Ludovico Ariosto

Astolfo sulla luna nell’Orlando furioso: parafrasi e analisi

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Introduzione

 

Il Canto XXXIV dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto è incentrato sulla figura bizzarra del paladino Astolfo, il cui intervento è provvidenziale, nell’economia della vicenda, per la vittoria dei cristiani. Astolfo è protagonista delle vicende del poema che più tendono al fantastico e, se nella precedentetradizione epica cavalleresca la sua figura era legata a episodi di spacconeria e disonestà, Ariosto ne fa un bislacco personaggio delle vicende più avventurose del poema 1.

Mentre, alla fine del trentatreesimo canto, Astolfo sta dando la caccia alle Arpie 2, egli si infila all’Inferno; poi, riemerso alla luce, viene condotto dall’Ippogrifo verso il Paradiso terrestre, dove San Giovanni Evangelista gli rende nota la pazzia di Orlando e lo accompagna sulla Luna per recuperare il senno dell’eroe cristiano e porre così fine alla guerra.

 

Analisi e commento

 

Il canto trentaquattresimo dell’Orlando furioso recupera il famosissimo topos del viaggio agli Inferi o nell’aldilà, che è frequentissimo sia nella letteratura classica (basti pensare al sesto canto dell’Eneide) e in quella volgare (il modello di riferimento è ovviamente la Commedia dantesca). L’impostazione che Ariosto dà al viaggio del proprio protagonista, Astolfo, è però del tutto peculiare: se in precedenza il viaggio ultramondano è occasione per una riflessione sulla vita terrena di stampo esplicitamente cristiano, qui gli obiettivi sono diversi. Da un lato occorre recuperare il senno di Orlando per riabilitare la salute dell’eroe che sconfiggerà i pagani: ed è da notare che, con una punta d’ironia, questo compito sia affidato proprio al meno convenzionale tra gli eroi del Furioso. Dall’altro lato, il viaggio nel Paradiso Terrestre diventa occasione per una parodia contro il mondo terreno: Ariosto allestisce infatti una fiera delle vanità umane, che vengono raccolte sulla Luna e che sono le responsabili della perdita dell’intelletto da parta della maggior parte delgi uomini. L’allegoria dei vizi e delle illusioni umane e la satira contro la realtà cortigiana si mescolano con le equilibrate considerazioni sulla caducità della vita umana e sulla futilità delle aspirazioni individuali. Tutto il ragionamento ariostesco conduce ad una lucida conclusione: solo la pazzia non abbonda sulla Luna, poiché essa è rimasta tutta sulla Terra, custodita gelosamente dagli uomini.


Metro: ottave di endecasillabi (ottave 69-92).

 

Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista 3 aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l’aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno 4 giunse;
che ’l vecchio fe’ miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar 5 che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo 6 de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce 7.

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.

Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora 8:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che già furo
incliti, ed or n’è quasi il nome oscuro.

Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.

Di nodi d’oro e di gemmati ceppi
vede c’han forma i mal seguiti amori.
V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi 9,
l’autorità ch’ai suoi danno i signori.
I mantici 10 ch’intorno han pieni greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi 11 suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.

Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l’opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch’era il servir de le misere corti.

Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
"L’elemosina è" dice "che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte.
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece 12.

Vide gran copia di panie con visco,
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenze nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.

Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.

Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.

E così tutte l’altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco 13;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n’era in quel loco.

Altri 14 in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de’ signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti 15 ancor ve n’era molto.

Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l’oscura Apocalisse 16.
L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch’uno error che fece poi, fu quello
ch’un’altra volta gli levò il cervello 17.

La più capace e piena ampolla, ov’era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l’altre essendo a monte.
Prima che ’l paladin da quella sfera
piena di luce alle più basse smonte,
menato fu da l’apostolo santo
in un palagio ov’era un fiume a canto;

ch’ogni sua stanza avea piena di velli
di lin, di seta, di coton, di lana,
tinti in vari colori e brutti e belli.
Nel primo chiostro una femina cana
fila a un aspo traea da tutti quelli,
come veggiàn l’estate la villana
traer dai bachi le bagnate spoglie,
quando la nuova seta si raccoglie.

V’è chi, finito un vello, rimettendo
ne viene un altro, e chi ne porta altronde:
un’altra de le filze va scegliendo
il bel dal brutto che quella confonde.
"Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo?"
dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde:
"Le vecchie son le Parche 18, che con tali
stami filano vite a voi mortali.

Quanto dura un de’ velli, tanto dura
l’umana vita, e non di più un momento.
Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura,
per saper l’ora ch’un debba esser spento.
Sceglier le belle fila ha l’altra cura,
perché si tesson poi per ornamento
del paradiso; e dei più brutti stami
si fan per li dannati aspri legami".

Di tutti i velli ch’erano già messi
in aspo 19, e scelti a farne altro lavoro,
erano in brevi piastre i nomi impressi,
altri di ferro, altri d’argento o d’oro:
e poi fatti n’avean cumuli spessi,
de’ quali, senza mai farvi ristoro,
portarne via non si vedea mai stanco
un vecchio, e ritornar sempre per anco.

Era quel vecchio sì espedito e snello,
che per correr parea che fosse nato;
e da quel monte il lembo del mantello
portava pien del nome altrui segnato.
Ove n’andava, e perché facea quello,
ne l’altro canto vi sarà narrato,
se d’averne piacer segno farete
con quella grata udienza che solete.

Quattro cavalli, più rosseggianti di una fiamma
San Giovanni Evangelista aggiunse al giogo;
e dopo che si sistemò sul carro con Astolfo,
prese in mano le briglie, e li spinse verso il cielo.
Il carro, con moto rotatorio, si levò nell’aria,
e subito arrivò al centro della sfera del fuoco eterno;
e l’evangelista fece il miracolo per cui, mentre
lo attraversarono, questo non fosse ardente.

Superano tutta la sfera infuocata,
e quindi vanno al regno della Luna.
Notano che quel luogo è, per la maggior parte,
come una lastra d’acciaio senz’alcuna macchia;
e, come dimensioni, lo tovano identico o poco più
piccolo dell’estensione dell’ultimo globo
terrestre, comprendendo anche il mare
che circonda e cinge la Terra.

Qui Astolfo ebbe un duplice motivo di stupore:
che quel mondo da vicino era ben grande,
mentre, per noi che lo osserviamo dalla Terra,
assomiglia piuttosto ad una piccola palla;
e che gli conveniva aguzzare ambo gli occhi,
se voleva riconoscere da lì la Terra e il mare
che la circonda intorno; poiché non mandando
luce propria, la loro immagine è offuscata.

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
ci sono lassù, in confronto con i nostri;
le città e i castelli della Luna hanno
altri piani, altre valli, altre montagne,
con abitazioni che di più imponenti
non ne vide il paladino né prima né poi:
e vi sono sconfinate e solitarie selve, dove
di contiuno le ninfe cacciano le bestie feroci.

Il duca si fermò ad esplorare tutto;
poiché non era salito lì con quello scopo.
Fu condotto da San Giovanni,
in una valle cinta da due montagne,
dove per mezzo di un miracolo viene raccolto
ciò che si perde, o per colpa nostra,
o per colpa del tempo o della sorte:
ciò che si perde qui, là si raduna.

Non mi riferisco solo al potere e alle ricchezza,
su cui ha effetto l’instabile ruota della Fortuna;
ma intendo anche ciò che essa non ha potere
di togliere o di dare.
Lassù si trova molta fama, che, come un tarlo,
il tempo a lungo andare quaggiù divora:
lassù ci sono le infinite preghiere e promesse
che noi peccatori facciamo a Dio.

Le lacrime e le sofferenze degli amanti,
il tempo sprecato che si dilapida nel gioco,
e l’ozio interminabile degli ignoranti,
i progetti irrealizzati che non hanno mai luogo;
sono tanti i vani desideri che occupano
la maggior parte della Luna: in conclusione,
tutto ciò che quaggiù si potrebbe perdere,
lo potrai ritrovare salendo lassù.

Astolfo, passando attraverso quei mucchi,
chiede a San Giovanni ora di questo ora di quello.
Vide un cumulo di vesciche gonfie, dal cui interno
parevano giungere tumulti e urla disperate;
e scoprì che erano i re antichi,
sia del popolo assiro che della Lidia,
sia dei Persiani che dei Greci, che già furono
famosi, e il cui nome è oggi quasi dimenticato.

Vede lì vicino ami d’oro e d’argento
in un ammasso: erano quegli omaggi
che si fanno, con la speranza di un favore,
ai re, ai principi avari, ai protettori.
Vede laccetti nascosti in corone di fiori;
chiede, e ascolte che sono tutte delle adulazioni.
Hanno l’aspetto di cicale esplose mentre
cantavano versi in lode dei loro signori.

Scopre che gli amori infelici hanno forma
di nodi dorati e di ceppi ricoperti di gemme.
Vi trovò artigli di aquile; che erano - lo so -
il potere conferito dai signori ai loro ministri.
I mantici che hanno riempito i pendii,
sono i fumi e i favori che i principi
danno per tempo limitato ai loro favoriti,
che poi scompaiono con il passare degli anni.

Resti e rovine di città e di fortificazioni
stavano qui sottosopra mischiate con grandi tesori.
Astolfo chiede e apprende che sono complotti,
e quelle congiure che restano nascoste per poco.
Vide serpi con faccia di fanciulla,
prodotto di falsari e di ladroni:
poi vide bottiglie di vario tipo, rotte,
che erano il tipo di servizio delle corti misere.

Vede una gran massa di minestre versate a terra,
e chiede a San Giovanni cosa significhi.
"L’elemosina" dice "che qualcuno lascia come
testamente perché sia elargita dopo la sua morte".
Passa davanti a una gran montagna di fiori di tipi
diversi, che aveva un bel profumo e ora puzzava forte.
Questo era il dono - se è lecito definirlo così -
che Costantino I fece al papa Silvestro.

Vide tantissimi ramoscelli invischiati,
che erano, o donne, le vostre bellezze.
Sarebbe lungo, se narrassi in versi
tutte le cose che qui gli furono mostrate;
poiché dopo mille e mille versi non finirei, e
poiché sulla Luna c’è tutto ciò che capita in vita:
solo la pazzia non è né poca né troppa sulla Luna;
perché la pazzia sta sulla Terra, e non se ne va mai.

Astolfo pose attenzione per alcuni giorni su alcuni
fatti che lo riguardavano, ma già dimenticati;
tanto che se non ci fosse stato un interprete con lui,
non ne avrebbe distinto le forme così strane.
Poi giunse a ciò che ci pare di aver a tal punto
che non preghiamo mai Dio di darcene di più;
intendo il senno: e ce n’era qui un monte, e da solo
era molto di più che tutte le altre cose enumerate.

Era come un fluido leggero e delicato, tendente a
evaporare, se non ben chiuso in un recipiente;
e lo si vedeva raccolto in varie ampolle,
quale più, quale meno capiente, atte a quell’uso.
La più grande di tutte era quella in cui era stato
infuso il gran senno del cavaliere folle Orlando;
e venne riconosciuta tra le altre, dal momento che
aveva scritto di fuori: Senno di Orlando.

E, allo stesso modo, anche tutte le altre avevano
scritto il nome di chi era il proprietario del senno.
Il duca franco vide gran parte del suo; ma lo
fece meravigliare molto di più vedere le ampolle
di molti uomini che credeva non dovessero
mancarne neppure di un briciolo, e che lì
facevano vedere che ne avevano ancora poca;
perché gran quantità era in quel luogo.

Alcuni perdono per amore, altri per onore, altri
nella ricerca di ricchezze, attraversando il mare;
altri per la fiducia nei propri signori,
altri dietro alle futili arti della magia;
altri per i gioielli, altri per i quadrii, ed altri
per qualcos’altro che apprezzano più d’ogni cosa.
E in quel luogo di senno di filosofi, astrologhi
e poi di poeti ce n’è ancora molto.

Astolfo prese il suo; perché gli fu concesso
dallo scrittore dell’oscura Apocalisse.
Si mise semplicemente vicino al naso l’ampolla
in cui c’era il senno, e par che quello se tornò al suo posto:
e Turpino dichiara che da allora in poi
Astolfo visse a lungo da saggio; ma 
un errore che fece in seguito, quello
per un’altra volta gli fece perdere il senno.

Astolfo prende l’ampolla più capiente e piena,
dov’era il senno che rendeva saggio Orlando;
e non era così leggera, come gli era parso
quand’era ammonticchiata con le altre.
Prima di scende da quella sfera
piena di luce a quelle più basse,
Astolfo fu condotto da San Giovanni
in un palazzo accanto a cui v’era un fiume;

il palazzo aveva ogni stanza piena
di ammassi di lino, seta, cotone e lana,
tinti in diversi colori, alcuni brutti altri piacevoli.
Nel primo chiostro una donna dai capelli
bianchi traeva un filo da quelli e lo avvolgeva
ad un aspo, come in estate vediamo
la campagnola ricavare
dai bachi bagnati la seta che poi si fila.

Terminata una matassa, c’è qualcuno che metta
dell’altro filo, e chi ne aggiunge ancora da altro luogo:
un’altra donna sceglie, in mezzo alle matasse,
quelle belle da quelle brutte, che l’altra non distingue.
"Che lavoro si fa qui, che io non lo capisco?"
chiede Astolfo a Giovanni; e quello risponde:
"Le vecchie sono le Parche, che con questi
fili tessono le vite di voi uomini mortali.

Quanto dura uno dei fili, tanto è lunga la vita
umana, e non un momento di più.
La Morte e la Natura sorvegliano questo posto
per sapere quando qualcuno dovrà morire.
L’altra Parca è attenta a scegliere i filati più belli,
che saranno tessuti per ornare
il paradiso; e con i fili di qualità più scadente
si fanno corde tormentose per i dannati".

Di tutte le matasse che erano già stati messi
sull’aspo, e scelte per un altro lavoro,
venivano impressi i nomi su piccole piastre,
alcune di ferro, altre argentee o dorate:
venivano poi accatastati a formare
cumuli compatti, dai quali, senza mai riposarsi,
il Tempo ne portava via un po’ senza stancarsi mai,
per poi ritornare sempre per prenderne ancora.

Quel vecchio era così rapido e veloce,
che pareva nato per correre;
e dal quel mucchio portava il lembo del mantello
pieno delle piastrine con i nomi di appartenenza.
Dove andava, e perché facesse ciò,
vi sarà narrato nel canto successivo, se mostrerete
di averne piacere, con quella benevola attenzione
che mi offrite solitamente.

 

1 Si pensi che Astolfo è l’amante della maga Alcina, da cui è trasformato in mirto (canto 6); liberato dalla maga Melissa, egli  l’unico in grado di calvacare il mitologico Ippogrifo (canto 8). Astolfo combatte con mostri e giganti in Egitto (canto 15) e poi, in un altro episodio celebre dell’Orlando furioso, conquista e distrugge il magico castello di Atlante.

2 Le arpie erano creature mitologiche, col viso di donna e il corpo da rapace, che sono citate in molti poemi dell’antichità, dall’Odissea all’Eneide. Sono generalmente raffigurate come creature orrende e ripugnanti, che hanno il compito di trasportare agli inferi le anime dei defunti.

3 Santo evangelista: si tratta di San Giovanni Evangelista, cui, oltre al quarto Vangelo, è attribuita anche la stesura del è la guida dell’Apocalisse. Qui fa da guida ad Astolfo sulla Luna.

4 Fuoco eterno: secondo la fisica tolemaica la sfera del fuoco è posta tra il cerchio dell’Aria, che circonda la terra, e il cerchio della Luna. San Giovanni e Astolfo, per effetto di un miracolo, lo oltrepassano indenni

5 acciar: l’idea che il cielo della Luna fosse di superficie liscia e splendente si trova già nel secondo canto del Paradiso di Dante (vv. 19-45).

6 Ultimo globo: il globo terrestre è l’ultimo poiché, sempre secondo Tolomeo (II secolo d.C.), si trova al centro dell’universo.

7 Questa ottava è un buon esempio dell’ironia e della medietas dell’autore: le misure e l’importanza delle cose (come la Luna e la Terra) dipendono dal punto da cui le si osserva, che è sempre relativo.

8 La fama non è immortale, ma è anch’essa sottomessa alla legge del tempo che passa.

9 Seppi: si tratta di una clausola veridificante, con cui Ariosto finge di rifarsi all’autorità di Turpino (VIII secolo), l’arcivescovo di Reims ritenuto erroneamente autore di una Vita di Carlo Magno e che veniva citato come auctoritas sia nei cantari sia nel proemio dell’Orlando innamorato.

10 mantici: si tratta degli strumenti ad aria con cui stimolare un fuoco.

11 Ganimedi: Ganimede era, nella mitologia greca, il bellissimo coppiere degli dei.

12 Il riferimento è qui alla fittizia “Donazione di Costantino” del 315, che ha costituito la base del potere temporale della Chiesa. Come si vede, il giudizio dell’autore è nettamente negativo.

13 duca franco: Astolfo, pur essendo figlio del re di Inghilterra, era considerato un paladino di Francia.

14 L’elenco delle cause della perdita di senno è condotto secondo la figura retorica dell’anafora, che ripete il termine “altri” per passare in rassegna tutte le motivazioni possibili.

15 Per Ariosto, anche la categoria dei letterati non è esente dal vizio della follia.

16 L’Apocalisse è un testo di 404 versetti che, per mezzo di visioni e profezie, illustra la fine del mondo e il destino ultimo dell’umanità

17 Astolfo infatti si innamorerà della moglie di un castellano sarà da questo gettato in mare e poi fatto inghiottire da una balena dalla maga Alcina. Insomma, anche chi recupera il senno è poi destinato a riperderlo quanto prima.

18 Parche: le Parche erano tre divinità classiche, assimilabili alle Moire greche (Cloto, Lachesi, Atropo), che filavano il filo della vita di ogni uomo, lo tessevano e lo recidevano al momento della morte.

19 aspo: l’aspo è uno strumento simile all’arcolaio, utile per raccogliere un filo in una matassa ordinata.

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