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Manzoni e il "vero" quotidiano: lettura critica

Nel personaggio di Don Ferrante, la cui morte introduce l’ultimo capitolo, si riflette così quell’atteggiamento complesso, fatto di critica e sospetto, che Manzoni nutre nei confronti della letteratura e che è oggetto di molteplici riflessioni in tutta la produzione manzoniana, sia creativa che saggistica. Tale atteggiamento appunta la sua attenzione proprio sulla separazione di parole e cose che comporta un discorso caratterizzato dalla falsificazione del dato reale; una falsificazione che ora è al servizio del potere a danno degli umili (basti pensare, tra i molti possibili esempi, al colloquio fra Azzeccagarbugli e Renzo), ora è il mezzo per la costruzione di una realtà fittizia, convenzionalmente piacevole, che si qualifica come espressamente letteraria e che, in quanto tale, si rivela incapace di esprimere l’autenticamente umano, il dato umano reale.

 

È un esempio evidente di questa prospettiva l’episodio del difficoltoso carteggio fra analfabeti di Agnese e Renzo nel capitolo XXVII (lo stesso appunto, e non a caso, in cui si trova il ritratto di don Ferrante),  nel quale i due sono vittime delle “violenze” interpretative perpetrate dai “letterati” ai loro pensieri e ai loro sentimenti profondi. La voce degli umili viene infatti tradita e trasformata dalla presunzione di “chi ne sa più degli altri” e dunque traduce, o meglio, come dice il narratore stesso, “mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro”, adottando in questo modo un codice che falsifica la verità umana, la quale risulta, in definitiva, riplasmata e stravolta dalle esigenze letterarie, anziché piegare queste a strumento di espressione di una verità cui, al contrario, esse dovrebbero aderire per realizzare la propria finalità comunicativa. E affinché sia chiaro il significato da attribuire all’episodio, Manzoni si incarica di esplicitarlo, pur con la consueta modalità di sottolineare un elemento attraverso il ricorso all’ironia ed alla sua capacità di dissimulazione, là dove esplicitamente coinvolge lo scrittore in quanto tale nel fallimento comunicativo della letterarietà:

 

Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa.

Alla luce di quanto sopra, la morte di don Ferrante svolge in definitiva una funzione simbolica fondamentale per il ritorno al quotidiano rappresentato dall’aggiunta costituita dal capitolo XXXVIII: con questa morte Manzoni esprime, in certo senso, l’esito di quella lotta contro la letteratura che ha ingaggiato già con la scelta di scrivere il Fermo e Lucia e che poi ha proseguito con l’intenso lavoro di correzione e riscrittura che lo ha condotto alla versione definitiva de I promessi sposi.

 

La morte del letterato si presenta dunque come la condizione necessaria per tentare di dare la voce agli umili, al quotidiano, per consentirgli di rivelare ed esprimere quell’umanità  e quella verità di cui la letteratura non si è mai occupata, per affidare a quell’“immensa moltitudine d’uomini” di cui parla il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia il compito di protagonista nella comprensione del significato della propria esistenza, attraverso l’individuazione e l’esposizione del “sugo di tutta la storia”.