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Pascoli, "Il bove": testo e parafrasi

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Parafrasi

Analisi

Pubblicato per la prima volta sulla «Vita Nuova» del 2 marzo 1890, venne poi raccolto in Myricae fin dal’edizione del 1892 nella sezione In campagna. Il titolo del componimento è uguale a una poesia di Carducci, ma ci sono differenze sostanziali fra le due poesie: Il bove di Carducci è una figura possente nella campagna soleggiata ed è espressione di realismo; al contrario Il bove pascoliano è invece un animale malinconico, calato in una realtà inquietante e dominata dal mistero, che stravolge e deforma la realtà circostante delle cose attraverso i suoi grandi occhi.

Metro: sonetto di endecasillabi con schema ABBA ABBA CDE CDE.

Al rio sottile, di tra vaghe brume 1,
guarda il bove, coi grandi occhi: nel piano
che fugge, a un mare sempre più lontano
migrano l'acque d'un ceruleo fiume 2;

ingigantisce agli occhi suoi, nel lume
pulverulento, il salice e l'ontano;
svaria su l'erbe un gregge a mano a mano,
e par la mandra dell'antico nume 3.

ampie ali aprono imagini grifagne 4
nell'aria; vanno tacite chimere 5,
simili a nubi, per il ciel profondo 6;

Il sole immenso 7, dietro le montagne
cala, altissime: crescono già, nere,
l'ombre più grandi 8. d'un più grande mondo 9.

Il ruscello sottile, attraverso nebbie diffuse,
guarda il bove, con gli occhi grandi: nella pianura
che si estende, le acque di un fiume azzurro
vanno verso un mare sempre più lontano;

I suoi occhi ingigantiscono, nella luce
percorsa dal pulviscolo, il salice e l’ontano;
sull’erba trascorre lento [davanti ai suoi occhi] un gregge,
e sembra la mandria dell’antico dio Pan:

le ampie ali degli uccelli trasmettono [al bove]
immagini di grifoni rapaci nell’aria; silenziose chimere,
simili alle nuvole, si spostano per il cielo ormai sempre più scuro;

L’immenso sole cala dietro le montagne altissime:
e già crescono le ombre nere, ombre più grandi e scure
di un mondo più grande anch'esso che le ospita.

1 vaghe brume: l'espressione, che allude al levarsi delle nebbie e quindi al paesaggio indefinito e misterioso agli occhi del "bove", è già sintomatica del diverso contesto in cui Pascoli ambienta la propria poesia rispetto alla solare e serena campagna toscana del testo carducciano.

2 d'un ceruleo fiume: si noti come la descrizione paesaggistica di Pascoli si appoggi su pochi dati essenziali e posti in rilievo, colti quasi come dei frammenti dell'occhio del bue (v. 5): la "fuga" del fiume e il colore azzurro ("ceruleo") delle sue acque e, più avanti, le piante (v. 6), il prato ("l'erbe", v. 7) e "la mandria" (v. 8).

3 dell'antico nume: allusione al dio della mitologia greca Pan, il dio pastore la cui citazione rimanda alla profonda cultura classica di Pascoli.

4 imagini grifagne: lo sguardo del bove trasforma dei normali uccelli in immagini di grifoni, esseri alati mitologici e mostruosi. Anche qui, lo sguardo del bove diventa lo strumento per una resa allucinata e straniante della realtà.

5 tacite chimere: mostri mitologici con la testa di leone, il corpo di capra e la coda di drago; anche queste immagini sono effetto della visione distorta del bove.

6 il ciel profondo: ne Il bove pascoliano, il dato atmosferico è sempre importante per generare la sottile inquietudine del componimento: all'alzarsi delle "vaghe brume" del v. 1 si passa ora al momento del crepuscolo, e alla discesa delle tenebre

7 il sole immenso: tipica dello sguardo del bove e della sua pupilla è la deformazione prospettica dello spazio, cui però Pascoli aggiunge un sovrasenso simbolico: il mondo è un'entità sconosciuta, gigantesca e, quindi, inquietante

8 l'ombre più grandi: le grandi ombre che sovrastano il mondo sono una buona metafora dell’inconoscibilità del reale

9 Nell'ultima terzina - oltre all'insistenza sul dato cromatico delle ombre "nere" e "scure" che calano sul mondo, è da notare la spezzatura della sintassi ordinaria e della disposizione di soggetti, verbi e aggettivi. Il tutto crea un effetto di rallentamento che contribuisce a comporre il panorama di chiusura del sonetto.

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