Ugo Foscolo

Foscolo, "All'amica risanata": analisi del testo e commento

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Parafrasi

Analisi

L'ode All'amica risanata, composta per celebrare la guarigione di Antonietta Fagnani Arese (con la quale Foscolo ebbe una relazione tra il 1800 e il 1802), fu pubblicata nel 1803 a Milano nell'edizione definitiva delle Poesie, assieme a dodici sonetti e all'ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, comparsa già in precedenti edizioni. È un componimento d'occasione (con ciò ripropone un tratto tipico della poesia di fine Settecento) di sedici strofe di cinque settenari e un endecasillabo, (rimati secondo lo schema abacdD), diviso essenzialmente in due parti: la prima, che va dal verso 1 al 48, celebra la guarigione dell'amica e la sua riconquistata bellezza, una bellezza che finisce per incarnare un valore assoluto, una compensazione dell'angoscia del vivere e il mezzo per il raggiungimento di un ordine superiore dell'esistenza (un tema già presente nell'Ortis).

 

La seconda, che va dal verso 55 al 96, espone il ruolo della poesia dispensatrice d'immortalità, che maturerà in modo completo nel futuro carme Dei Sepolcri. La seconda parte si presenta legata alla prima attraverso una strofa (vv. 49-54) che propone una riflessione sulla fugacità della bellezza e sull'inevitabilità della morte, seguita poi da un'esaltazione della poesia che conferisce vita eterna alle creature divine e mortali che evoca. Come le ultime odi classicistiche del Parini, Alla amica risanata abbellisce le scene del quotidiano con decorazioni tipiche del gusto neoclassico, attraverso l'uso delle personificazioni, «Le Ore che dinanzi meste | ministre eran de' farmachi» (vv. 19-20), il ricorso a travestimenti mitologici, «Qual dagli antri marini | l'astro più caro a Venere | co' rugiadosi crini | fra le fuggenti tenebre | appare […] sorgon così tue dive | membra dall'egro talamo» (vv. 1-8), l'elaborazione di perifrasi eleganti «ignoti vezzi sfuggono | dai manti» (vv. 40-41) e la narrazione di esempi tratti dal mito, come il riferimento ad Artemide, Venere e Bellona che, per mezzo della poesia eternatrice, da mortali divennero immortali (vv. 55-84). Nelle ultime due strofe Foscolo inserisce nel contesto la sua figura di poeta: con un riferimento al luogo che gli diede i natali, Zacinto, in cui risuona ancora la poesia di Saffo, egli si incarica di trasferire nella poesia italiana, su «l'itala grave cetra», le forme della poesia eolica, che renderanno eterna la figura dell'amica, la quale sarà adorata dalle future donne lombarde.

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