Letteratura inglese

John Keats, “Ode on a Grecian urn”: traduzione e analisi

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Introduzione

 

John Keats (1795-1821) è tra i poeti romantici inglesi più noti e acclamati di sempre ed è oggi considerato un “mito letterario” anche grazie ad alcuni drammatici eventi della sua vita. Keats infatti, che proviene da una famiglia non colta, perde entrambi i genitori in giovanissima età (il padre a otto anni e la madre a quattordici) e viene allevato da dei tutori. Keats entra poi nel circolo letterario di James Leigh Hunt, che si rivelerà fondamentale per lo sviluppo della sua poetica. Il poeta dedica infatti tutta la propria esistenza all’arte e alla poesia, sacrificando a essa se stesso e rinunciando anche a sposare l’amatissima Frances “Fanny” Brawne per motivi economici e per proprie le precarie condizioni di salute. Dopo la morte del fratello nel 1818, due anni più tardi anche Keats si ammala di tubercolosi e, dopo essersi trasferito a Roma, muore nel 1821 1, a soli ventisei anni. Tra le sue opere principali - oltre alla Ode on a Grecian urn - si possono ricordare i poemi Hyperion (Iperione), The Eve of St. Agnes (La vigilia di Sant’Agnese) e La Belle dame sans merci (La bella signora senza pietà) oltre alle odi To a nightingale (A un usignolo), Alla malinconia (Ode on Melancholy) e All’autunno (To Autumn), tutti composti nel giro di pochissimi anni di attività letteraria.

La totale dedizione di Keats all’arte come manifestazione della bellezza (elemento che ha fatto di lui un “mito” per i poeti romantici e un riferimento assai influente anche per gli artisti dei periodi successivi) appare chiaramente fin dal primo verso dell’Endimione, un lungo poema allegorico sulla ricerca di un ideale amore femminile pubblicato da Keats nel 1818, dove si afferma:

A thing of beauty is a joy for ever 2.

Proprio in virtù di questo amore per la bellezza, che si intreccia con la sensibilità romantica e con l’acuta percezione della precarietà dell’esistenza umana, in Keats è evidente l’ammirazione per l’arte dell’antica Grecia, che l’autore si recava spesso ad ammirare nelle sale del British Museum. Forse proprio dall’osservazione dei marmi del Partenone esposti al museo londinese nasce l’Ode su un’urna greca, pubblicata nel 1819.

 

Analisi

 

L’Ode su un’urna greca rappresenta in realtà un paradosso della poesia romantica poiché non contiene nessuno dei tipici temi romantici come la natura, la vita di persone comuni, il magico o il soprannaturale, né racconta di amori o avventure esotici. Il tema dell’Ode semmai è la ricerca della permanenza e dell’immortalità, che per Keats si possono trovare solo nell’arte, la quale, a differenza di tutte le cose umane, non è mutevole. L’idea riprende dunque la tematica, cara già a Shakespeare, dell’arte come sola alternativa alla morte e unica immortalità possibile. L’arte però non ha un potere intrinseco; Keats descrive infatti l’urna come “fredda”. È invece l’immaginazione del poeta a dar vita al vaso e a far rivivere i personaggi rappresentati su di esso. È solo attraverso l’immaginazione - e non i sensi fisici - che secondo Keats possiamo raggiungere la perfezione 3.

L’ode è dunque il canto dedicato alla bellezza di un manufatto senza tempo, ovvero un’urna greca decorata con motivi classici, che diviene simbolo dell’eternità proprio per il potere dell’immaginazione. Due scene vengono descritte nel testo: una in cui un giovane cerca di baciare una fanciulla mentre alcuni musici suonano tamburelli e strumenti a fiato sullo sfondo di una festa dionisiaca; l’altra in cui un sacerdote sta conducendo una giovenca al sacrificio. Ciò che affascina Keats è il fatto che l’arte poetica sia in grado di presentare un mondo ideale fissandone le azioni e i gesti (il bacio, il sacrificio) in una emozione particolare, che la poesia rende eterna in quanto espressione di bellezza. Il giovane che tenta di baciare la fanciulla non la bacerà mai, ma resterà in attesa in quell’immensa trepidazione che precede il bacio. La bellezza della giovane, la passione del ragazzo, il piacere dato dalla musica e i rami in fiore resteranno fissati in eterno in quell’istante (vv. 18-20: “yet, do not grieve; | she cannot fade, though thou hast not thy bliss, | for ever wilt thou love, and she be fair!”). Allo stesso modo, l’allusione al sacrificio rituale dell’animale evoca un mondo lontanissimo nello spazio e nel tempo, intangibile e immutabile (vv. 38-40: “And, little town, thy streets for evermore | will silent be; and not a soul, to tell | why thou art desolate, can e'er return”).

A questo proposito, in una lettera del dicembre 1817 Keats afferma di aver compreso quale sia l’abilità fondamentale per comporre un testo letterario: si tratta della “negative capability”, ovvero la capacità di restare nell’incertezza e nel dubbio senza voler per forza raggiungere la ragione, presentando cioè nei propri versi situazioni ambigue, vaghe, misteriose e anche paradossali. Questo concetto è tra le tematiche chiave dell’Ode su un’urna greca, che in molti versi ritrae figure misteriose e sconosciute che compiono gesti non del tutto comprensibili, e si esprime perfettamente nei due versi che chiudono l’ode:

“Beauty is truth, truth beauty”, - that is all
Ye know on earth, and all ye need to know 4

La rappresentazione vaga e misteriosa consente di lasciar agire l’immaginazione - il che rientra perfettamente nello spirito romantico che ritroviamo anche in Coleridge (The rime of the Ancient Mariner) e Wordsworth - che attraverso l’opera d’arte ci conduce in mondi migliori, più belli e dunque più veri di quello reale. Dal punto di vista strutturale, l’ode si suddivide in tre parti: l’introduzione, corrispondente alla prima strofa, il corpo centrale (la seconda, terza e quarta strofe) e la conclusione, coincidente con gli ultimi dieci versi. Nella prima parte Keats introduce il tema dell’intangibilità dell’arte, che supera il tempo (vv. 1-6) e che stimola le domande senza risposta del poeta su cosa sia raffigurato sull’anfora greca (vv. 7-10). La tensione poetica culmina nel termine “ecstasy” (v. 10), che è simbolo dello slancio immaginativo del poeta che così supera e trasfigura la realtà presente. Nelle tre strofe centrali (vv. 11-40) Keats sviluppa le due brevi scenette narrative dei due amanti e del sacerdote che conduce la giovenca al sacrificio; il tema è quello del potere dell’immaginazione che supera le nostre sensazioni concrete (vv. 11-12: “heard melodies are sweet, but those unheard | are sweeter”). Ciò che è artisticamente perfetto, è dunque statico e immobile; i due amanti saranno davvero felici solo quando il loro amore si svincolerà dalle contingenze umane (vv. 28-30: “All breathing human passion far above, |that leaves a heart high-sorrowful and cloy'd, | a burning forehead, and a parching tongue”). Sia la vicenda dei due amanti che quella del sacerdote (vv. 31-40) sono dei limpidi esempi della “negative capability” di Keats: più che lo sguardo razionale sul mondo l’espressione poetica deve privilegiare ciò che vi è di indeciso e indeterminato nella realtà (vv. 38-40: “And, little town, thy streets for evermore | will silent be; and not a soul to tell | why thou art desolate, can e'er return”). Compito del poeta è anzi entrare in questa indeterminatezza e tradurla in una forma artistica e non piuttosto spiegarla in modo coerente e comprensibile.

L’ultima strofa, che si apre con un appello alla “forma attica” dell’urna, completa dunque il percorso di Keats: la perfezione dell’urna è silenziosa e fredda come l’eternità e “supera” la realtà contingente (vv. 44-45: “Thou, silent form, dost tease us out of thought | as doth eternity: Cold Pastoral!”); ciò che resta all’uomo - e ciò che gli deve bastare - è la rivelazione conclusiva, che è anche il senso profondo della Ode on a Grecian urn.

Dal punto di vista stilistico in Keats - che ricorda Shakespeare e Milton per l’utilizzo puntuale della tradizione classica e per la capacità di aderire al tempo stesso alla sensibilità del suo tempo - la poesia romantica inglese trova una delle sue espressioni più alte. Ciò che caratterizza Keats è infatti la totale maestria nello stile, che si concretizza in un verso melodico e in un linguaggio raffinato ed ipnotico, ricco di arcaismi. Nell’Ode su un’urna greca la lingua è legata soprattutto alla sfera dei sensi (in particolare la vista e l’udito) che si contrappone alla mondo dell’immaginazione (si vedano i vv. 12-14: “therefore, ye soft pipes, play on; | not to the sensual ear, but, more endear'd, | pipe to the spirit ditties of no tone”). Sono frequenti le figure di suono, come assonanze e allitterazioni, ma anche le apostrofi e le domande retoriche rivolte a se stesso o ai personaggi.

 

Traduzione

 

Metro: lo schema metrico dell’ode è quello di un’ode pindarica irregolare. L’Ode on a Grecian urn è infatti composta da 5 strofe di 10 versi decasillabi a rima alternata ABAB seguiti da una combinazione di altre tre rime CDE CDE (l’ode pindarica classica prevedeva invece 3 strofe da 12 versi ciascuna).

 

Thou still unravish'd bride of quietness,
    thou foster-child of Silence and slow Time,
sylvan historian, who canst thus express
    a flowery tale more sweetly than our rhyme:
what leaf-fringed legend 5 haunts about thy shape
    of deities or mortals, or of both,
         in Tempe or the dales of Arcady 6?
    What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
    What pipes and timbrels? What wild ecstasy?

Heard melodies are sweet, but those unheard
    are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
not to the sensual ear 7, but, more endear'd,
    pipe to the spirit ditties of no tone 8:
fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
    thy song, nor ever can those trees be bare;
         bold Lover, never, never canst thou kiss,
though winning near the goal - yet, do not grieve;
         she cannot fade, though thou hast not thy bliss,
    for ever wilt thou love, and she be fair!

Ah, happy, happy boughs! That cannot shed
    your leaves, nor ever bid the Spring adieu;
and, happy melodist, unwearied,
    for ever piping songs for ever new;
more happy love! More happy, happy love!
    For ever warm and still to be enjoy'd,
         for ever panting, and for ever young;
all breathing human passion far above 9,
    that leaves a heart high-sorrowful and cloy'd,
         a burning forehead, and a parching tongue 10.

Who are these coming to the sacrifice?
    To what green altar, o mysterious priest,
lead'st thou that heifer lowing at the skies,
    and all her silken flanks with garlands drest?
What little town by river or sea-shore,
    or mountain-built with peaceful citadel,
         is emptied of its folk, this pious morn?
And, little town, thy streets for evermore
    will silent be; and not a soul, to tell
         why thou art desolate, can e'er return.

O Attic shape 11! Fair attitude 12! With brede 13
    of marble men and maidens overwrought,
with forest branches and the trodden weed;
    thou, silent form! dost tease us out of thought
as doth eternity: Cold Pastoral!
    When old age shall this generation waste,
         thou shalt remain, in midst of other woe
    than ours, a friend to man, to whom thou say'st,
“Beauty is truth, truth beauty” 14, - that is all
         ye know on earth, and all ye need to know.

Tu sposa della quiete, ancora inviolata,
    tu figlia adottiva del Silenzio e del lento Tempo,
narratrice delle selve, che puoi quindi narrare
    una raffinata storia più dolcemente di quanto fanno le mie rime:
quale leggenda vive, ornata di foglie, nelle tue forme
    di divinità e mortali, o entrambi,
         a Tempe o nelle vallette d’Arcadia?
    Che uomini e che dei sono questi? Quali fanciulle ritrose?
Quale folle ricerca? Quale tentativo di fuga?
         Quali flauti e tamburi? Quale estasi selvaggia?

Le melodie udite son dolci, ma quelle che non si sentono
    lo sono ancora di più; quindi, dolci flauti,
continuate a suonare, non per il l’udito, ma, ancora più caro,
    suonate per lo spirito canzoni senza suono:
bel giovane, sotto gli alberi, non puoi cessare
    la tua canzone, né mai saranno spogli quegli alberi;
         amante audace, non potrai mai, mai baciarla
anche se sei così prossimo al tuo obiettivo - eppure, non temere;
         lei non può scomparire, anche se non raggiungi la tua gioia,
    tu amerai per sempre, e lei sarà per sempre bella.

Ah felici, felici rami! Che non potete perdere
    le foglie, e non direte mai addio alla primavera;
e, felice suonatore, mai stanco,
    che intonerai per sempre musiche sempre nuove;
ancor più felice amore! Più felice, felice amore!
    Per sempre caldo e ancora da godere,
         per sempre ansimante, e per sempre giovane;
siete superiori a ogni viva passione umana,
    che lascia il cuore afflitto e nauseato,
         la fronte in fiamme, e la lingua arida.

E chi sono costoro che vanno al sacrificio?
    A quale verde altare, oh sacerdote misterioso,
conduci quella giovenca che muggisce al cielo,
    coi lisci fianchi adornati di ghirlande?
Quale piccolo paese sul fiume, o sul mare,
    o quale pacifica cittadella inerpicata sui monti
         si è svuotata dei suoi abitanti in questo sacro mattino?
Piccolo villaggio, le tue strade saranno per sempre
    silenziose; e nessuno potrà mai tornare
         a dire perché tu sei desolato.

Oh, forma attica! Posa bella! Con un’elaborata
    decorazione di uomini e fanciulle marmoree,
coi rami della foresta e le erbe calpestate;
    tu, forma silenziosa! Che ci fai perdere la ragione
come fa l’eternità: fredda pastorale!
    Quando la vecchiaia devasterà questa generazione,
         tu resterai, in mezzo ad altri dolori
    diversi dai nostri, amica dell’uomo, a cui dicesti,
“Bellezza è verità, verità bellezza”, - questo è tutto
    ciò che sapete sulla Terra, ed è tutto ciò che vi occorre sapere.

1 La sua sorte ricorda quella di altri due grandi poeti romantici: Percy Bysshe Shelley (1792-1822), autore della Ode to the West Wind, e Lord Byron (1788-1824).

2 Endymion, v. 1 (“Una cosa bella è una gioia eterna”). Questo verso è tanto noto da essere spesso ripreso nei contesti più svariati, come nel film Mary Poppins del 1964, dove è Mary a dirlo ai due bimbi estraendo una pianta dalla sua borsa.

3 Vicino a questo tipo di sensilbilità, a metà strada tra valori neoclassici e suggestioni romantiche, sarà la poesia di Ugo Foscolo (1778-1827), in particolare il suo carme Dei Sepolcri e l’incompiuto poema Le Grazie.

4 Traduzione: “Bellezza è verità, verità bellezza”, - questo è tutto ciò che sapete sulla Terra, ed è tutto ciò che vi occorre sapere.

5 leaf-fringed legend: si riferisce a scene bordate di motivi floreali o a foglie, molto usate sui vasellami antichi.

6 in Tempe or the dales of Arcady: Si tratta di ambientazioni tradizionali della poesia pastorale: Tempe è un toponimo della Tessaglia, antica regione della Grecia celebre per la sua paradisiaca bellezza, mentre l’Arcadia è un’altra regione greca, trasfigurata letterariamente fin dall’antichità come un Eden terrestre dove l’uomo vive in pacifica armonia con la Natura. La terra di Arcadia, cui si collega il topos del locus amoenus, è ambientazione tipica per la poesia bucolica di Virgilio (come nella prima Bucolica e nella quarta Bucolica) e di Teocrito, e poi nella Arcadia di Jacopo Sannazaro e nell’Accademia dell’Arcadia.

7 not to the sensual ear: questo “sensual ear”, legato al puro senso dell’udito, ricorda l’occhio interiore di Wordsworth in I wandered lonely as a cloud.

8 ditties of no tone: le “canzoncine” (ditties) cui allude il poeta non possono essere sentite se non con l’immaginazione, poiché l’urna è ovviamente silenziosa.

9 L’amante raffigurato sull’urna è superiore a qualsiasi passione umana e fisica: “breathing” si riferisce proprio alla fisicità umana vivente, contrapposta alla rappresentazione artistica. In Keats, l’immaginazione e la poesia costituiscono sempre un livello superiore a quello della realtà, percepita come deludente o incompleta o dolorosa.

10 Nei due versi che chiudono la strofa, Keats descrive gli effetti crudeli e drammatici della passione amorosa, cui si contrappone invece la purezza e l’intoccabilità degli amanti raffigurati sull’urna.

11 O Attic shape: il riferimento è all’Attica, la regione greca in cui sorge la città di Atene, metafora della classicità elegante, semplice e pura.

12 attitude: Keats usa il termine tecnico della danza per descrivere la “posa” di uno dei personaggi raffigurati.

13 with brede: cioè con una decorazione a motivi intrecciati, tipica dell’epoca greca. Queste specifiche terminologiche sono un indizio del sincero interesse e della devozione di Keats per l’arte classica.

14 Beauty is truth, truth beauty: la frase è un ulteriore richiamo alal Grecia classica, attraverso l’identificazione di ciò che è bello con ciò che è vero. In questo senso la bellezza possiede per Keats un valore etico per l’uomo: la ricerca della bellezza va a coincidere con la scoperta della verità, l’unica intelleggibile per l’individuo mortale. Riecheggia qui l’ideale antico, formulato proprio all’interno della cultura greca, del connubio perfetto di etica ed estetica, cioè del kalòs kai agathòs (in greco καλὸς καὶ ἀγαθός, “bello e buono”). Ad un livello più superficiale, ciò che “occorre sapere” all’uomo è che (con un atteggiamento che troveremo anche in Ugo Foscolo) la contemplazione della bellezza ha una funzione consolatoria per le delusioni della vita.

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