Rime Nuove

Carducci, “San Martino”: parafrasi e commento

A cura di Luca Ghirimoldi

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Breve ode anacreontica strutturalmente identica a Pianto antico, San Martino, che compare nel terzo libro delle Rime nuove, è uno dei testi più noti di Carducci, e uno di quelli che meglio danno conto della sua poetica e della sua visione del mondo.

 

La metrica del testo (quattro quartine di settenari, in cui il primo è piano e non rimato, il secondo e il terzo sono piano e in rima baciata, il quarto tronco e in rima con gli altri versi finali), buon esempio della ricerca formale carducciana su forme minori o fuori dall’uso corrente, si adatta assai bene a quel quadretto paesaggistico che San Martino, al di là della notazione cronologica precisa in calce alla poesia (“8 decembre 1883”), ci descrive con spiccato gusto impressionistico. Il ritmo spedito dei settenari e la musicalità delle rime contribuiscono infatti a ricostruire - per brevi scorci come “puntinati” sulla pagina - una situazione che da meteorologica (la nebbia che, alzandosi verso i colli spogli di alberi e sfumando come pioggia, lascia campo al maestrale, vento di nord-ovest che fa infuriare il mare) diventa emotivo-esistenziale. Lo sguardo del poeta, che nelle due quartine centrali attraversa rapidamente un “borgo” non meglio identificato, allinea così particolari e dettagli (lungo le vie del borgo, l’odore aspro del vino, che ribolle nei recipienti, va a rallegrare gli animi della gente, mentre uno spiedo gira scopiettando) di una scena paesana, in cui Carducci rinviene e ritrova i valori morali della tradizione e dei costumi del passato. A ciò s’aggiunge, con abile bilanciamento, il piano intimo e personale: il “cacciator” (che fischiettando sull’uscio contempla il tramonto che rende rosse le nubi, e degli uccelli neri che, migrando nelle luci vespertine, assomigliano a suoi vaghi pensieri indistinti) del finale di San Martino è una chiara trasposizione dell’autore stesso, che traduce nel paesaggio la propria intima inquietudine.

 

San Martino, pur nella sua apparente immediatezza espressiva, è tuttavia un testo rigorosamente costruito: spicca l’attenzione carducciana alla dimensione fonica, che quasi “mima” la realtà naturale che ci viene descritta, e il ricorso frequente a forme verbali di modo indefinito (come “piovigginando”, “ribollir”, “scoppiettando”, “fischiando”, “migrar”) proprio per restituire una percezione sfumata (e quasi atemporale) del microcosmo rappresentato. Lo sviluppo del discorso carducciano (retto anche da “enjambements” assai rilevanti, come ai vv. 7-8 e vv. 12-13, e da una generale tendenza all’inversione dell’andamento sintattico normale della frase) poggia poi sulla funzione simbolica di alcuni referenti: alla cerchia protetta dei legami umani tra gli abitanti in festa corrisponde la rabbia del mare increspato in alte onde, e soprattutto quegli “uccelli neri” che forse annunciano, nella mente del poeta, sotterranee e latenti preoccupazioni.

 

Metrica: breve ode anacreontica di settenari

 

La nebbia a gl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

 

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de i vini

l’anime a rallegrar.

 

Gira su’ ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

 

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

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