Giuseppe Parini

Parini, "La caduta": parafrasi del testo

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L’ode La caduta venne originariamente composta nel 1785, in seguito ad un fatto realmente accaduto al poeta (una caduta per le strade di Milano, dovuta anche alle precarie condizioni fisiche),all’epoca cinquanteseienne; il testo cominciò a circolare in prima edizione nel gennaio 1786, tuttavia il titolo attuale è definitivo solo dall’edizione delle Odi pariniane del 1791.


Metro: strofa di tre settenari e un endecasillabo a rime piane alternate. Schema abaB.

 

 

Quando Orïon 1 dal cielo
declinando imperversa;
e pioggia e nevi e gelo
sopra la terra ottenebrata versa,

me spinto ne la iniqua
stagione, infermo il piede 2,
tra il fango e tra l’obliqua
furia de’ carri la città gir vede 3;

e per avverso sasso
mal fra gli altri sorgente 4,
o per lubrico passo
lungo il cammino stramazzar sovente 5.

Ride il fanciullo; e gli occhi
tosto gonfia commosso,
che il cubito o i ginocchi
me scorge 6 o il mento dal cader percosso.

Altri accorre; e: oh infelice
e di men crudo fato
degno vate! mi dice;
e seguendo il parlar, cinge il mio lato

con la pietosa mano;
e di terra mi toglie;
e il cappel lordo 7 e il vano
baston 8 dispersi ne la via raccoglie:

te ricca di comune 
censo la patria loda 9;
te sublime, te immune
cigno da tempo che il tuo nome roda

chiama gridando intorno 10;
e te molesta incìta
di poner fine al Giorno 11,
per cui cercato a lo stranier ti addita.

ed ecco il debil fianco
per anni e per natura
vai nel suolo pur anco
fra il danno strascinando 12 e la paura:

né il sì lodato verso
vile cocchio ti appresta,
che te salvi a traverso
de’ trivii dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima 13! prendi
prendi novo consiglio,
se il già canuto intendi
capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai, 
non amiche, non ville,
che te far possan mai
nell’urna del favor preporre a mille 14.

Dunque per l’erte scale
arrampica qual puoi;
e fa gli atrj e le sale
ogni giorno ulular de’ pianti tuoi 15.

O non cessar di porte
fra lo stuol de’ clienti,
abbracciando le porte 16
de gl’imi, che comandano ai potenti;

e lor mercé penètra
ne’ recessi de’ grandi;
e sopra la lor tetra
noja le facezie e le novelle spandi 17.

O, se tu sai, più astuto
i cupi sentier trova
colà dove nel muto
aere il destin de’ popoli si cova;

e fingendo nova esca 
al pubblico guadagno,
l’onda sommovi, e pesca
insidioso nel turbato stagno 18.

Ma chi giammai potrìa
guarir tua mente illusa,
o trar per altra via
te ostinato amator de la tua Musa? 19

Lasciala: o, pari a vile
mima, il pudore insulti,
dilettando scurrile
i bassi genj dietro al fasto occulti 20.

Mia bile, al fin costretta,
già troppo, dal profondo
petto rompendo, getta
impetuosa gli argini; e rispondo:

chi sei tu, che sostenti
a me questo vetusto
pondo 21, e l’animo tenti
prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.

Buon cittadino, al segno
dove natura e i primi
casi ordinàr, lo ingegno
guida così, che lui la patria estimi.

Quando poi d’età carco
il bisogno lo stringe,
chiede opportuno e parco
con fronte liberal 22, che l’alma pinge.

E se i duri mortali
a lui voltano il tergo,
ei si fa, contro ai mali,
della costanza sua scudo ed usbergo.

Né si abbassa per duolo,
né s’alza per orgoglio 23.
e ciò dicendo, solo
lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.

Così, grato ai soccorsi,
ho il consiglio a dispetto;
e privo di rimorsi,
col dubitante piè torno al mio tetto 24.

Quando la costellazione di Orione
tramontando porta con sé il brutto tempo;
e riversa pioggia e neve e gelo
sopra la terra oscurata dalle nubi,

Milano mi vede camminare, costretto 
a uscire nella stagione sfavorevole,
con le gambe sofferenti,
nel fango e tra la corsa dei carri disordinata;

e, a causa di un sasso a me nemico
e sporgente rispetto agli altri,
o per un tratto di strada scivoloso,
spesso mi vede cadere a terra rovinosamente.

Ride il fanciullo; e tuttavia subito i suoi occhi
si riempiono di lacrime per la commozione,
poiché vede che mi sono ferito, cadendo,
il gomito o il ginocchio o il mento.

Un passante si avvicina, e: “Oh sfortunato
poeta e degno di un destino
meno avverso!” mi dice;
e continuando a parlare, mi abbraccia

con la sua mano pietosa;
e mi solleva da terra;
e il cappello sporcatosi e l’inutile
bastone, caduti nella via, raccoglie:

La patria, colma di denaro
pubblico, ti loda;
ti chiama a gran voce poeta sublime
e il cui nome il tempo

non può corrompere;
e fastidiosamente ti incita
a terminare il tuo poema Il Giorno,
ti indica agli stranieri che ti cercano.

Ed ecco che per la vecchiaia e per la
malattia il tuo debole corpo
vai portando in giro
tra il dolore per la caduta ed altre paure:

e la tua tanto lodata poesia non 
ti permette neppure un’umile carrozza,
che ti protegga in mezzo agli incroci
dove c’è più pericolo.

Anima fiera e sdegnosa! Matura
un nuovo atteggiamento,
se vuoi sottrarre la tua testa canuta
ad un pericolo maggiore.

Non hai parenti benestanti, 
protettriciluoghi in cui essere ospitato,
che possano mai farti anteporre.
ad altri mille nell’assegnazione dei benefici.

Dunque cerca di arrampicarti per quanto puoi 
su scale molto alte e faticose;
e fai in modo che le sale e le altre persone
ogni giorno riecheggino i tuoi lamenti.”

O non smettere di insinuarti
fra l’insieme dei “parassiti”,
supplicando persone che, nonostante
le umili origini, hanno influenza sui potenti;

e grazie a loro entra nelle 
stanze più intime dei potenti;
e allevia la loro noia cupa
con facezie e storie salaci.

O, se tu ne sei capace
trova il modo di entrare nelle stanze
dove, nel segreto,
si decide il destino dei popoli;

e proponendo un nuovo modo
per aumentare le entrate,
crea confusione, e con l’inganno
approfittane a tuo vantaggio.

Ma chi mai potrà guarire
la tua mente idealista,
o portare su un’altra via
te, poeta ostinato ed amante della Musa?

Lasciala: o, simile ad una vile commediante,
non curarti del pudore e rallegra
con composizioni scurrili i desideri volgari
dei potenti nascosti dietro le loro false apparenze”.

La mia indignazione, già fin troppo
trattenuta, prorompendo dal profondo
del petto, sfonda
i confini; e rispondo:

“Chi sei tu, che sostieni il 
peso del mio vecchio
corpo, e tenti di prostare a terra il mio animo?
Sei umano, ma non sei corretto.

Il buon cittadino, tenuto in considerazione
dalla patria, rivolge così la sua intelligenza
verso dove lo indirizzarono
la natura e i primi fatti della vita,

Quando poi a causa dell’età il bisogno
lo mette in difficoltà, chiede aiuto
in maniera opportuna e discreta con una dignità
da uomo libero che ben esprime ciò che prova.

E se gli uomini insensibili
gli hanno voltato le spalle,
egli si crea, contro le cattiverie,
uno scudo e una corazza con la sua costanza.

Né si piega per dolore
né si alza per orgoglio.”
e dicendo questo, da solo mi allontano dal
passante, e mi allontano da lui, sdegnato.

Così, grato per l’aiuto, 
non accetto il consiglio,
e privo di rimorsi,
torno a casa sempre incerto nel camminare.

 

1 La costellazione di Orione prende il proprio nome da un cacciatore della Boezia che si innamorò di Diana, la quale lo uccise; Giove lo trasformò poi nella costellazione omonima, detta appunto anche “il cacciatore”. Qui la perifrasi sta a designare la stagione invernale, quando Orione è meglio visibile in cielo.

2 infermo il piede: Parini soffrì sin dall’infanzia di una malattia nervosa agli arti inferiori, che ne limitò la capacità di camminare.

3 Costruzione: “la città me vede gir spinto ne la iniqua stagione, infermo il piede, tra il fango e l’obliqua furia dei carri”. La sintassi è modellata sullo stile del latino, per conferire dignità e sotenutezza all’ode “civile” del poeta.

4 e per avverso sasso | mal fra gli altri sorgente: si noti anche qui l’accurata scelta e disposizione degli aggettivi.

5 stramazzar sovente: biografi pariniani sottolineano che, oltre alla circostanza effettiva della caduta, probabilmente l’ode è stata anche suggerita a Parini dalla mancata concessione di un beneficio ecclesiastico da parte dell’oratorio di Santa Maria Assunta di Lentate, nei pressi di Cantù. In quella circostanza, Parini si era visto scavalcato da tale abate conte Cesare Melzi, “raccomandato” dalla potente famiglia aristocratica. La “caduta” vuole essere quindi anche rivendicazione della propria integrità etica, nonostante la debolezza fisica.

6 me scorge: qui la figura retorica dell’iperbato che spezza alterando la sintassi e l’ordine normale della frase; è un’altra risorsa tipica dello stile assai letterario delle Odi pariniane.

7 cappel lordo: cappello sporco di fango a causa della caduta.

8 vano baston: il bastone che è stato inutile per evitare la caduta.

9 Si noti anche qui la costruzione della frase, mossa dall’inversione dell'ordine della frase e dall’enjambement tra i vv. 25-26.

10 Secondo quanto afferma il passante che soccorre Parini, la patria, ricca ma insensibile alla condizione di indigenza del poeta, lo invoca a gran voce (“chiama gridando intorno”) e lo chiama ricorrendo pure a termini aulici

11 di poner fine al Giorno: Parini pubblicò le prime due parti della sua opera maggiore, Il Giorno, tra 1763 (Il Mattino) e 1765 (Il Mezzogiorno); tuttavia il poema, il cui titolo è indicato per la prima volta proprio in quest’ode, non fu mai completato.

12 strascinando: anche qui lo stile pariniano si appoggia all’iperbato (che colloca il verbo tra i due complementi, alterando l’ordine sintattico più convenzionale) per impreziosire il suo dettato.

13 Sdegnosa anima: lo “sdegno” del poeta è quello che, per orgoglio etico e fierezza personale, gli fa rifiutare l’appoggio dei potenti, che pure potrebbe avere riscontri positivi sulla vita del poeta (come l’avere a disposizione almeno un “vile cocchio” per i suoi spostamenti cittadini). Il termine ha un rimando intertestuale dantesco, e più precisamente all’ottavo canto dell’Inferno, dove l’espressione “Alma sdegnosa” (v. 44) si riferisce all’atteggiamento orgoglioso del poeta che ha ribrezzo per i peccati dei dannati (in quel caso, gli iracondi e il fiorentino Filippo Argenti).

14 Costruzione vv. 47-48: “Che possan mai far te preporre a mille nell’urna del favor”. Parini torna così sul tema dei favori e dei benefici, governati sia dalla fortuna sia dalle amicizie influenti.

15 Il consiglio del passante è quindi quello di adulare i potenti, così da poter entrare nelle loro grazie e vivere placidamente alle loro dipendenze.

16 Si osservi la rima equivoca tra il v. 53 (“porte” è voce arcaica per “porti”, nel senso di “metterti”, “infilarti”) e il v. 55 (dove “porte” sono gli ingressi delle case nobiliari, che Parini dovrebbe abbracciare mimando il gesto che nell’antichità caratterizzava gli atti di supplica).

17 Il suggerimento è insomma quello di farsi poeta cortigiano, dedito ad adulare e a far divertire gli esponenti della nobiltà.

18 L’altro consiglio, se non si vuol vivere alla corte di un aristocratico, è quello di far valere il proprio nome per diventare consigliere di un politico, e godere i privilegi della casta. Le immagini dell’“onda” (v. 67) e del “turbato stagno” (v. 68) alludono appunto alle manovre con cui si pesca nel torbido, metafora abbastanza trasparente della possibilità di arricchirsi con la corruzione e lo sfruttamento della propria posizione di pubblico amministratore.

19 Il passante si chiede come mai il poeta continua a seguire i dettami della Musa, rispettando i valori e gli ideali della poesia, senza vendersi per denaro.

20 La conclusione del discorso del passante è particolarmente secco e cinico: meglio comportarsi da “vile mima” e rinunciare al pudore per soddisfare il gusto volgare (“i bassi genj”, con lessico tipicamente neoclassicheggiante) dei nobili e dei potenti.

21 vetusto pondo: espressione assai letteraria, che, dal latino pondus, -dĕris, indica la parte materiale del corpo umano, in antitesi rispetto all’anima.

22 con fronte liberal: altro latinismo (da liberalis, -is “degno di un uomo libero”).

23 La risposta del Parini si sviluppa in diciotto versi, in cui esprime la sua profonda adesione ad un’etica di dignità ed onestà intellettuale, che gli fa preferire la solitudine e la sofferenza per l’abbandono della gente comune (contro cui farsi “scudo ed usbergo” con la propria “costanza”, la propria legge morale). L’ideale pariniano è insomma quello dell’intellettuale e del poeta estranei alla vita di società e ai piaceri delle ricchezze, ma coerenti con una loro “missione” morale e civile (quale appunto quella dell’autore del Giorno nel svelare gli inutili lussi, le patetiche meschinità e la stridente superficialità della vita del “giovin signore”).

24 L’ode si chiude con l’affermazione del poeta in cui dice di essere stato grato dell’aiuto ricevuto, ma di non provare minimamente alcun rimorso nè per la risposta secca nè per il fatto di essersi allontanato con sdegno da colui che lo ha aiutato ad alzarsi. Parini torna a casa a passo incerto, ma con la dignità intatta.

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