Metrica e Retorica

La canzone: struttura, definizione e metrica

A cura di Luca Ghirimoldi

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La “canzone” è davvero un’istituzione tra le strutture metriche fisse della tradizione poetica italiana: infatti, pur nella molteplicità della sue forme e realizzazioni, essa è una presenza fissa dalle Origini fino ai sommovimenti metrici a cavallo tra Ottocento e Novecento (con i primi esperimenti versoliberisti), configurandosi come genere poetico o terreno di prova per ogni poeta che aspiri alla patente della fama almeno fino a Carducci e D’Annunzio. Dal punto di vista storico-letterario, all’affermazione della “canzone” ha contribuito anche la “stirpe” che essa ha generato nei secoli: l’ode pindarica, la canzone-ode e l’ode-canzonetta, tutte di periodo cinquecentesco-rinascimentale, e la canzone libera, che in Italia seguirà l’esempio magistrale della lirica leopardiana.

 

Se, ai nostri giorni, il termine ha esteso notevolmente la sua sfera semantica (sovrapponendo la forma poetica con il componimento musicale, ad esempio), in metrica italiana “canzone” è un componimento identificabile in maniera abbastanza chiara e precisa; con “canzone” ci si riferisce a una struttura poetica composta da un numero variabile di stanze (nella maggior parte, dalle cinque alle sette) di endecasillabi e settenari (anche quinari, nella poesia delle origini), cui si aggiunge un “congedo”, cioè una stanza più breve e dalla funzione di conclusiva. Questo modello, detto “canzone antica” o “canzone petrarchesca”, è quello più noto ed autorevole, in quanto codificato prima dalla pratica di Dante (che dedica all’argomento anche alcuni passi del suo De Vulgari Eloquentia) e poi dai Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca, che si impongono come termine di paragone - non solo per la poesia in volgare italiano - per almeno un paio di secoli. Dal punto di vista tecnico e strutturale, una stanza di canzone si può dividere in due piedi (che si possono chiamare complessivamente anche “fronte” e il cui numero varia da due a sei, fatto salvo il fatto che l’ordinamento dei versi si ripeta costante) e una sirma, composta anch'essa da un numero variabile di versi e per lo più indivisibile (ma ci sono casi di “sirme” divisi in due “volte” speculari) e con alcuni elementi caratteristici, come un distico finale a rima baciata. Chiude il congedo, che si modella sullo schema di versi (endecasillabi e settenari) degli ultimi tre versi della stanza che lo precede, e ha uno schema di rime a sé stante (come per altro capita ad ogni stanza di canzone, che ha rime diverse da quella precedente).

 

La prima stanza di Donne ch’avete intelletto d’amore (canzone di soli endecasillabi) è il classico esempio di stanza con due piedi e una sirma indivisibile, con schema di rime ABBC ABBC CDDCEE:

 

(I piede)

Donne ch'avete intelletto d'amore,

i' vo' con voi de la mia donna dire,

non perch'io creda sua laude finire,

ma ragionar per isfogar la mente.

(II piede)

Io dico che pensando il suo valore,

Amor sì dolce mi si fa sentire,

che s'io allora non perdessi ardire,

farei parlando innamorar la gente:

(sirma)          

E io non vo' parlar sì altamente,

ch'io divenisse per temenza vile;

ma tratterò del suo stato gentile

a respetto di lei leggeramente,

donne e donzelle amorose, con vui,

ché non è cosa da parlarne altrui. 

Donna pietosa e di novella etate è invece esempio di come si presenta una stanza di canzone con sirma divisa in due “volte” (strofe di endecasillabi e settenari, con schema ABC ABC CDdEeCDD):

 

(I piede)

Donna pietosa, e di novella etate,

adorna assai di gentilezze umane,

che era là 'v'io chiamava spesso Morte,

(II piede)

veggendo li occhi miei pien di pietate,

e ascoltando le parole vane,

si mosse con paura a pianger forte;

(I volta)

E altre donne, che si fuoro accorte

di me per quella che meco piangia,

fecer lei partir via,

e appressârsi per farmi sentire.

(II volta)

Qual dicea: «Non dormire»,

e qual dicea: «Perché sì ti sconforte?»

Allor lassai la nova fantasia,

chiamando il nome de la donna mia.

Questo invece il congedo di Chiare, fresche e dolci acque, dove si vede come il contenuto degli ultimi versi sia un “appello” al proprio componimento da parte del poeta:

 

Se tu avessi ornamenti quant'ài voglia,

poresti arditamente

uscir del bosco, et gir in fra la gente.

Trattazione a parte meriterà la “canzone libera” di endecasillabi e settenari, che, sull’onda di canzoni sei-settecentesche di stanze irregolari, trova in Italia un suo innovatore fondamentale in Giacomo Leopardi e nella sua A Silvia (1828).

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