Ludovico Ariosto

La pazzia di Orlando nell’Orlando furioso di Ariosto

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Introduzione

 

Il famosissimo episodio della follia di Orlando viene volutamente collocato da Ariosto alla metà esatta dell’Orlando furioso, tra la fine del ventitreesimo canto e l’inizio del ventiquattresimo. L’impazzimento per amore dell’eroe cristiano completa infatti la trama interrotta dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (1441-1494) e sviluppa i due temi fondamentali dell’opera di Ariosto: l’amore e l’avventura (qui rappresentata dalle devastazioni a cui si abbandona Orlando una volta scoperta l’amara verità).

La trama è la seguente: Orlando, inseguendo il cavaliere saraceno Mandricardo,  decide di riprendere le forze in una radura, che era stato il luogo degli incontri tra Angelica e Medoro. Orlando scopre gli indizi della passione lì consumatasi nei messaggi d’amore incisi nei tronchi degli alberi e sulle pareti delle grotte. L’eroe, per non soccombere al dolore, si illude che ciò che vede non sia vero, ma le sue speranze si sgretoleranno quando, chiesta ospilità ad un pastore del luogo, scoprirà che il letto dove dorme è quello dove i due amanti hanno passato la prima notte di nozze. Orlando cade quindi in preda alla follia e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino, spogliandosi persino della sua stessa armatura. La crisi del protagonista verrà risolta solo dall’intervento di Astolfo, che, nel canto trentaquattresimo del poema, si recherà sulla Luna a recuperare il suo “senno” perduto.

 

Analisi e commento

 

Il canto ventitreesimo dell’Orlando furioso si svolge tra una radura amena e la casa di un pastore che ospita Orlando per la notte. I luoghi cantati non sono però mero sfondo della vicenda amorosa, ma hanno un ruolo da protagonista nell’esplosione della pazzia di Orlando. Piante, pietre e acque parlano e deridono il paladino, poiché gli offrono prove esplicite del tradimento di Angelica con Medoro: in tal senso, Orlando sfoga la sua rabbia su di loro, distruggendole in preda alla follia, come per metterle per sempre a tacere.

La radura in cui arriva, stremato, Orlando, presenta a prima vista tutti i tratti caratteristici dellocus amoenus (ottava 100): si sottolinea così, con ancor più forza, l’antitesi tra la serenità del mondo circostante e il tormento interiore di Orlando. L’incedere della sua pazzia è descritto da Ariosto con precisione psicologica, in un crescendo di intensità drammatica. Dapprima, dopo aver letto i nomi degli amanti incisi nelle cortecce degli alberi, egli inventa illusorie spiegazioni e inganna se stesso; poi, giunto nella grotta, trova un’incisione di Medoro, in cui con una poesia in arabo si ringraziano  quei luoghi che hanno visto nascere l’amore tra lui ed Angelica. Orlando, che già sta cedendo alla pazzia, di nuovo si inganna, dicendo a se stesso che le incisioni sono opera di qualcuno che vuole instillargli gelosia o infamare il nome della donna amata. Sarà quindi il racconto del pastore, e alla vista del gioiello da donato da Orlando ad Angelica come pegno d’amore e da lei lasciato al suo ospite in segno di gratitudine, a far cadere tutti gli argini, psicologici e fisici, della follia del paladino.

Ariosto descrive la pazzia di Orlando con numerose e ripetute iperboli ed esagerazioni, tese a sottolineare la drammaticità e la furia cieca dell’eroe. Il tema della pazzia (già presente nel filone del ciclo bretone, ad esempio nelle figure di Tristano o Lancillotto) è qui sviluppato con molte sfaccettature: quella di Orlando è infatti una psicologia in divenire, ben più complessa di quella degli eroi precedenti della tradizione. Così il protagonista, sconvolto dalla scoperta della verità, attraversa diversi stadi, descritti con molta finezza psicologica: l’illusione e l’autoinganno, la negazione della realtà e l’accusa contro terzi, il dolore che rende muti ed intontiti, la follia come fuga dal mondo e sua distruzione. Ma a vigilare sulla drammaticità degli eventi c’è sempre il senso della misura dell’autore, la cui medietas (si veda il finale del canto, in cui l’autore sospende la narrazione per evitare che sia “molesta”) stende un velo sulla storia del paladino impazzito.

Metro: ottave di endecasillabi.

 

Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo,
né lo trovò, né poté averne spia.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.

Il merigge facea grato l’orezzo
al duro 1 armento ed al pastore ignudo 2;
sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
e più che dir si possa empio soggiorno,
quell’infelice e sfortunato giorno 3.

Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi già descritti 4,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.

Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi 5
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

Poi dice: “Conosco io pur queste note:
di tal’io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette”.
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a sé medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.

Ma sempre più raccende e più rinuova,
quanto spenger più cerca, il rio sospetto 6:
come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto 7,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.

Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

Il mesto conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta 8.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenza in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra tale il senso:

"Liete piante 9, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso, che d’ognior lodarvi:

e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o Fortuna;
ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia".

Era scritto in arabico, che ’l conte
intendea così ben come latino:
fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popul saracino:
ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente 10.

Fu allora per uscir del sentimento,
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n’ha fatto esperimento,
che questo è ’l duol che tutti gli altri passa 11.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
né poté aver (che ’l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.

L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiàn restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.

Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
de la sua donna e crede ebrama e spera 12,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.

In così poca, in così debol speme
sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando già il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco 13,
sente cani abbaiar, muggiare armento 14:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.

Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n’abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d’oro
gli leva, altri a forbir va l’armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.

Quanto più cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova più travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena 15.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.
Il pastor che lo vede così oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto a dire:

come esso a prieghi d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente; e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
ma che nel cor d’una maggior di quella
lei ferì Amor; e di poca scintilla
l’accese tanto e sì cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco:

e sanza aver rispetto ch’ella fusse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante.
All’ultimo l’istoria si ridusse,
che ’l pastor fe’ portar la gemma inante 16,
ch’alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.

Questa conclusion fu la secure
che ’l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

Poi ch’allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giù dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di là tutto cercando il letto;
e più duro ch’un sasso, e più pungente
che se fosse d’urtica, se lo sente.

In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l’ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo più volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
né con minor prestezza se ne leva,
che de l’erba il villan che s’era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso 17.

Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l’albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
e quando poi gli è aviso d’esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.

Di pianger mai, mai di gridar non resta;
né la notte né ’l dì si dà mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si meraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé così nel pianto 18:

"Queste non son più lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
ed è quel che si versa, e trarrà insieme
e ’l dolore e la vita all’ore estreme.

Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir sono tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che ’l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che ’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di , gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra,
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza”.

Pel bosco errò tutta la notte il conte;
e allo spuntar de la diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte
dove Medoro isculse l’epigramma 19.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sì, ch’in lui non restò dramma 20
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò, che trasse il brando fuore.

Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge 21..
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restar quel dì, ch’ombra né gielo
a pastor mai non daran più, né a gregge:
e quella fonte, già si chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;

che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle 22
non cessò di gittar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sì turbolle
che non furo mai più chiare né monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.

Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
che ’l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cessò la pena acerba,
che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.

Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda.

In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
ch’un alto pino al primo crollo svelse:

e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti 23;
e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti 24.
Quel ch’un ucellator 25 che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
facea de cerri e d’altre piante antiche.

I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo’ più tosto diferire,
che v’abbia per lunghezza a fastidire 26.

Lo strano percorso seguito nel bosco, senza
un itinerario preciso dal cavallo di Mandricardo
fece sì che Orlando vagò due giorni a caso,
e non trovò il nemico e neppure sue tracce o indizi.
Giunse ad un fiumiciattolo dalle acque cristalline,
sulle cui sponde fioriva un bel praticello
colorato di colori naturali e piacevoli
e connotato da molti alberi belli a vedersi.

La calura del pomeriggio rendeva gradita l’ombra
sia all’animale resistente che al cavaliere nudo;
cosicché neanche ad Orlando spiaceva fermarsi,
poiché indossava armatura, elmo e scudo.
Qui entrò per riposare tra i cespugli;
e vi trovo dolorosa e funesta dimora,
e soggiorno scellerato più di quanto si possa dire,
quell’infelice e sfortunato giorno.

Girandosi intorno, vide incisi molti alberelli
sulla riva del fiume riparato dall’ombra.
Appena vi fissò lo sguardo, fu certo che
fossero stati lasciati dalla mano di Angelica.
Questo era uno di quei luoghi già descritti,
dove spesso la bella donna, regina del Catai,
andava con Medoro
dalla vicina casa del pastore.

Vide Angelica e Medoro in diversi modi
e in diversi luoghi intrecciati insieme.
Tante sono le lettere, tanti sono i chiodi
con i quali Amore gli punge e ferisce il cuore.
Si sforza in ogni modo di non credere
a ciò che crede contro la propria volontà:
si sforza di credere che sia un’altra Angelica,
ad aver scritto il suo nome su quella corteccia.

Poi dice: "Io tuttavia conosco questi caratteri:
di questi ne ho visti e letti tanti.
Può essersi inventata questo Medoro:
forse mi ha dato questo soprannome".
Orlando rimase fermo in queste supposizioni
lontane dalla verità, ingannando se stesso,
ponendo il proprio malcontento nella speranza
che riuscì a procacciarsi da solo.

Ma tanto più si riaccende e più si rinnova
il crudele sospetto, quanto più cerca di spegnerlo:
come l’incauto uccello che si ritrova in una
ragnatela o sui rami coperti di vischio,
e più sbatte le ali e cerca di liberarsi,
tanto più si lega ancor più strettamente.
Orlando arriva dove il monte forma una grotta
incurvandosi sulla fonte cristallina.

Avevano ornato l’ingresso a quel luogo
con ritorte radici e viti rampicanti.
Qui Medoro e Angelica erano soliti
abbracciarsi nei giorni più caldi.
Vi avevano scritto i loro nomi dentro e intorno,
più che negli altri posti lì vicino,
alcuni con il carbone e altri con il gesso,
e alcuni erani impressi con le punte dei coltelli.

Qui scese l’infelice conte Orlando;
e vide sulla soglia della grotta tante parole,
che Medoro aveva scritto di suo pugno, ma che
sembravano scritte in quel preciso momento.
Per spiegare il grande piacere che aveva provato
nella grotta, aveva composto dei versi. Io penso che
la poesia fosse stesa elegantemente in arabo;
e questo era il senso nella nostra lingua:

"Felici piante, erbe verdeggianti, acque limpide,
grotta ombreggiata e piacevole per il fresco,
dove la bella Angelica che nacque
da Galafrone, amata invano da molti,
spesso riposò nuda tra le mie braccia;
io povero Medoro non posso ricompensarvi
dei piaceri che qui mi sono stati offerti
in altro modo, se non lodandovi senza sosta:

e di pregare ogni nobile, che vi ha amato,
e cavalieri e damigelle, e ogni persona
del posto o straniera, che capiti qui
per volontà o ventura, che dica all’erba, all’ombra,
alla grotta, al fiume, alle piante:
«che sole e luna vi siano favorevoli,
e il coro delle ninfe vi protegga
e che i pastori non conducano mai qui le greggi»".

Era scritto in lingua araba, che il conte
comprendeva bene come il latino:
tra le molte lingue che conosceva,
il paladino sapeva bene anche quella;
e gli permise di evitare più volte danni e vergogne,
tutte le volte che si trovò tra i saraceni: ma non
si vanti, se ciò gli fu cosa utile; perché ora ne
ha un danno, che può cancellare tutti i vantaggi.

Orlando lesse tre, quattro, sei volte il testo
della poesia, cercando invano di credere
che non ci fosse scritto quello che in effetti c’era;
ma lo vedeva sempre più chiaro e trasparente:
e ogni volta in mezzo al petto ferito
sentiva stringersi il cuore con mano gelida.
Rimase infine con gli occhi e col pensiero
rivolti alla pietra, non differente dalla pietra.

Fu allora che cominciò ad uscire di senno,
per sfogarsi in preda al dolore.
Credete a chi l’ha provato su se stesso: il dolore
d’amore è quello che fa passare tutti gli altri.
Il mento gli cadde sul petto,
la fronte era priva di energia e stava bassa;
e non poté avere (a causa del dolore che lo vinceva)
voce per lamentarsi, o lacrime da versare.

Il tormentante dolore rimase dentro,
mentre voleva uscire con troppa fretta.
Così vediamo restare l’acqua nel vaso,
che abbia il fondo largo e stretta l’imboccatura;
così che, capovolgendolo dalla base,
l’acqua che vorrebbe uscire si riversa
a tal punto che si ingorga nell’angusta apertura,
ed esce fuori a fatica goccia per goccia.

Poi ritorna abbastanza in se, e pensa che
la cosa potrebbe anche non essere vera:
che qualcuno voglia così infangare il nome
di Angelica e lo crede, lodesidera, lo spera,
o che qualcuno lo voglia soffocare con il peso
della gelosia, tanto da farlo morire;
e abbia, chiunque sia stato,
imitato molto bene la scrittura di Angelica.

Con una speranza così debole e fioca
sveglia gli spiriti vitali e si rinfranca un po’;
quindi sale in groppa al suo cavallo Brigliadoro,
quando il sole sta già tramontando.
Non procede per molto, che vede uscire fumo
dagli alti comignoli dei tetti,
sente i cani abbaiare, muggire gli armenti:
va fino alla locanda e chiede alloggio.

Privo di forza smonta, e lascia il cavallo
a un esperto garzone che ne abbia cura;
un altro lo disarma, un altro gli leva gli speroni d’oro,
un altro gli va a lucidare l’armatura.
Era questa il luog dove Medoro
giacque ferito, e trovò la fortuna (cioè Angelica).
Orlando chiede di potersi dormire e non di cenare,
sazio di dolore ma non di altri cibi.

Quanto più cerca di trovare pace,
tanto più trova tormento e sofferenza;
perché vede ricoperta dall’odiato testo 
ogni parete, ogni porta, ogni finestra.
Vorrebbe chiedere: poi tiene la bocca chiusa;
perché teme di rendere troppo evidente,
troppo chiaro ciò che ha cercato di offuscare,
per provare meno dolore.

Poco gli giova ingannare se stesso;
perché senza dover domandare, c’è chi ne parla.
Il pastore, che lo vede così schiacciato
dalla sua tristezza e che vorrebbe alleviarla,
gli comincia a raccontare senza rispetto
la storia che conosceva bene (perché raccontava
spesso di quei due amanti a chi voleva ascoltarlo)
e che per molti era piacevole da ascoltare:

come lui, pregato dalla bella Angelica,
avesse portato Medoro a casa sua,
poiché era ferito gravemete; e come lei
curò la ferita, e in pochi giorni la fece guarire:
ma come lei nel cuore fu ferita da Amore con una
più grande di quella; e come da una piccola
scintilla lei si accese tanto e di un fuoco così forte
che la faceva ardere tutta, e non trovava pace:

e senza aver riguardo che lei fosse
la figlia del più grande re che abbia l’oriente,
sospinta da un grandissimo amore fu portata
a sposare un povero soldato.
La conclusione della storia fu,
che il pastore fece portare il gioiello,
che alla partenza, per ringraziare
della buona ospitalità, gli diede Angelica.

Questa conclusione fu la scure
che gli levò il capo dal collo con un colpo netto,
dopo che il manigoldo Amore fu sazio
delle innumerevoli bastonate. Orlando si sforza
di nascondere il dolore; e tuttavia quello gli fa forza,
e non riesce a nasconderlo: per le lacrime
e i sospiri da occhi e bocca, è necessario che,
voglia o non voglia, alla fine scoppi.

Dopo che egli può sfogare liberamente il dolore
(perché è solo e non deve curarsi di nessuno)
dagli occhi sparge un fiume di lacrime
sul petto, rigandosi le guance:
sospira e si lamenta, e si muove rigirandosi
continuamente
, di qua e di là per tutto il letto;
e se lo sente addosso più duro di un sasso,
e più pungente dell’ortica.

In un così atroce travaglio gli viene in mente
che nel medesimo letto nel quale era coricato,
l’ingrata donna doveva essere venuta a coricarsi
più volte col suo amante.
Inevitabilmente odia quel letto,
e si alza con prontezza non minore di quella,
del contadino che si alza dall’erba su cui riposava
quando vede un serpente vicino a sé.

Quel letto, quella casa, quel pastore
subito gli trasmette un così grande odio
che senza aspettare che sorga la luna, o che nasca
il chiarore che precede il nuovo giorno,
prende gli armamenti e il destriero, ed esce fuori
in mezzo al bosco dove le frasche sono più intricate;
e quando poi è sicuro che nessuno lo segue,
con grida e urla sfoga apertamente il dolore.

Non cessa né di piangere, né di gridare;
né di notte né io giorno dopo si dà pace.
Fugge da città e da paeselli, e giace
nella foresta, sul terreno duro, all’aperto.
Si meraviglia di sé, che possa avere negli occhi
una fontana così colma di lacrime,
e come possa mai sospirare così tanto;
e spesso si dice così mentre piange:

"Queste non sono più lacrime, che fuori
dagli occhi stillano con così abbondante flusso.
Le lacrime non sono sufficienti  il dolore:
son finite quando il dolore era appena a metà.
Spinto dalla gelosia, l’umore vitale ora
fugge per quella via che conduce agli occhi;
ed è quello che si versa, e porterà la vita
insieme col dolore all’ora della morte.

Questi, che sono indizi del mio tormento,
non sono sospiri, né i sospiri sono di questo tipo.
Quelli ogni tanto si interrompono; io non sento mai
il mio cuore esalare meno la sua pena.
Amore, che mi arde il cuore, fa questo vento,
mentre sbatte le sue ali intorno al fuoco.
Amore, per mezzo di che miracolo sai ravvivare
il fuoco nel cuore, e non consumarlo mai?

Non sono io, non sono io quello che sembro in volto:
quello che era Orlando è morto ed è sottoterra;
la sua donna ingratissima lo ha ucciso:
sì, mancandogli di fedeltà gli ha mosso guerra.
Io sono il suo spirito diviso dal suo corpo, che
tormentandosi vaga in quest’inferno, in modo che
con la propria ombra (l’unica cosa che gli resta)
sia da esempio a chi pone speranza in Amore".

Per tutta la notte vagò per il bosco il conte;
e allo spuntare della luce diurna
il suo destino lo portò presso la fonte
dove Medoro incise l’epigramma.
Vedere il suo disonore inciso nel monte
lo accese, così che di lui non restò nulla
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò e trasse fuori la spada.

Tagliò l’incisione sul sasso, e fece volare
le piccole schegge sino al cielo.
Infelice sia quella grotta, e ogni tronco
in cui si leggono i nomi Medoro e Angelica! Così
quel giorno furono ridotte le piante, che
né ombra né refrigerio al pastore non daranno più,
né al gregge: e quella fonte, già così chiara e pura,
non fu al sicuro da una così grande ira.

Poiché Orlando non cessò di gettare
nelle belle acque i rami, i ceppi, i tronchi e le zolle,
tanto da intorbidirle dalla superficie al fondo, così
che non saranno mai più trasparenti e pulite.
E infine, stanco e pieno di sudore,
poiché la forza esausta non risponde
allo sdegno, al grande odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e sospira all’indirizzo del cielo.

Afflitto e stanco alla fine cade nell’erba,
e fissa gli occhi al cielo, e non proferisce parola.
Romane così senza cibo e senza dormire,
mentre il sole sorge tre volte e tre volte tramonta.
L’amaro dolore non cessò di crescere
fino a condurlo fuori di senno.
Il quarto giorno, sconvolto da gran pazzia,
si stracciò maglie e piastre di dosso.

Qui rimane l’elmo, e là rimane lo scudo, lontani
i bracciali e i guanti, e più lontana la corazza:
tutte le sue armi, riassumendo, erano
in un posto diverso del bosco.
E poi si squarciò le vesti, e rimasero nudi
l’ispido ventre e tutto il petto e le terga;
e cominciò la grande follia, così terribile,
che nessuno sentirà mai di una più grande.

Gli sorsero così tanta rabbia e tanto furore
che rimase alterato in tutte le sue facoltà sensibili.
Non si ricordò di prendere in mano la spada;
che - immagino - aveva compiuto imprese mirabili.
Ma né quella, né una scure, né un’ascia bipenne
erano necessarie alla sua immensa forza.
Qui compì alcune delle imprese straordinarie,
e sdradicò con un solo colpo un pino gigante:

e ne abbatté dopo il primo ancora molti,
come fossero stati finocchi, ebuli o aneti;
e fece lo stesso con querce e d’olmi vecchi,
di faggi e di orni e illici e abeti.
Come fa un uccellatore, che, per preparare
un campo pulito per mettervi le reti,
estirpa giunghi e stoppie e ortiche, così Orlando
faceva con le querce e le altre piante secolari.

I pastori che avevano sentito il fracasso,
lasciando il gregge sparso per la foresta,
chi di qua, chi di là, tutti di corsa
vengono a vedere di cosa si tratti.
Ma sono giunto a quel punto che se lo oltrepasso
la mia storia vi potrebbe essere fastidiosa;
e io la voglio subito rinviare,
prima che vi infastidisca per la sua lunghezza.

1 Duro: l’aggettivo ha qui una sfumatura concessiva; il cavallo, pur resistendo a due giorni di vagabondaggi, desidera comunque un po’ di riposo.

2 pastore ignudo: si tratta di Orlando, che prova anch’esso un gran caldo e si è già privato dei vestiti.

3 La serie di aggettivi (nell’ordine: “travaglioso”, “crudo”, “empio”, “infelice e sfortunato”) si concentra attorno alla sfera semantica del dolore e della sofferenza, che conducono Orlando alla pazzia. Con grande abilità narrativa, Ariosto preannuncia al lettore che quello che sembrava un luogo paradisiaco ospiterà invece degli eventi drammatici (con un effetto, quindi, di suspense).

4 Ariosto rimanda qui ad un passo dal canto XIX (ottave 35-36), secondo la tecnica dell’entrelacement, ovvero della complessa tessitura di più linee narrative tutte insieme nel corso del poema.

5 Mille modi: la figura retorica della climax numerica (da “cento nodi” si passa a “mille”) è una tecnica tipica sia dei poemi cavallereschi sia dei cantari. È ovviamente un segno esplicito della verità che Orlando si rifiuta di comprendere.

6 Rio sospetto: è il complemento oggetto di “raccende” e “rinuova” al primo verso dell’ottava.

7 L’immagine dell’uccellino intrappolato in una rete per la caccia (la “ragna”) o sui rami spalmati di vischio appiccicoso è ripresa dalle Metamorfosi di Ovidio (XI, 73-75).

8 Alotta: forma toscana popolare per allora.

9 Verso di ispirazione petrarchesca, dai Rerum vulgarium fragmenta (CLXII, 1).

10 Per sottolineare la drammaticità del momento, Ariosto ricorre alla figura retorica del chiasmo.

11 Si tratta di un inciso dell’autore, che commenta gli eventi con distacco e comprensione.

12 La serie di verbi in accumulazione spiega bene ciò che avviene nella testa di Orlando: prima si illude, poi desidera che sia vero, poi ha in mano solo la speranza.

13 L’immagine è un topos classico, che Ariosto recupera dalla prima Bucolica di Virgilio, v. 82: “èt iam sùmma procùl villàrum cùlmina fùmant”.

14 Il passo è intessuto di fonti classiche: qui il rimando è agli
Epodi di Orazio, poi ripresi anche ne Il passero solitario di Giacomo Leopardi (v. 8).

15 La figura retorica caratteristica per descrivere la follia di Orlando è l’accumulazione.

16 Si tratta di un bracciale riccamente ingioiellato che Orlando aveva regalato a Angelica come pegno d’amore.

17 Paragone virgiliano, che si ritrova ad esempio nell’Eneide (II, vv. 379-380).

18 Si apre qui un breve monologo di Orlando, che infine dichiara di essere di fatto “morto” (128, 2), come tutti quelli che hanno erroneamente confidato in Amore.

19 Epigramma: etimologicamente “scritta scolpita”.

20 dramma: cioè, “la parte più piccola” di qualcosa.

21 Il gesto di Orlando ricorda - non  senza una nota di ironia - il celebre gesto compiuto dal protagonista nella Chanson de Roland, poco prima di morire.

22 L’enumerazione per polisindeto (cioè per coordinazione mediante la congiunzione “e”) rende il livello di devastazione causato dalla follia di Orlando: l’esagerazione è una tecnica descrittiva tipica del poema cavalleresco.

23 finocchi, ebuli o aneti: si tratta di verdure o erbe sottili, che quindi sono facilmente strappabili; il paragone sottolinea ulteriormente la forza bruta e cieca di Orlando impazzito.

24 Di nuovo un’enumerazione, che testimonia la devastazione provocata dal paladino Orlando.

25 ucellator: un cacciatore di volatili, che era solito utilizzare reti distese sui campi.

26 Questo è un tipo chiusa tipica dei cantari. In questa cosa viene utilizzata per sospendere la narrazione in un momento di estrema drammaticità.

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