Risorgimento e Unità d'Italia

Dal Congresso di Vienna al Risorgimento italiano

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Il Risorgimento, un fenomeno complesso

 

Con il termine Risorgimento si intende, in storiografia, il lungo processo politico, culturale e militare che ha portato alla formazione, nella penisola italiana, di uno Stato-nazione unitario. La parola, usata per la prima in un diverso contesto dal gesuita Saverio Bettinelli nel 1775, fu in seguito ripresa, con un riferimento più diretto al processo politico in corso, da Vittorio Alfieri, diventando sinonimo di liberazione dalle potenze straniere e unificazione politica della penisola italiana.

Questo percorso, che occupa gran parte della storia d’Italia del XIX secolo, non sarebbe comprensibile senza tener presente il panorama non solo politico ma anche culturale e filosofico del periodo, in primis la diffusione dell’idea di “nazione”, sviluppatasi durante la Rivoluzione francese e diffusa in Italia proprio dalle truppe transalpine, discese nella penisola a varie riprese a partire dal 1796. Proprio le truppe guidate dal giovane generale Bonaparte avevano infatti creato la prima Repubblica Cisalpina (comprendente però solo il centro-nord dell’Italia geografica), divenuta poi Repubblica Italiana nel 1802 e Regno d’Italia nel 1805 1. Anche la parola “patriota”, che designa tutti coloro che, a vario titolo e con progetti diversi, si sono battuti per la causa italiana è in realtà un lascito della stagione rivoluzionaria della fine del XVIII secolo, essendo stata utilizzata per la prima volta dai partigiani dell’indipendenza delle tredici colonie americane che avevano dato vita, nel 1776, agli Stati Uniti d’America. Diffusasi poi nel vecchio continente come sinonimo di “rivoluzionario” era passata ad indicare tutti coloro che si opponevano al sistema di potere incentrato sull’Ancien régime.

L’obiettivo principale che aveva animato i patrioti, cioè l’unificazione del paese in un unico Stato, è raggiunto il 17 marzo 1861 quando, dopo l’annessione dell’Italia centrale e del Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna diventa Regno d’Italia e dà vita ad una nuova stagione della storia nazionale 2. Questo non deve tuttavia indurre a considerare il Risorgimento in maniera teleologica, cioè come un percorso lineare il cui esito fosse a priori prevedibile nei modi e nelle forme in cui poi si è realizzato. L’unità nazionale era stata infatti l’obiettivo di varie forze politiche che avevano diverse concezioni e progetti differenti. Democratici, repubblicani, liberali, radicali e cattolici si erano affrontati, all’interno del fronte patriottico, per imporre il proprio modello di Stato nazione ed il risultato aveva inevitabilmente finito per determinare tra loro vincitori e sconfitti.

È importante altresì sottolineare come la dominazione straniera non sia la sola cosa che i patrioti combattono: la lotta strettamente nazionale è costantemente affiancata da quella costituzionale, nel più ampio quadro dell’’abbattimento dell’ancien régime.

 

La Restaurazione e il nuovo equilibrio europeo

 

Dopo aver sconfitto Napoleone nella battaglia di Lipsia nell’ottobre 1813, le potenze della Sesta Coalizione avevano convocato un congresso internazionale 3 nel novembre dell’anno successivo per ridisegnare la carta politica d’Europa dopo lo sconvolgimento venticinquennale della Rivoluzione francese e dell’età napoleonica. I molti diplomatici che accorrono a Vienna non avrebbero mai potuto sospettare che la fuga di Napoleone dall’Elba e la riorganizzazione di un’armata francese avrebbero reso tutt’altro che definitiva la loro vittoria e che solo la battaglia di Waterloo, il 18 giugno 1815, avrebbe scacciato definitivamente lo spettro che Napoleone rappresentava per i troni europei.

A dirigere il gioco diplomatico sono, naturalmente, le quattro maggiori potenze artefici della sconfitta di Napoleone: Gran Bretagna, Austria, Germania e Prussia. La Francia, ammessa a Vienna in quanto monarchia restaurata che era stata vittima della Rivoluzione e usurpata dall’Impero, affida all’abile e camaleontico Charles Maurice de Talleyrand le proprie speranze di far dimenticare il proprio passato e tornare a sedere nel consesso delle principali potenze europee. Il principio cardine che plasma la linea politica delle potenze vincitrici è quello della Restaurazione: si tratta cioè di riportare l’Europa indietro di venticinque anni, come se la Rivoluzione francese non fosse mai avvenuta. Riportare semplicemente i confini degli Stati a prima del 1789, tuttavia, non sarebbe stato sufficiente a cancellare una rivoluzione che aveva sconvolto il continente e, soprattutto, non avrebbe potuto impedire che una cosa del genere accadesse di nuovo. Per questo il principe austriaco Klemens von Metternich, destinato a diventare uno dei principali ideologi dell’Europa post-congressuale, fa sì che l’opera di restaurazione proceda secondo due principi complementari: quello di legittimità e quello di equilibrio.

Il primo principio sancisce la legittimità del potere dinastico (dunque di origine divina, in antitesi alla sovranità popolare creata dalla Rivoluzione) e prevede il ritorno sui troni del continente dei monarchi che erano stati spodestati dai repubblicani o che vittoriosamente avevano combattuto contro di essi. Per evitare l’insorgere di nuovi conflitti, tuttavia, si decide di bilanciare la legittimità con l’equilibrio, facendo cioè in modo che le grandi potenze finiscano per equivalersi militarmente e territorialmente. Ciò causa la soppressione di molti Stati: ad esempio, l’antica Repubblica di Venezia, scomparsa col trattato di Campoformio (1797), vede i propri territori assegnati all’Impero d’Austria. In tutto il continente la necessità di bilanciare tra loro le grandi potenze fa sì che non si tenga in alcun conto la volontà delle popolazioni che risiedono nei territori interessati, cancellando - almeno nelle intenzioni - il principio di nazionalità e scambiando territori come fossero merci. In realtà, nonostante la comune volontà di combattere i principi rivoluzionari, le quattro grandi potenze vincitrici sono significativamente diverse tra loro e propugnano misure di diversa intensità.

Lo zar di Russia Alessandro I (rappresentato a Vienna dal principe di Nesselrode) propone la creazione della Santa Alleanza, destinata a coinvolgere l’Austria, la Prussia e la stessa Russia, massime rappresentanti rispettivamente del cattolicesimo, del protestantesimo e del cristianesimo ortodosso, per impegnarle a governare i loro popoli paternamente “nell’eterna religione di Dio Salvatore”, e soprattutto per coordinare le proprie forze militari in caso di nuove sollevazioni. All’alleanza aderiscono in seguito anche i re di Francia, Sardegna, Svezia e Paesi Bassi. Rifiutano invece di partecipare il Papa, a causa del peso delle potenze protestanti ed ortodosse, il sultano ottomano, escluso ovviamente dalla natura cristiana dell’accordo, ed il re d’Inghilterra, che non avrebbe potuto sottoporre al Parlamento l’approvazione di un simile trattato.

Pur essendo l’Austria una delle tre grandi protagoniste della Santa Alleanza, Metternich non vede particolarmente di buon occhio il sodalizio (almeno per i primi anni), sospettando non senza ragione che esso fosse una manovra del gabinetto di San Pietroburgo per acquisire in Europa un peso maggiore ai danni di Vienna e di Londra. Per questo promuove la Quadruplice Alleanza, un secondo trattato, dai toni meno marcatamente religiosi, che consenta la partecipazione anche della monarchia britannica, in quel frangente utilissima all’Austria per bilanciare le eccessive pretese russe.

Per quanto riguarda specificamente la penisola, il Congresso di Vienna determina un profondo cambiamento della sua geografia politica italiana e, in generale, sancisce il dominio della casa d’Asburgo, in forma diretta o indiretta, su gran parte dei suoi territori. I territori della Serenissima sono uniti a quelli dell’ex Ducato di Milano per formare il Regno Lombardo-Veneto, parte integrante dell’Impero d’Austria. Come Venezia, anche la Repubblica di Genova perde definitivamente la propria indipendenza e viene annessa al Regno di Sardegna, governato da casa Savoia: benché si tratti di uno dei pochi Stati della penisola effettivamente indipendenti da potenze straniere, la dinastia restaurata dimostra subito una volontà ferocemente reazionaria e il netto rifiuto di far sopravvivere le istituzioni, ancorché più moderne ed efficienti, create durante l’occupazione francese. Nell’Italia centro-settentrionale sono ricostituiti il Ducato di Modena, quello di Parma e Piacenza e quello di Lucca edil Granducato di Toscana, che aveva acquisito anche i territori dell’ex enclave borbonica dello Stato dei Presidi. Tutte le dinastie sui troni di queste entità sono, in qualche modo, legate alla casa d’Asburgo e subiscono pesantemente l’influsso del governo di Vienna. Nell’Italia centrale è restaurato lo Stato della Chiesa, naturalmente governato dal pontefice Pio VII e, nel meridione, viene creato il Regno delle Due Sicilie, nato dalla fusione del Regno di Napoli con quello di Sicilia e affidato a Ferdinando di Borbone che diventa Ferdinando I. Sebbene il legame tra questa casa regnante e gli Asburgo sia meno diretto, le Due Sicilie dopo il Congresso di Vienna si trovano nella situazione di sostanziale protettorato dell’Austria per quanto riguarda la terra (le truppe austriache arrivate a Napoli dopo la caduta di Murat lasciano il Regno solo nel 1817) e della Gran Bretagna per quanto riguarda i porti.

Anche per quanto riguarda l’Italia, il Congresso di Vienna non tiene conto delle aspirazioni delle popolazioni. La situazione è tuttavia profondamente cambiata rispetto a prima della Rivoluzione, poiché gli anni rivoluzionari e la modernizzazione delle strutture statali portata dai regni napoleonici hanno creato, soprattutto nei ceti borghesi, l’aspirazione ad una partecipazione diretta alla vita dello Stato ed all’indipendenza nazionale. L’equilibrio sancito dalle grandi potenze a Vienna è quindi immediatamente messo in discussione dai patrioti italiani in nome di una doppia lotta per l’indipendenza e per la Costituzione.

La diffusione della cultura romantica, così come le oggettive contraddizioni insite nell’ordine voluto da Metternich, fa sì che la penisola italiana non sia l’unica zona del continente protagonista di spinte anche violente sulla via del cambiamento: in Europa, durante la prima metà dell’Ottocento, si assiste a moti aventi carattere costituzionale o nazionale in Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Grecia, Polonia ed Ungheria: se a Vienna si era sperato di gettare delle solide basi per un ordine europeo duraturo, gli anni successivi dimostrano inequivocabilmente il fallimento di questo tentativo.

 

Il significato della Costituzione e dell’unità territoriale

 

L’adozione di una Costituzione è al centro dell’attività dei patrioti, tanto italiani quanto europei; i primi moti del Risorgimento - in Spagna, Regno delle Due Sicilie e Regno di Sardegna nel 1820/1821 e in Francia con la rivoluzione del luglio 1830 - si sviluppano proprio intorno a questo tema.

L’aspirazione a uno Stato costituzionale è quindi un punto unificatore dei vari progetti politici che animano il variegato mondo del patriottismo risorgimentale, il che significa che lo scacchiere politico ha una prima, fondamentale, divisione: quella tra i partigiani dell’assolutismo(forma di Stato tipica dell’ancien régime, che prevede un potere indiviso e nelle mani del sovrano) e i patrioti nazionali,  fautori dell’adozione di una Costituzione e, dunque, della divisione dei poteri.

Le carte costituzionali (a parte alcuni esempi medievali come la Magna Charta Libertatum inglese del 1215) avevano assunto il ruolo di protagoniste della vita politica occidentale a partire dalla stagione rivoluzionaria degli ultimi anni del XVIII secolo. Adottata dapprima negli Stati Uniti d’America e poi - con vari cambiamenti anche molto significativi - nella Francia rivoluzionaria, una Costituzione è una legge fondamentaleche prima di tutto sancisce i rapporti tra popolo e sovranità, ossia tra governati e governanti (o meglio, chi ha titolo per governare). Mentre nelle moderne costituzioni democratiche la sovranità appartiene interamente al popolo, in quelle ottocentesche essa è generalmente divisa tra esso e il sovrano: questo tuttavia significa che, a differenza dei secoli precedenti, il popolo ha diritto di partecipare alla gestione del potere.

Non tutte le costituzioni, poi, sono storicamente frutto di una rivoluzione: a volte esse sono concesse dal sovrano che, viste le condizioni politiche del regno, sceglie, più o meno spontaneamente, di condividere il potere con alcuni rappresentanti dei propri sudditi: si parla in questo caso di Costituzione octroyée(oottriata”, ossia ottenuta per concessione del re). È questo il caso, per esempio, dello Statuto Albertino, adottato dal Regno di Sardegna nel 1848, passato poi al Regno d’Italia e restato in vigore (anche se solo formalmente, visto lo snaturamento provocato dalla dittatura fascista) fino al 1946.

La lotta per la Costituzione significa quindi lotta non solo per una generica “legge fondamentale” gerarchicamente superiore a tutte le altre nell’ordinamento, ma anche per il diritto di partecipare alla gestione dello Stato. Proprio per il suo ruolo nel sistema legislativo, la Costituzione è considerata superiore perfino alla volontà regia, poiché a questo punto la casa reale non si identifica più con lo Stato ma diviene uno dei suoi vari organi). I diritti dei cittadini enunciati nella carta (non solo quelli politici, ma anche quelli personali e sociali) non possono dunque essere revocati nemmeno dietro un esplicito ordine del sovrano.

Nelle costituzioni ottocentesche (come nella prima carta della Francia rivoluzionaria del 1791) il potere legislativo, ovvero il potere di fare le leggi attraverso un Parlamento appositamente eletto, è riservato al popolo, mentre il sovrano riserva a se stesso il potere esecutivo (cioè promulgare e far applicare le leggi stesse) e il potere giudiziario, cioè nominare i giudici e concedere la grazia.

Il secondo grande obiettivo di tutto il mondo patriottico è l’unificazione della penisola italiana e la creazione di uno Stato-nazione. Da questo punto di vista l’Italia arriva tardi rispetto a molti altri paesi del continente che avevano vissuto questo processo con la formazione di monarchie unitarie nel corso del Medioevo e dell’età moderna. I maggiori ostacoli in tal senso sono rappresentati, naturalmente, dalla presenza dell’Austria, ben decisa a mantenere la propria egemonia sulla penisola, e dai diversi monarchi degli Stati preunitari, comprensibilmente restii a cedere il loro potere in favore del nuovo Stato italiano.

Il raggiungimento di tale obiettivo è stato principalmente possibile grazie all’impegno militare di casa Savoia, che nel 1848 prende decisamente la testa del movimento nazionale e che unifica il centro-nord del paese nel corso delle tre guerre d’indipendenza e favorisce l’impresa dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, che vale alla monarchia piemontese anche i territori del Regno delle Due Sicilie. Dal punto di vista della continuità istituzionale, dunque, il Regno d’Italia non è che un ampliamento del Regno di Sardegna 4.

 

Un Risorgimento, tanti Risorgimenti

 

Lungi dall’essere omogeneo, il mondo dei patrioti si divide in varie correnti: ciascuna di esse elabora una diversa idea di Costituzione e, conseguentemente, un diverso progetto di Stato unitario. La prima e più importante differenza tra le possibili costituzioni è il diverso concetto di “popolo” e dunque di suffragio. Non solo nessuna delle costituzioni ottocentesche prevede il suffragio universale, escludendo radicalmente le donne dalla cittadinanza, ma la maggior parte di esse pone limitazioni, anche molto restrittive, di censo(secondo una concezione per la quale solo chi era proprietario di qualcosa poteva davvero decidere del bene dello Stato) e di capacità (escludendo quindi gli analfabeti e i servitori).

I democratici sono favorevoli a una base elettorale più ampia possibile, e spesso anche a misure economiche di redistribuzione. Per essi la creazione della nuova Italia avrebbe significato non solo la nascita di un nuovo Stato ma anche l’occasione per sperimentare un nuovo sistema politico fondato sulla partecipazione di tutti. Benché questo sistema non sia in linea di principio incompatibile con la monarchia, i democratici hanno tutti (almeno in origine e prima di adattarsi agli eventi) simpatie repubblicane: è il caso di Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Giuseppe Garibaldi e Carlo Pisacane. Restii a collaborare con i governi degli Stati preunitari, alcuni dei democratici saranno protagonisti di numerose sommosse ed esperimenti rivoluzionari (come la Repubblica romana del 1849) destinati tuttavia ad avere vita effimera e breve durata.

A essi si oppongono, per metodo e finalità, i liberali moderati. Questi, convinti che l’obiettivo dell’unità nazionale debba essere perseguito gradualmente e tramite le riforme, sono invece favorevoli a partecipare alle iniziative dei governi e ben presto identificano in casa Savoia il centro della loro azione politica. Lo Stato che aspirano a creare si configura come una monarchia costituzionale,al cui governo i proprietari terrieri e la nascente borghesia industriale devono dare un contributo rilevante. In materia economica sono decisamente liberisti e, pur desiderando un rinnovamento che avrebbe reso più efficienti l’industria e l’agricoltura sul modello dei paesi europei più avanzati, non vogliono assolutamente mettere in discussione il modello sociale che ne è alla base né tantomeno il diritto di proprietà. A questo schieramento appartengono Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Massimo D’Azeglio e Camillo Benso conte di Cavour.

Un altro fattore di divisione tra i patrioti riguarda il diverso grado di autonomia locale che essi immaginano per l’Italia futura: chi si ispira al modello classico di Stato moderno creato dalla Rivoluzione francese si definisce centralista mentre chi, rilevando le profonde differenze sociali e culturali tra le varie zone del paese rimaste divise per secoli, preferisce un’ampia libertà delle autorità locali rispetto al governo centrale si definisce federalista. Il massimo esponente di questa seconda corrente è certamente il piemontese Vincenzo Gioberti, che auspica per la penisola un futuro federale che addirittura non prevede il decadimento dei diversi sovrani messi sul trono dal Congresso di Vienna quanto piuttosto un loro accordo per un’unione federativa che avrebbe avuto come guida il pontefice. Proprio per il ruolo assegnato alla Chiesa e al Papa nei loro progetti politici, intellettuali come lo stesso Gioberti, Antonio Rosmini, Gino Capponi e Alessando Manzoni sono detti “neoguelfi”.

 

L’anti-Risorgimento

 

Il fatto che il processo risorgimentale culmini con la creazione di uno Stato nazionale italiano non deve indurre a considerare il fenomeno in maniera finalistica, cioè come se l’unità d’Italia fosse nella natura delle cose e come se, soprattutto, esistesse da sempre un “popolo italiano” unito nel desiderare per sé un paese unito. Gli abitanti della penisola, infatti, sono ben lungi dall’essere tutti compattamente a favore della causa risorgimentale e, mentre le plebi rurali di tutti gli Stati preunitari rimangono quasi completamente indifferenti al fenomeno, molti abitanti della penisola si battono per il mantenimento delle monarchie tradizionali. Il solo fatto che gran parte degli “italiani” sia profondamente legato alla fede cattolica aiuta a capire come l’atteggiamento della Chiesa, largamente sfavorevole a un’Italia costituzionale e liberale, allontani dalla causa unitaria larghissime fette della popolazione.

Se quindi la storiografia tradizionale ha costantemente posto l’accento sull’italianità dei patrioti e di coloro che hanno dato la vita per l’unità, è altrettanto vero che un settore considerevole della popolazione si è battuto contro il Risorgimento che, per questa ragione, può essere considerato come una sorta di guerra civile tra coloro che aspirano ad un paese moderno e costituzionale e coloro che restano ancorati ai governi ed alla fede cementati da secoli di tradizione. In risposta alle formazioni rivoluzionarie, nascono vere e proprie società segrete reazionarie, come i calderarie i concistoriali; inoltre, intellettuali e teorici della politica come il napoletano Antonio Capece Minutolo principe di Canosa e il piemontese conte Clemente Solaro della Margarita scrivono in difesa della monarchia assoluta, contro ogni progetto di istruzione delle popolazioni ed in favore delle forme tradizionali e più conservatrici di religiosità.

Benché, poi, l’Austria sia identificata come il principale avversario dei patrioti (sia a causa del governo diretto del Lombardo-Veneto, sia a causa dell’influenza sugli altri sovrani della penisola) non bisogna concepire il Risorgimento soltanto come un confronto tra italiani e austriaci. Sono “italiani” (napoletani, romani, piemontesi, modenesi, veneti…) anche coloro che formano le polizie, le forze di repressione e il cospicuo esercito di delatori che denunciano i patrioti ed i loro progetti.

 

Suddivisioni cronologiche del Risorgimento italiano


La storiografia ha proposto numerose suddivisioni cronologiche per delimitare, sotto vari punti di vista, il Risorgimento. Le date d’inizio e fine proposte con maggior frequenza sono il 1815 e il 1860, considerando il processo come una messa in discussione dell’assetto determinato a Vienna fino al raggiungimento del principale obiettivo - uno Stato-nazione unitario - con la nascita del Regno d’Italia. La storiografia più recente, tuttavia, considera tardiva la data del 1815 preferendo inglobare nel processo al 1796, data della prima discesa dell’esercito napoleonico (e, con esso, dell’idea nazionale) al di qua delle Alpi. Per quanto poi riguarda la data finale, invece, si è spesso sottolineato come la proclamazione del Regno d’Italia non completi, in realtà, l’unità nazionale, poiché delle parti rilevanti della penisola sono ancora sotto dominazione straniera (Veneto, Trentino, Friuli) o sotto il dominio di un potere assolutista (Roma). Ognuna di queste suddivisioni presenta vantaggi e punti critici e potrebbe essere giustificata adottando un particolare punto di vista. Occorre tuttavia tener presente che, come ogni suddivisione cronologica, essa è essenzialmente convenzionale, e ogni significativo mutamento storico richiede tempi lunghi durante i quali elementi di novità convivono con quelli più tradizionali. È in ogni caso certo che il conseguimento di uno Stato unitario non risolve i problemi di convivenza tra popoli e ceti che si affacciano in quel momento alla modernità. Il 17 marzo 1861, come esprime bene una frase spesso attribuita al D’Azeglio ma probabilmente mai effettivamente pronunciata, “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”.

1 Deriva dalla stagione delle guerre napoleoniche anche il tricolore nazionale italiano, adottato nella prima versione a bande orizzontali per la prima volta a Reggio Emilia nel 1796 come stendardo della Guardia Civica.

2 Al momento dell’apertura del primo Parlamento Italiano, tuttavia, l’unificazione territoriale era considerata incompleta poiché il Lazio e il Triveneto erano considerate terre italiane ancora sottratte all’Italia. A pochi anni di distanza, tuttavia, prima la terza guerra d’indipendenza sancirà l’annessione del Veneto (1866), poi la presa di Roma sottrarrà il Lazio al potere temporale della Chiesa (1870). La completa unificazione, con l’annessione al Regno d’Italia anche delle province “irredente” di Trento e Trieste, arriverà solo con il trattato di Versailles al termine del primo conflitto mondiale.

3 Più che di un vero e proprio congresso con un’agenda precisa e riunioni plenarie, i lavori diplomatici di Vienna si svolgono durante una serie di feste, balli e ricevimenti che permisero ai delegati di incontrarsi privatamente e tessere alleanze. Proprio la natura informale e mondana dei lavori suggerisce al principe Charles Joseph de la Ligne, nobile belga membro della delegazione austriaca, il motto: “Si le Congrès danse, il ne marche pas” (“Il Congresso danza, ma non va avanti”).

4 A riprova della continuità istituzionale tra l’entità sardo-piemontese e quella italiana, è interessante notare che Vittorio Emanuele II, al momento di assumere su di sé la corona unitaria, non ritiene necessario interrompere la numerazione dinastica dei suoi antenati e iniziare una “nuova” dinastia.

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