Letteratura latina

Orazio, “Odi” (IV, 7): “Pulvis et umbra sumus”

A cura di , Roberto Mori

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Introduzione

 

L’ode è uno dei componimenti oraziani più noti tra quelli che trattano il tema epicureo della caducità della vita. Dedicato al Torquato che Orazio cita nelle Lettere (Epistole, 1, 5), inizialmente il carme è contraddistinto da grande letizia, poiché la primavera riporta la vita sulla terra: gli alberi si ricoprono di foglie, l’erba spunta di nuovo nei campi, i fiumi tornano a scorrere nei loro argini, le Grazie e le ninfe danzano felici (vv. 1-6). Tuttavia il ritorno della primavera richiama il mutare delle stagioni (vv. 7-12), che a sua volta è associato dal poeta alla fugacità dell’esistenza umana: a differenza dei tempi dell’anno, la vita degli uomini non si ripete ed essi, una volta morti, sono per sempre “pulvis et umbra” (v. 16). Non si può conoscere il momento del proprio trapasso, che è condizione irreversibile, come dimostrano i due miti citati alla fine; di qui l’accenno a godere degli attimi di gioia concessi prima che questi svaniscano (vv. 17-28, con toni simili al celeberrimo Carpe diem).

Come si intuisce dall’utilizzo di un metro simile e da evidenti corrispondenze lessicali, il componimento riprende volutamente lo stesso tema affrontato in 1, 4, ma in questo caso il tono complessivo è decisamente più cupo: in Solvitur acris hiems, infatti, lo spazio dedicato alla descrizione della primavera - tema tipico dell’epigramma ellenistico, da cui Orazio prende spunto, selezionando però pochi tratti peculiari - è maggiore e riequilibra la meditazione sul tempo e sulla morte. In Diffugere nives, invece, essa è la vera protagonista. Sembra, quindi, che il poeta, in una fase più matura della sua vita, dichiari di non essere riuscito a raggiungere quella razionale serenità che Epicuro aveva promesso.

 

Metrica: strofa archilochea seconda.

 

Dìffugère nivès, redeùnt iam gràmina càmpis
àrboribùsque comàe;
mùtat tèrra vicès, et dècrescèntia rìpas
flùmina pràetereùnt.

Gràtia 1 cùm Nymphìs geminìsque soròribus àudet
dùcere nùda choròs.
Ìmmortàlia 2 nè sperès monet ànnus et àlmum
Quàe rapit 3 hòra dièm.

Frìgora mìtescùnt Zephyrìs 4, ver pròterit àestas,
ìnteritùra, simùl 5
pòmifer àutumnùs frugès effùderit, èt mox
brùma recùrrit inèrs 6.

Dàmna 7 tamèn celerès reparànt caelèstia lùnae:
nòs ubi dècidimùs
quò pater 8 Àeneàs, quo dìves Tùllus et Àncus 9,
pùlvis et ùmbra sumùs 10.

Quìs scit àn adiciànt hodièrnae cràstina sùmmae
tèmpora dì superì?
Cùncta manùs avidàs fugiènt herèdis, amìco
quàe dederìs animò 11.

Cùm semel òcciderìs et dè te splèndida Mìnos 12
fècerit àrbitrià,
nòn, Torquàte, genùs, non tè facùndia, nòn te
rèstituèt pietàs;

ìnfernìs neque enìm tenebrìs Diàna pudìcum
lìberat Hìppolytùm 13
nèc Lethàea valèt Thesèus abrùmpere càro
vìncula Pìrithoò 14.

Si sono sciolte le nevi, ritornano ormai le erbe ai campi
e agli alberi le chiome;
la terra muta le sue forme e i fiumi che decrescono
scorrono lungo le rive.

Una Grazia con le ninfe e le sue due sorelle osa
guidare nuda le danze.
A non sperare cose immortali ammoniscono la stagione
e l’ora che trascina via il giorno datore di vita.

Il freddo si mitiga con gli Zefiri, la primavera
la calpesta l’estate, destinata a morire non appena
l’autunno ricco di frutti avrà riversato le sue messi, e subito
ritorna l’inverno che rende inerti.

I danni celesti, tuttavia, li riparano rapide le lune:
noi invece, una volta che siamo caduti
laddove [sono caduti] il padre Enea, il ricco Tullo e Anco,
siamo polvere e ombra.

Chi sa se gli dei del cielo aggiungono il domani alla somma
[dei giorni vissuti] finora?
Alle avide mani dell’erede sfuggiranno tutti i beni che
avrai concesso al tuo animo.

Non appena sarai tramontato e Minosse su di te
avrà pronunciato solenni giudizi,
o Torquato, non la tua nobile stirpe, non la facondia,
non il rispetto religioso ti restituiranno [alla vita].

Infatti né dalle tenebre degli Inferi Diana libera
il casto Ippolito
né Teseo è in grado di spezzare per il caro Piritoo
le catene infernali.

 

1 Gratia: l’immagine della Grazia che guida nuda le danze ha un sapore ellenistico. In Odi 1,4,5, è ad esempio Venere a dirigere le danze delle Grazie e delle ninfe.

2 Parola foneticamente “pesante” all’inizio del verso, segna la cesura tra il quadro ottimistico dell’incipit, che fa pensare all’antitesi tra il perenne ciclo della natura e l’ineluttabilità del tempo umano.

3 rapit: il verbo (rapio, rapis, rapui, raptum, rapere) fa percepire tutta la violenza del tempo che scorre.

4 Lo Zefiro è tradizionalmente un vento che soffia da ponente e annuncia la primavera. È identificato dai Romani con il Favonio (si trova anche in Odi 1,4,1 e 3,7,2). Per la sua fama letteraria, basti pensare al celebre sonetto petrarchesco Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena.

5 Qui simul è in realtà una congiunzione temporale che sta per simul ac, “non appena”.

6 È meglio dare a questo aggettivo, che letteralmente significa “inattivo”, un valore causativo.

7 Il termine si presta a una pluralità di interpretazioni: può indicare genericamente “i danni prodotti dalla cattiva stagione” ma può alludere anche alla luna calante, che con le sue fasi è simbolo del perenne rinnovarsi della natura.

8 Accanto alla lezione “pater”, in vari codici è ben attestata anche la variante “pius”, che consuona con la “pietas” del v. 24.

9 Enea è il progenitore della stirpe romana, di cui vengono ricordati due illustri rappresentanti, i re Tullo Ostilio e Anco Marzio. Il messaggio è comune e chiaro: anche i grandi uomini muoiono.

10 Questa formula si trova abbastanza spesso nelle iscrizioni funerarie e rappresenta perciò il sentire dell’uomo comune.

11 Orazio parla spesso della dissipatezza degli eredi, che rende inutile il risparmio dei propri beni (Odi 2, 3, 20; 2, 14, 25).

12 Minosse è il giudice infernale per antonomasia (sarà ricordato pure da Dante Alighieri nell’Inferno, dove la creatura mitologica è il guardiano del quinto canto). Nell’economia di quest’ode si oppone agli dei celesti nominati al v. 21.

13 Nel mito, Ippolito, figlio di Teseo e devoto a Diana, rifiuta l’amore della matrigna Fedra, che lo calunnia perciò presso il padre, il quale lo maledice e ne causa la morte. La sua storia è al centro della omonima tragedia di Euripide e della Phaedra di Seneca.

14 Secondo la versione comune del mito, Teseo e Piritoo, re dei Lapiti, scendono nell’Ade nel tentativo di rapire Proserpina, ma vi rimangono imprigionati a causa di un tranello escogitato da Plutone: alcuni anni dopo Teseo viene liberato da Ercole, che però non è in grado rendere la libertà a Piritoo.

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