Giacomo Leopardi

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Giacomo Leopardi: vita e opere

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Nel 1798 nasce Giacomo Leopardi a Recanati, che il poeta definisce "il natio borgo selvaggio", nelle Marche, una regione marginale e arretrata dello Stato Pontificio. Nasce in una famiglia aristocratica, figlio di un conte, Monaldo, e di una marchesa. Riceve fin da bambino un'educazione approfondita in diversi campi del sapere dalle lettere classiche alla scienza, avvalendosi anche della grande biblioteca paterna. Inizia a comporre versi fin dall'infanzia; famosa l'allegoria di sè come un uccello prigioniero. Si occupa di filologia, studiando, traducendo e commentando opere classiche. Scopre la filosofia illuminista e ne rimane affascinato. Nel 1815 avviene la cosiddetta "conversione letteraria" di Leopardi, dalla filologia si dedica alla composizione di testi propri, molto più evoluti di quelli giovanili. Nel 1818 Leopardi cerca di inserirsi nella polemica classico-romantica, di questo periodo il testo che rimane inedito, Discorso di un italiano intorno poesia romantica, in cui afferma la superiorità dell'immaginario classico su quello romantico. Incomincia a raccogliere i suoi pensieri, sue annotazioni di carattere letterario-filologico, filosofico. Questa raccolta diventerà nota come Zibaldone di pensieri, carte che rimarranno inedite a lungo, fino al 1898. Qui si trovano le considerazioni più profonde del poeta sulla poesia, sulla letteratura e sulla filosofia.
 
Negli anni venti dell'Ottocento pubblica le sue prime raccolte, gli Idilli (1819-1821) e le Canzoni (1820-1823). In questo stesso periodo Leopardi lascia Recanati, recandosi in viaggio a Roma. Nel 1824 la prima produzione poetica di Leopardi entra in crisi, e il giovane poeta si dedica a un'opera in prosa, le Operette Morali. Nel 1828 è costretto a tornare a Recanati, a causa di un grave disturbo agli occhi, e rimarrà nel paese natale fino al 1830. In questi due anni Leopardi compose i cosiddetti Grandi idilli, alcune delle sue poesie più conosciute: A Silvia, Il passero solitario, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Dal 1830 al 1833 si trova a Firenze, dove conosce Antonio Ranieri, giovane napoletano a cui rimarrà legato fino alla sua morte. Si innamora di una giovane nobile, Fanny Targioni Tozzetti. Passione che si conclude in una delusione, ma che gli ispira le poesie del cosiddetto Ciclo di Aspasia. Nel 1833 Giacomo Leopardi è a Napoli con Ranieri, in questa città compone i suoi ultimi Canti, La ginestra o il fiore del deserto e Il tramonto della luna. Nel 1837 le sue già precarie condizioni di salute si aggravano ulteriormente e il 14 giugno 1837 muore a trentanove anni.
 
Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.

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Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798. Recanati, quello che chiamerà "il natio borgo selvaggio" è effettivamente un luogo molto isolato nelle Marche, nella regione più marginale dello Stato Pontificio, forse la zona più conservatrice, più retriva dell’Italia nel suo momento più fondo del periodo pre-risorgimentale. E nasce in una famiglia nobile e aristocratica, suo padre è conte, Monaldo Leopardi, sua madre marchesa, Adelaide Antici. Nasce e cresce in una casa che è un maniero, dotata di una vastissima biblioteca. Si può dire che nasce in una biblioteca. Fin dalla tenera infanzia segue studi estremamente approfonditi, insieme ai fratelli Carlo e Paolina. Definirà gli anni passati dell’adolescenza, dal 1809 al 1816, i sette anni di "studio matto e disperatissimo" e fin da bambino comincia a comporre. Compone brani, capitoli, versi, tra i quali è notevole L'allegoria di sé dell’uccello prigioniero entro dipinta gabbia. Una vita che è un carcere, un "carcere studiosissimo". I libri accumulati dal conte Monaldo sono libri religiosi, filosofici, testi filologici. Leopardi cresce anche nel culto della filologia, dello studio delle letterature classiche, delle lingue classiche e traduce, versifica, volgarizza i grandi esempi della letteratura greca e latina. Ma Monaldo, che è uomo conservatore, possiamo dire anche retrivo, conserva anche nella parte più nascosta della sua biblioteca, anche i pericolosi testi degli illuministi francesi. Ed anche quelli il giovane Leopardi legge con interesse, prima per esecrarli nelle sue prime dotte dissertazioni filosofiche scritte in età adolescenziale, poi man mano per appassionarsene sempre di più. Intorno al 1815 la passione per la poesia e per la scrittura in proprio comincia a divenire predominante, quella che viene convenzionalmente definita la "conversione letteraria" di Leopardi, dalla filologia, dalla passione per la letteratura antica alla scrittura in proprio, scrittura più matura dei cosiddetti “testi puerili”. Alcuni testi che si conserveranno e che verranno raccolti dall’autore sono per esempio Le Rimembranze o L’appressamento della morte, visioni già tenebrose, cupe, che hanno molto di un immaginario che non è quello solare di una classicità piena, ma invece quello di una classicità un po’ tenebrosa, un po’ oscura. Inizia contemporaneamente un rapporto epistolare con uno studioso che conterà molto nella formazione di Leopardi, Pietro Giordani. Letterato piacentino, cultore del purismo e del classicismo, che educa Leopardi per lettera, si conosceranno solo qualche anno dopo e lo educa appunto alla massima severità negli studi e nei gusti e nelle predilezioni letterarie. E’ del 1819, guarda caso l’anno successivo, il tentativo che Leopardi fa di inserirsi all’interno della polemica tra classici e romantici. Il movimento romantico in Inghilterra e soprattutto in Germania stava avendo un grande successo e alcuni a Milano soprattutto, tentavano di importarlo in Italia. Il giovane Leopardi, in questo testo che resta inedito, Discorso di un italiano intorno poesia romantica, rinnega frontalmente l’immaginario nordico, cupo, medievale che proveniva dal nord Europa appunto, prediligendo invece, in omaggio a maestro Giordani, un immaginario limpidamente classico e solare. Ma contemporaneamente Leopardi inizia a comporre un bizzarro testo in prosa, una raccolta di pensieri, annotazioni delle più diverse di argomento inizialmente soprattutto filologico, che hanno a che fare con l’etimologia delle parole, che hanno a che fare con le letture, le più diverse che faceva in quegli anni e man mano diventano un colossale scartafaccio, dedicato proprio alla definizione della poesia, della letteratura e alla costruzione di un qualcosa che assomiglia a un sistema filosofico indipendente. Quello che prenderà il nome di Zibaldone di pensieri, più di quattromila carte manoscritte oggi conservate all’archivio della biblioteca nazionale di Napoli e che resteranno a lungo inedite, verranno pubblicate solamente nel centenario della nascita di leopardi, tra il 1898 e il 1900, quando ormai la figura di Leopardi è diventata quella di un grande maestro della letteratura italiana. Ma appunto un laboratorio invisibile della poesia come lo aveva definito, che resta segreto ed in cui troviamo le annotazioni più profonde, più interessanti, che spiegano e motivano i tentativi letterari e tentativi anche esistenziali, perché quel clima soffocante della periferia delle Marche, della più profonda provincia dell’impero evidentemente comprime esistenzialmente ma anche intellettualmente il Leopardi. Del 1819 è già un primo tentativo di fuga che fallisce miseramente di fronte all’opposizione del padre, ma in quegli anni Leopardi elabora nelle pagine dello Zibaldone anche un pensiero, una teoria propria, una teoria del piacere, dei sensi, una teoria del godimento corporeo che ormai è assolutamente incompatibile con l’ortodossia cattolica e religiosa. Man mano si sviluppa un forte pensiero materialista che Leopardi tenta di compenetrare, di rendere compatibile con l’ortodossia religiosa, la severissima ortodossia religiosa della famiglia, ma che all’altezza ormai del 1822 diventerà un aperto ateismo. Contemporaneamente Leopardi inizia a scrivere le prime grandi poesie, quelli che vengono chiamati gli Idilli e associa da un lato appunto gli idilli, come il più celebre di essi, Infinito, poesie brevi, piccole immagini come recita l’etimologia del termine che deriva dalla letteratura alessandrina, dalla letteratura greca argentea, con invece grandi canzoni classiciste, orchestrate secondo la grande metrica petrarchesca, la più precisa ed osservante fedeltà a quello che è il canone della poesia italiana che Giordani insegnava. Le prime pubblicazioni di queste poesie sono queste Canzoni, che vengono pubblicate negli anni ’20 e poi una prima raccolta di versi che è l’embrione di quella che poi diventerà la raccolta dei Cantici che esce a Bologna nel 1826. Ma prima c’è il tempo finalmente per una prima esperienza fuori dal "natio borgo selvaggio", il viaggio a Roma, la capitale del classicismo internazionale, la sede delle antiche memorie, delle antiche vestigia, che però costituisce una solenne delusione testimoniata dalle lettere ai fratelli, in particolare alla sorella Paolina. I versi di questo periodo sono ancora tutto sommato legati ai modelli classicistici e si interrompono all’altezza del 1824, quando c’è una vera e propria crisi nel sistema poetico di Leopardi che coincide con il lavoro sulla prosa, ed in particolare su una straordinaria sperimentazione di una prosa non narrativa, le Operette morali, che verranno pubblicate solo nel 1827 a Milano e che sono appunto un esempio di prosa non narrativa sospesa tra saggistica morale ed invenzione fantastica. In questi anni Leopardi tenta davvero di affrancarsi dalla fedeltà al nato borgo selvaggio, lavora per l’editore milanese Stella, si esercita in un commento a Petrarca, al grande padre del classicismo italiano e finalmente torna alla poesia solo nel 1828 con una delle poesie che, come scrive alla sorella Paolina, è composta da versi veramente all’antica, con l’entusiasmo e la freschezza dei primi anni: Risorgimento e soprattutto A Silvia. Seguono l’anno successivo Le ricordanze, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Sono i canti più celebri, quelli più distesi, quelli in cui Leopardi elabora anche una nuova poetica e nuove soluzioni formali e rivoluzionarie. Poi la conoscenza con uno strano personaggio, un amico che gli resterà fedele, ma che gli causerà anche qualche guaio, Antonio Ranieri, un avventuriero napoletano col quale appunto passa gli ultimi anni prima a Firenze e poi appunto a partire dal 1833 a Napoli. A Napoli, dove il clima è certamente più favorevole per le sue malcerte condizioni di salute, compone le Ottave satiriche dei Paralipomeni della Batracomiomachia, dove viene adombrato anche il clima politico, di tensione, tra osservanti fedeli ai regimi borbonico e austroungarico e invece i tentativi insurrezionali dei patrioti risorgimentali. E soprattutto, in quest’ultima stagione compone l’ultima operetta, il meraviglioso Dialogo di Tristano e di un amico e gli ultimi versi amorosi, quelli ispirati ad una donna di nome Fanny Targioni Tozzetti, che ispireranno il cosiddetto "Ciclo di Aspasia". Ma gli ultimissimi anni sono quelli della malattia che avanza. Gli ultimi versi, non sappiamo esattamente in quale ordine, sono quelli de La ginestra e del Tramonto della luna. Questi ultimi canti fuoriescono anche dall’ultima raccolta d’autore che viene curata dallo stesso Leopardi, la raccolta de i Canti, che esce a Napoli nel 1835, solo per essere però immediatamente sequestrata l’intera tiratura dalla polizia borbonica, cosicché la Ginestra potrà essere letta solo postuma, curata nell’edizione dei canti curata da Ranieri nel 1845. I mali avanzano, le malattie si sommano, Napoli è in preda al colera, il 14 giugno del 1837 a meno di 40 anni Leopardi muore ed i suoi resti verranno trasferiti nel 1839 nella cosiddetta tomba di Virgilio a Mergellina.

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