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"Le ricordanze" di Leopardi: analisi e commento del testo

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Analisi

Lettura e analisi della poesia Le ricordanze di Giacomo Leopardi, a cura di Andrea Cortellessa.
 
Nel 1829 Leopardi torna a Recanati. L'anno precedente aveva recuperato il suo rapporto con la poesia attraverso il componimento A Silvia, e questo è il momento più alto del suo entusiasmo poetico. Con la nuova libertà metrica della canzone libera anche il ritorno al suo "natio borgo selvaggio" diventa occasione di un nuovo raccoglimento e un nuovo slancio in avanti. Nella poesia Le ricordanze Leopardi mette in scena questo suo ritorno, con un confronto dialettico tra passato e presente: il passato, oggetto della ricordanza, è proiettato dal sentimento, dall'energia poetica e letteraria del presente. Il poeta, tornato nella casa paterna, ritrova immagini e sensazioni che richiamano la sua infanzia, piena di dolci illusioni, che crollarono di fronte al "vero". Il pessimismo leopardiano viene trasceso nelle immagini del passato, si perde nella memoria del poeta, che sembra diventare memoria dell'intera umanità. Nella poesia colpisce l'aspetto uditivo; i suoni sono i protagonisti del componimento: "…sotto al patrio tetto | Sonavan voci alterne…", "Viene il vento recando il suon dell’ora". Le ricordanze terminano con una nuova immagine femminile: Nerina, che come Silvia è legata a un destino di morte prematura.
 
Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.

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1829: Leopardi ha ritrovato la lingua poetica con A Silvia (scritta a Pisa) e torna a Recanati. Il momento in cui la sua evasione, la sua fuga dal "natio borgo selvaggio" sembra essersi concluso, il momento in cui la sconfitta esistenziale sembra essere più stringente, più schiacciante, ebbene questo è il momento più alto della poesia, dell'entusiasmo poetico di Leopardi, che a proposito di A Silvia aveva scritto a Paolina, la sorella, che veramente "sentiva in se stesso dei versi all'antica", con l'entusiasmo, con la forza e il vigore di una volta. Con il nuovo trovato tecnico della canzone libera, con la nuova libertà metrica e retorica, che viene sperimentata anche al ritorno nel "natio borgo selvaggio", ecco che ci può essere l'occasione di un nuovo raccoglimento ed un nuovo slancio in avanti, ed è il caso della poesia che veramente mette in scena questo ritorno nella casa avita, che è "Le ricordanze". È una poesia sempre molto amata, di cui potrò leggere solo la prima e le ultime due delle sette stanze in cui si compone. A questo proposito, giusto un anno prima, nello Zibaldone, a Firenze, Leopardi aveva scritto:"Quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente." In realtà, come abbiamo visto già nella pagina del '28 dello Zibaldone sulla doppia vista, oppure nella pagina profetica, che è l'Infinito del 1819, la dialettica è tra passato e presente. Il passato, l'oggetto della ricordanza, viene proiettato come su uno schermo magico da quello che è il sentimento del presente, da quella che è l'energia poetica e letteraria del presente. Senza questa forza del presente il passato resterebbe lettera morta ed infatti delle immagini del passato, le immagini della gloria poetica, della gloria politica, che sono oggetto dell'eterna illusione dei mortali, vengono irrise: "Fantasmi, intendo, son la gloria e l'onor; diletti e beni mero desio; non ha la vita un frutto, inutile miseria. E sebben vóti". Pessimismo leopardiano, questa sorta di nichilismo sonoro e musicale, però viene trasceso appunto nelle immagini del passato, nel perdersi, nello sprofondare come in una specie di batiscafo nelle immensità oceaniche, in quella che è la memoria individuale che finisce per attingere quasi la memoria dell'intera umanità. E non a caso appunto la scena, il proscenio, lo schermo su cui si proietta questa energia poetica, è quella del firmamento, del cielo stellato.

 

"Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato."


Una cosa che colpisce nelle Ricordanze, così come in altre poesie legate alla memoria, alla rammemorazione, in Leopardi, è l'aspetto acustico. Avevamo visto nell'Infinito il "suono delle stagioni": anche ora, sono i suoni del tempo che si fissano con maggiore forza di penetrazione nella memoria e appunto i suoni saranno protagonisti lungo il tessuto delle Ricordanze e avranno questi suoni, questi echi, queste immagini di suono, una fortuna straordinaria nella poesia delle generazioni successive. "Viene il vento recando il suon dell'ora dalla torre del borgo." Saranno infinite le riscritture delle Ricordanze, la scena stessa delle Ricordanze, questa sorta di sguardo che si sprofonda appunto nel paesaggio a partire da una posizione altolocata, quella del balcone della casa avita, avrà anch'essa una straordinaria fortuna nella poesia del '900, nella poesia della modernità. Ed appare poi nell'ultima stanza, un nuovo personaggio, una nuova incarnazione di quell'eterno femminino, muliebre, destinato appunto ad un destino crudele, a un destino di morte, un destino di sottrazione all'esistenza, che ancora una volta è il doppio dell'io lirico. Ancora una volta lo stesso personaggio, con ogni probabilità sempre Teresa Fattorini, già chiamata Silvia, che ora sempre con nome tassiano, sempre con nome preso dall'Aminta di Torquato Tasso, si chiama invece Nerina. Ed è proprio con questo principio, con questo personaggio, con questa ennesima controfigura, che le Ricordanze si chiudono con un dialogo al limitare.


“chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E' deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.”

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