Vita dei Campi

Verga, "Fantasticheria": riassunto e commento

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Introduzione


Primo testo della raccolta Vita dei campi, Fantasticheria (già comparsa sul «Fanfulla della Domenica» del 24 agosto 1879) svolge un’importante funzione nell’introdurre la determinante silloge verghiana, in quanto teorizza esplicitamente alcuni capisaldi della poetica verista degli anni a venire, oltre ad introdurre per rapidi accenni quelli che saranno i personaggi principali del romanzo I Malavoglia, che frattanto sta lievitando nella mente dello scrittore catanese.


Riassunto e commento


Assai interessante, appunto per le finalità teoriche che Verga assegna al suo testo, la forma che egli sceglie di conferirgli: quello di una sorta di lettera, scritta da un protagonista maschile, dietro cui pare intravedersi l’autore reale, ad una figura femminile non meglio identificata, dalla provenienza settentrionale e dalla estrazione sociale alto-borghese. I due, probabilmente legati da un rapporto sentimentale (come pare di intuire tra le righe del testo), trascorrono un breve periodo ad Aci Trezza, là dove verrà ambientato il romanzo. Subito si percepisce la distanza tra la ricca e benestante protagonista e l’ambiente che la circonda:

Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci-Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: “Vorrei starci un mese laggiù!”. Noi vi ritornammo e vi passamo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di veder eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai 1.

La questione in gioco è insomma quella della differente maniera con cui i due personaggi osservano e gidicano la realtà rurale ed arcaica del paesino siciliano, fatto di “casipole sgangherate e pittoresche, che viste di lontano vi sembravano avessero il mal di mare anch’esse” 2. Da un lato, l’atteggiamento superficiale e quasi snobistico della donna, che nel corso di una breve vacanza cerca qualcosa di divertente e di folklorico, cadendo involontariamente nel ridicolo 3. Dall’altro, la percezione da parte di chi scrive della radicale distanza tra sé e questo mondo primitivo, che necessita di uno sforzo notevole per essere compreso e capito a fondo, senza maschere e mistificazioni. È da questa consapevolezza che prende corpo il progetto perseguito con Vita dei campi, e cioè quello di “farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori” 4, come spiega il protagonista quasi alludendo alle pratiche della ricerca scientifica. E si capisce sin da ora che al problema della prospettiva (e, quindi, dello stile letterario) si affianca quello dell'impegno etico del narratore che, pur non facendo parte di questa realtà, deve sforzarsi di aderirvi nella maniera più piena e “vera”.

Si spiega così l’ironia sarcastica contro le vanità e i disvalori della classe borghese, cui contrappone quell’ideale dell’ostrica che costituisce la miglior sintesi della caparbia mentalità popolare, che per Verga costituisce un prezioso lascito di valori. Solo vivendo ancorati allo scoglio dove il destino li ha collocati, gli abitanti di Aci Trezza possono sperare di salvarsi nella lotta per la sopravvivenza, e sfuggire al “dramma” che il vedrà sempre sconfitti:

Un dramma che qualche volta forse vi racconterò e di cui parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: - che allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace com’è, se l’ingoiò, e i suoi più prossimi con lui. - E sotto questo aspetto vedete che il dramma non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio 5.

E così le ultime righe di Fantasticheria, oltre che anticipare il ciclo aperto da I Malavoglia, forse alludono anche al profondo impegno etico che Giovanni Verga si assume d’ora innanzi: una missione letteraria che lo vedrà, nel volgere di poco più di un decennio, produrre alcune delle opere più alte della nostra storia letteraria e di trovarsi, alla fine, sconfitto dal proprio stesso progetto.

1 G. Verga, Fantasticheria, in Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 2004, vol I, p. 121.

2 Ivi, p. 122.

3 Ivi, p. 121: “passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer meritevole di buscare dei reumatismi”

4 Ivi, p. 123.

5 Ivi, pp. 127-128.

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