che la scala che discende dal principio all’uomo possa anche essere ripercorsa in senso ascendente, riportando l’uomo presso Dio. Nel passare alla conoscenza mondana si fa ingresso nell’oggetto del De conjecturis. Anche in quest’opera, complementare alla Dotta ignoranza, è ribadita l’incommensurabilità di verità assoluta e umano sapere. Viene tuttavia riaffermato un ambito di originale ed esclusiva produzione dell’umana intelligenza, ossia quello della congettura, definita come “l’asserzione positiva che partecipa, attraverso l’alterità, della verità come tale” (De conjecturis, I, 13). L’assoluta incommensurabilità delle due menti, divina e umana, lascia infatti ancora spazio a un’analogia di fondo, l’essere entrambe menti creatrici, rispettivamente di realtà e di congetture. Le congetture sull’essenza del mondo sono ora dal Cusano formulate sulla base della matrice più espressamente pitagorica della tradizione neoplatonica, esemplificata dalla filosofia di Proclo (412-485) e ripresa da Meister Eckhart (1260 ca. - 1328), i cui testi il Cusano approfondisce in vista della stesura dell’opera.

Per esporre le relazioni esistenti tra Dio, il creato e i suoi elementi, nelle Congetture si fa infatti un uso preponderante della matematica, giacché “il numero è l’esemplare simbolico delle cose […] un principio naturale, germinante, dell’edificio razionale” (De conjecturis, I, 3) e “l’essenza del numero è il primo esemplare della mente” (ibidem). Le congetture cusaniane sono cioè il frutto di una speculazione sull’unità nelle sue diverse forme e i numeri 1, 10, 100 e 1000 valgono come simboli rispettivamente di Dio, intelligenza, anima e corpo. Come primo l’esempio della linea, ora il numero uno ci aiuta a raffigurarci un aspetto del divino ex negativo, per quello che esso può additare senza riuscire a pienamente significare: quell’“unità assoluta di nessuna specie, di nessun nome, di nessuna figura, sebbene sia tutto in tutto […]: l’unità di ogni pluralità” (De conjecturis, I, 6). Si tratta infatti dell’Uno della tradizone neoplatonica, anteriore ad ogni matematizzazione perché del tutto alieno dal molteplice, che al contrario l’unità aritmetica contribuisce a costituire. Il rapporto tra la prima unità e le altre tre potenze è quindi nuovamente spiegato secondo il principio di complicazione esplicazione (o contrazione), in base al quale nella potenza superiore è gia presente tutto quanto si ritrova in quelle inferiori, le quali, a loro volta, altro non sono che una sua esplicazione, ovvero contrazione.

A queste regioni ontologiche corrispondono inoltre le regioni gnoseologiche di sensibilità, ragione e intelletto, ognuna inclusa e superata in quella successiva grazie a un grado crescente di astrazione.

La sensibilità senso coglie le differenze sensibili, senza essere però capace di generalizzarle portandole al livello dei concetti; questi sono prodotti dalla ragione, che supera grazie ad essi le differenze sensibili, ma non riesce ad oltrepassare il principio della logica, cosa che riesce invece all’intelletto, capace di riconoscere il principio di unità al di là della contraddizione e quindi cogliere la coincidenza dei contraddittori.

L’insistenza sull’unità, insieme a dichiarazioni come quella che “tutte le cose sono ciò che sono per la partecipazione dell’uno” (De conjecturis, II, 1), espongono il Cusano all’accusa di panteismo, formulata dal teologo Johann Wenck (1396-1459) aristotelico di Heidelberg, nel suo testo De ignota litteratura. Cusano difende la sua opera nell’Apologia doctae ignorantiae argomentando, negativamente, che Dio va concepito “al di là della coincidenza del singolare e dell’universale, come forma assolutissima di tutte le forme generali, speciali e singolari, o di qualsivoglia altra esprimibile o concepibile. […] Vedere Dio in questo modo è vedere che tutto è Dio e Dio è tutto, al modo in cui sappiamo, grazie alla dotta ignoranza, che egli non può essere visto da noi” (Apologia, p. 409).

La visione politica e di pacificazione religiosa

Durante tutta la sua vita il Cusano si è attivamente occupato dei risvolti politici della sua speculazione teologica. Se però inizialmente, con il De concordantia catholica, egli si prefiggeva di comporre i dissidi interni al cristianesimo, in particolare tra cattolicesimo, eresia boema e scisma bizantino, dopo la presa di Costantinopoli del 1453 la questione più attuale e drammatica diventa quella del rapporto tra cristianesimo e l’Islam. Il papa Enea Silvio Piccolomini, sconvolto dalle notizie provenienti da Oriente, commentava la caduta di Costantinopoli con queste parole: “Io vedo: la fede e la cultura vengono annientate insieme”. Cusano sull’onda della medesima emozione compone con il De pace fidei e si dedica con convinzione all’approfondimento della religione islamica, che otto anni più tardi, nel 1461, esporrà nel De cribratione Alkorani. Sebbene infatti la Chiesa si orienti subito a una soluzione militare dell’espansione ottomana, nelle sue fila non mancano i fautori di una mediazione pacifica, ricercata anche a partire da un approfondimento teologico delle diverse posizioni. Tra questi i nomi più eminenti sono quelli di Niccolò Cusano e del suo corrispondente Giovanni da Segovia (1393 ca. - 1458).

Il De pace fidei, del 1453, la prima e più complessa delle due opere di mediazione religiosa, è pensata in un orizzonte ecumenico molto ampio. Nella finzione letteraria diciassette saggi, rappresentanti di tutti i popoli della terra – un greco, un italiano, un arabo, un indiano, un caldeo, un ebreo, uno sciita, un gallico, un persiano, un siro, uno spagnolo, un turco, un tedesco, un tartaro, un armeno, un boemo e un inglese – vengono convocati in cielo, ovvero nell’unico posto dove le loro dispute possono essere risolte. Fine dell’opera è quello di avviare una pacifica convivenza tra le diverse fedi, a partire da una tolleranza fondata sulla comprensione delle reciproche posizioni teologiche. L’assunto di fondo è che in tutti i diversi casi il Dio oggetto di adorazione è il medesimo, per cui le differenze tra religioni – laddove non si fondino su errori teologici veri e propri, come per alcuni aspetti dell’islamismo – possono essere derubricate a questioni legate alle sole forme del culto, in ultima analisi imputabili ai diversi usi e costumi dei popoli e financo al gusto dei singoli secondo il motto una religio in rituum diversitate. Nulla di tutto ciò impedisce il passaggio ad altre forme di religione né, a maggior ragione, la convivenza tra i diversi credenti. Di questo messaggio ecumenico, ricevuto in cielo ma elaborato nel libero scambio delle reciproche opinioni, i saggi rappresentanti delle diverse religioni si dovranno fare latori presso i loro popoli, e aprire così un’era nuova nell’umanità caratterizzata dalla pace perpetua. Un problema di estrema gravità per il mondo cristiano, ma pur sempre contingente, offre quindi a Cusano l’occasione di una riflessione universale su come mantenere la pace in un mondo caratterizzato da una grande molteplicità di religioni differenti, nonché sul ruolo che a questo fine devono svolgere gli intellettuali dei diversi popoli: farsi interpreti della ricerca e della promozione dell’accordo, invece che fornire argomenti alle ragioni delle armi.

Meno diplomatico sarà infatti il più tardo De cribratione Alkorani, (Esame critico del Corano), dove la polemica contro gli “errori” della religione islamica si fa a tratti accesa. Cusano oltre al Corano cita molteplici fonti secondarie per dimostrare che tutta la verità in esso contenuta è già presente nel Vangelo ed è quindi attingibile solo a partire dal cristianesimo, mentre gli errori in esso presenti sono frutto della peculiare storia della formazione religiosa di Maometto (570 ca. - 632) e di suo genero Alì. Maometto sarebbe infatti stato convertito al cristianesimo da un monaco nestoriano, cioè da un convinto sostenitore tanto della distinzione in Cristo delle due sostanze umana e divina, quanto del fatto che, per questa ragione, Maria non potesse essere madre di Dio; successivamente egli sarebbe stato influenzato da scaltri ebrei che avrebbero esteso la loro influenza anche su Alì. L’Islam si trova quindi ad essere una religione frutto di una doppia eresia e non dovrebbe risultare difficile, almeno da un punto di vista dottrinario, ricondurla nel seno della vera religione.

Come è noto, una volta verificato il fallimento dei propri ten tativi di mediazione, Niccolò Cusano accetterà di organizzare la crociata indetta da Pio II, piegando il suo spirito di raffinato teologo alle esigenze di pragmatismo della politica papale.

Niccolò Cusano

Ricerca della verità
La dotta ignoranza

In tutte le cose vediamo che sussiste per un dono divino un desiderio naturale di essere nel modo migliore che la condizione della loro natura consente e le vediamo operare a questo fine e disporre degli strumenti adatti. […] Tutti quelli che cercano la verità giudicano ciò che è incerto mettendolo in proporzione con il certo. Ogni ricerca è, dunque, comparativa, in quanto impiega come mezzo la proporzione. Il giudizio conoscitivo è facile, quando ciò che si indaga si può mettere a confronto con ciò che è certo, mediante una riduzione proporzionale approssimata. […] Ogni ricerca consiste, pertanto, in una proporzione comparativa, facile o difficile; perciò l’infinito come infinito, sfuggendo a ogni proporzione, è ignoto. Ma poiché la proporzione stabilisce insieme la convenienza e l’alterità in un’unica cosa, non può intendersi senza il numero. […] Per questo forse Pitagora riteneva che tutte le cose sono costituite e comprese per mezzo dei numeri.

Ma la precisione delle combinazioni nelle cose corporee e il congruo adattamento del noto all’ignoto, super la ragione umana, sicché Socrate credette di sapere solo di non sapere, mentre il sapientissimo Salomone sosteneva che tutte le cose sono difficili e inesprimibili con il linguaggio. […] Se è così e se, come afferma il profondissimo Aristotele nella filosofia prima, anche nelle cose per natura più evidenti ci imbattiamo in difficoltà come uccelli notturni che tentano di vedere il solo, allora – se il nostro desiderio non è vano – ciò che desideriamo è sapere di non sapere. Se potessimo giungere a tanto, avremmo la dotta ignoranza. Nessun’altra dottrina più perfetta può sopraggiungere all’uomo (anche più diligente) oltre quella di scoprire di essere dottissimo nella sua propria ignoranza: e tanto più uno sarà dotto, quanto più si saprà ignorante.

Niccolò Cusano

La congettura deve originare dalla nostra mente
Le congetture, Cap. II

Le congetture devono avere origine nella nostra mente come il mondo reale ha origine nella mente divina infinita. quando la mente umana, nobile immagine di Dio. partecipa secondo le sue possibilità della fecondità della natura creatrice, essa ricava da se stessa, in quanto immagine della forma onnipotente, enti razionali a similitudine degli enti reali. La mente umana è forma congetturale del mondo, come quella divina è forma reale. Come la divina entità assoluta è tutto ciò che È in ogni cosa che è, così l’unità della mente umana è l’entità delle sue congetture. […]

Nota ora, affinché tu disponga la mente all’apprendimento di quanto ci proponiamo e possa accogliere il principio delle congetture, che – poiché è stato chiarito che il principio primo di tutte le cose e della nostra mente, è unitrino – uno solo è il principio della moltitudine, dell’ineguaglianza e della divisione delle cose: dalla sua unità assoluta fluisce la molteplicità, dalla sua uguaglianza l’ineguaglianza e dalla sua connessione la divisione. del pari la nostra mente, che non concepisce altro che la natura intellettuale creatrice, fa di se stessa il principio unitrino del suo edificio razionale. […] La nostra mente, dunque, è principio di distinzione, proporzione, composizione.

Niccolò Cusano

Compendio VI
Compendium, VI

Devi, poi, osservare che la talpa non ha bisogno della vista, in quanto non ha bisogno di conoscere i segni visibili, perché nell’oscurità della terra trova tutto ciò che cerca. Lo stesso dobbiamo dire di tutti gli esseri viventi: cioè che essi traggono dalle cose sensibili tante specie quante sono quelle necessarie per il loro benessere. Così tutti gli animali perfetti, anche se sono simili nel numero, dei sensi, non lo sono nel numero delle specie o dei segni. La formica si forma alcune specie che non sono quelle del leone, o del ragno, o della vacca, come gli alberi diversi traggono dalla medesima terra alimenti diversi, ognuno adatto alla propria natura. […] Per questo motivo l’uomo ricava dai segni sensibili le specie adatte alla sua natura. Essendo egli di natura razionale, ne trae le specie convenienti a questa natura per potere, grazie ad esse, ragionare bene e trovare l’alimento, corporeo per il corpo, spirituale per lo spirito o per l’intelletto: così sono diverse le specie dei dieci predicati, dei cinque universali, delle quattro virtù cardinali e di molte altre cose come queste, adatte all’uomo dotato di ragione.

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