6'

"I promessi sposi", capitolo 28: riassunto e commento

Il Manzoni apre il capitolo XXVIII dei Promessi Sposi descrivendo l’atmosfera che aleggiava a Milano nei giorni subito successivi alla rivolta di San Martino. L’autore racconta che i cittadini, esaltati dalla convenienza del prezzo del pane cui i tumulti avevano condotto ne compravano a più non posso: ovviamente questa situazione non poteva durare, e col loro comportamento scialacquatore e dissennato, i milanesi contribuivano a peggiorare la situazione generale:

 

Ed ecco che, il 15 di novembre, Antonio Ferrer, De orden de Su Excelencia, pubblicò una grida, con la quale, a chiunque avesse granaglie o farine in casa, veniva proibito di comprarne né punto né poco, e ad ognuno di comprar pane, per più che il bisogno di due giorni, sotto pene pecuniarie e corporali, all’arbitrio di Sua Eccellenza [...] insieme però, nuovo comando a’ fornai di tener le botteghe ben fornite di pane, sotto pena in caso di mancamento, di cinque anni di galera, et maggiore, all’arbitrio di S. E.

Per far sì che i panettieri potessero produrre molto pane viene imposta una nuova legge anche sul riso, al fine di fornire un prodotto alternativo da mischiare nel composto a causa della scarsità della farina. Manzoni, in veste di storico, sottolinea con lucidità le conseguenze di tali azioni:

 

Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de’ conti, i frutti principali della sommossa; guasto e perdita effettiva di viveri, nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo, spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s’aggiunga quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto: due davanti al forno delle grucce, due in cima della strada dov’era la casa del vicario di provvisione.

L’autore, lamentandosi della scarsità di notizie su ulteriori “grida” emanate e sulle vicende del prezzo del pane, ci fornisce un ritratto inquietante  di Milano durante l'inverno e la primavera, per farci capire in che condizioni versasse la città, a causa della sproporzione tra il prodotto e la richiesta, situazione del resto aggravata dai provvedimenti errati adottati dai potenti ("A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti”). Il Manzoni descrive l’ampliarsi continuo delle fila degli accattoni, rimpolpate dai giovani licenziati e da coloro che dal lavoro dei giovani dipendono, donne, vecchi e bambini. Nella processione dell’elemosina si possono riconoscere anche alcuni bravi caduti in miseria. Ma lo spettacolo più deprimente è quello offerto dai contadini che arrivano dalla campagna esausti e disperati, senza più nulla di cui sopravvivere e stanchi della lotta affrontata per proteggere gli ultimi mezzi di sussistenza.

 

Questa triste situazione ha mosso i cuori dei più meritevoli e portato ad un gran fervore di opere caritatevoli. A primeggiare in questo senso agli occhi del Manzoni è il cardinale Federigo. Egli ha organizzato infatti una rete di carità che portava ristoro in tutta la città attraverso le mani di sei preti. Essi offrivano cibo, vino, vestiti e soldi. La grandiosa generosità del cardinal Federigo, supportata da altre beneficenze di minor portata, non bastava però  a risolvere la situazione. Il Manzoni ci informa che non ci sono notizie di tumulti relativi a quel periodo, e, interrogandosi su tutto questo, giunge ad una riflessione sulla condizione umana:

 

Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.

In questa misera condizione di povertà e di morte causata dalla carestia, trascorrono l’inverno e la primavera, e sopraggiunge il pericolo del contagio portato dalle miriadi di cadaveri che giacevano ormai per le strade:

 

Nel tribunale di provvisione vien proposto, come più facile e più speditivo, un altro ripiego, di radunar tutti gli accattoni, sani e infermi, in un sol luogo, nel lazzeretto, dove fosser mantenuti e curati a spese del pubblico; e così vien risoluto, contro il parere della Sanità, la quale opponeva che, in una così gran riunione, sarebbe cresciuto il pericolo a cui si voleva metter riparo,

Segue la descrizione del lazzaretto, che era nato come ricovero per gli appestati. Si trasportavano dunque in quel luogo, divenuto ben presto un inferno molto concreto, volontariamente o con la forza, i poveri della città. Il Manzoni si scaglia contro questa risoluzione, prevedendone le conseguenze, dato che “il numero giornaliero de’ morti nel lazzeretto oltrepassò in poco tempo il centinaio”. Così il lazzaretto fu aperto, i sani rilasciati e gli infermi trasportati in un altro luogo, dove morirono quasi tutti. Nel frattempo i raccolti tornarono e le masse di contadini abbandonarono la città, e sembrava che ci fosse un attimo di respiro dopo tanti lamenti, quando un nuovo flagello bussa alle porte di Milano:

 

[l'esercito] di Ferdinando s’avvicinava [...]; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi avvisi al tribunale della sanità, che in quell’esercito covasse la peste, della quale allora nelle truppe alemanne c’era sempre qualche sprazzo [...].

Don Gonzalo risponde però ai tribunali della sanità di sperare nella Provvidenza. Il governatore di Milano viene sostituito a causa dell’insuccesso nella guerra, e l’esercito tedesco inizia il saccheggio del territorio:

 

Finalmente se n’andavano; erano andati; si sentiva da lontano morire il suono de’ tamburi o delle trombe; succedevano alcune ore d’una quiete spaventata; e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo maledetto suon di trombe, annunziava un’altra squadra. Questi, non trovando più da far preda, con tanto più furore facevano sperpero del resto, bruciavan le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove non c’era più nulla, davan fuoco anche alle case; e con tanta più rabbia, s’intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio, per venti giorni: ché in tante squadre era diviso l’esercito.