Carlo Goldoni

Carlo Goldoni: la vita, il teatro, le commedie

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Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 a Venezia da una famiglia borghese che attraversa notevoli difficoltà economiche, tanto che il padre Giulio, pur senza aver mai conseguito al laurea, esercita la professione di medico per l’Italia centro-settentrionale per riuscire a sostentare moglie e figli. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono allora itineranti per Carlo che, insieme alla madre, raggiunge il genitore a Perugia nel 1719: qui Carlo studia prima presso i Gesuiti poi a Rimini dai Domenicani, ma subita  si palesa la sua grande insofferenza per l’insegnamento tradizionale, a cui si affianca invece una spiccata passione per il teatro, tanto che egli, dopo alcune prime prove a Perugia e Siena, si aggrega alla compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia, città nei pressi di Venezia dove viveva la madre. Sono anni di spostamenti e di studi interrotti: l’iscrizione prima a Milano (1722) e poi a Pavia (1723), presso il prestigioso Collegio Ghislieri si rivelano un fallimento, tanto che Carlo è addirittura espulso dal collegio pavese per una piccante satira sui costumi delle ragazze di città, Il colosso. Negli anni seguenti, tra Udine , Gorizia, Modena, Vipacco (oggi in Slovenia), ancora Chioggia, Feltre, Goldoni cerca di conciliare la traballante carriera di studente con quella, in corso di formazione, di attore ed autore teatrale (con una particolare attenzione per la produzione comica).

Una prima volta arriva nel 1731: la morte improvvisa del padre carica sulle spalle di Goldoni la responsabilità del mantenimento della famiglia, così che egli termina gli studi di legge a Padova e, sfuggito ai creditori veneziani, si stabilisce inizialmente a Milano, dove proseguono comunque i suoi tentativi di entrare concretamente nel mondo del teatro. Carlo, pressato dalle necessità economiche, alterna la scrittura di melodrammi (genere di gran successo all’epoca) con i primi esperimenti in prosa, anche se il primo buon successo lo riscuote una tragicommedia in versi, intitolata Belisario, scritta per Giuseppe Imer (1700-1758), attore e capocomico veneziano. Nel frattempo, nel 1736, Carlo incontra e sposa Nicoletta Connio. La via verso la futura commedia goldoniana vede qui i suoi primi tasselli: il Momolo cortesan (intitolato anche L’uomo di mondo, 1738) è il suo primo testo in cui la parte del protagonista è interamente scritta dall’autore, a differenza di quelle dei personaggi secondari, che obbedivano ancora al canone dell’improvvisazione tipico della Commedia dell’Arte. Questo proposito di profondo rinnovamento della commedia e delle modalità della sua produzione, che si riscontra anche nei testi coevi del Momolo sul Brenta e de Il mercante fallito, prosegue fino alla Donna di garbo del 1743, dove tutti i ruoli sono di mano autoriale, e non c’è spazio per l’invenzione degli attori. Le difficoltà economiche tuttavia costringono Goldoni a riprendere le peregrinazioni: in quell’anno egli fugge a Rimini e poi a Pisa, dove l’autore, entrato pure a far parte dell’Arcadia, si dedica alla professione legale.

Nel 1745 il capocomico Girolamo Medebach (1706-1790) offre a Goldoni un contratto fisso presso il Teatro Sant’Angelo di Venezia per la messa in scena di circa quaranta commedie, che costituiscono il primo nucleo della riforma teatrale goldoniana: qui ritroviamo infatti le parti interamente “scritte” dall’autore e non delegate all’inventiva degli attori, l’attenzione alla realtà contemporanea e alla funzione critica del teatro, il rifiuto dell’inverosimiglianza delle trame e delle “maschere” convenzionali della Commedia dell’Arte 1. Sono anni di successi e di importanti lavori (l’Uomo prudente, 1748; La putta onorata, 1749; La famiglia dell’antiquario, 1750) ma anche di accese polemiche, sia con gli attori (restii ad obbedire alle parti “scritte” di Goldoni) sia con l’abate Pietro Chiari (1711-1785), che sarà il principale avversario (dal punto di vista teorico ed anche al botteghino) di Carlo Goldoni. È così il biennnio 1750-1751 quello più produttive: ad ottime commedie (tra le altre, Le femmine puntigliose, La bottega del caffè, Il bugiardo, Le donne gelose) si affianca il primo, grande capolavoro goldoniano, La locandiera (1753), che impone nell’immaginario collettivo il personaggio di Mirandolina. Peggiorati tuttavia i rapporti con Medebach, Goldoni si trasferisce al teatro San Luca, complice anche un mutamento del gusto del pubblico veneziano, che si allontana in parte dai propositi riformisti del teatro goldoniano. In questo periodo, in cui hanno maggior successo commedie di costume di ambientazione esotica (dal Medio Oriente persiano all'Europa del Nord fino al mito del “buon selvaggio”), Goldoni riscuote più consensi critici nelle commedie “popolari” (come Le massere, del 1755, e soprattutto Il campiello del 1756).

La crisi personale e creativa del 1758-1759, durante la quale Goldoni soggiorna pure a Roma, è però il preludio alla principale stagione del suo teatro: nel volgere di pochi anni si succedono infatti i Rusteghi (1760), i testi che vanno sotto il nome di “trilogia della villeggiatura” (Le smanie della villeggiatura, Le avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura, tutti del 1761), il Sior Todero brontolon (1762), Le baruffe chiozzotte (1762). È in questi testi che la riforma goldoniana della commedia si sposa al meglio con i suoi intenti etici di critica al degrado dei costumi della borghesia, o alla messa in scena della realtà quotidiana dei popolani più semplici. Questa fase artistica si chiude nella primavera del 1762: Goldoni si trasferisce a Parigi, su invito della Comédie Italienne e nella speranza di trovare un clima e un pubblico più favorevoli al suo teatro. Tuttavia, la situazione è ben differente: anche nella capitale francese, la richiesta è per commedie leggere e disimpegnate, ricche di effetti comici e colpi di scena, e la preferenza va ai canovacci (e non alle commedie “scritte” goldoniane) che privilegino il ruolo libero degli attori. Goldoni riesce a riaffermare le proprie idee di poetica solo in pochi testi, come Il ventaglio (1763), che tuttavia sono un insuccesso di botteghino. Gli ultimi anni di vita caratterizzati da molte difficoltà: ritiratosi dalle scena nel 1772, Goldoni usufruisce di una modesta pensione per il suo ruolo di precettore a Versailles (che verrà poi abolita dall’Assemblea Legislativa) e si dedica, dal 1784, alla stesura della sua autobiografia, i Mémoires. Malato e in miseria, Carlo Goldoni si spegne nel febbraio del 1793.

1 Il progetto è espresso chiaramente, sfruttando lo stratagemma del “teatro nel teatro”, nel Il teatro comico, manifesto della poetica goldoniana.

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