Rivoluzione francese

Napoleone dal Trattato di Campoformio alla campagna d’Egitto

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La caduta di Robespierre e la svolta termidoriana danno il via alle guerre di conquista della Francia post-rivoluzionaria: la campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte rientra infatti in una più ampia strategia offensiva contro l’Austria e gli Asburgo. Il giovane Bonaparte, di formazione giacobina, ottiene strabilianti successi prima contro i piemontesi e poi contro gli austriaci, mettendo in luce al tempo stesso tutte le contraddizioni del giacobinismo italiano, che si era illuso di trovare in Napoleone un liberatore, ma che poi scopre nel giovane generale un conquistatore straniero che saccheggia il paese e stipula con il nemico austriaco il Trattato di Campoformio nel 1797 (mentre l’anno successivo Napoleone occupa i territori dello Stato Pontificio e nel 1799 scaccia i Borbone e proclama la Repubblica partenopea). Il rientro a Parigi da trionfatore permette a Bonaparte di spingere il Direttorio alla campagna d’Egitto contro gli inglesi e i loro interessi commerciali nelle Indie: tuttavia, la sconfitta per mano di Horatio Nelson ad Abukir interrompe i piani napoleonici e l’avanzata della seconda coalizione in Italia (1799) fa cadere le neonate repubbliche giacobine, tra repressione e restaurazione dei sovrani assoluti.

La lezione è a cura del Laboratorio LAPSUS (Università degli Studi di Milano).

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Dopo la svolta moderata di Termidoro (deposizione di Robespierre  del 27 luglio-1794) il governo francese decise di continuare sulla via bellica rilanciando la guerra di conquista. Questa era necessaria per due motivi: da un lato consolidare l’unità nazionale attorno al nuovo regime uscito dalla svolta del 9 Termidoro, dall’altro tentare di risolvere il problema finanziario grazie al contributo dei territori invasi. Come si è detto, nella primavera del 1796 dalla strategia si passò all’azione: il Direttorio aveva deciso di organizzare una grande offensiva contro gli Asburgo e l’Austria. Le due armate principali (guidate da due dei più importanti generali della rivoluzione, Jourdan e Moreau) avrebbero dovuto penetrare in Germania puntando direttamente su Vienna, mentre un terzo esercito meno numeroso e peggio armato doveva impegnare parte delle truppe nemiche sul fronte italiano agendo da diversivo. Lo svolgimento dei fatti non andò come previsto: le armate francesi in Germania si ritrovarono bloccate sul Reno, mentre l’armata d’Italia procedeva di vittoria in vittoria. A guidarla era Napoleone Bonaparte

Nato ad Ajaccio, in Corsica, nel 1769 da una famiglia di piccola nobiltà, Napoleone poté studiare grazie alle sovvenzioni del governo monarchico francese (nel 1768 la Corsica era stata ceduta da Genova alla Francia) e diventò ufficiale di artiglieria sotto l’antico regime. Nel 1793 fu costretto a lasciare l’isola (dove vi era stata un’insurrezione guidata dal corso Pasquale Paoli e appoggiata dagli inglesi che costrinse i francesi ad abbandonare l’isola) e a emigrare nella Francia continentale. Qui, una volta accostatosi ai giacobini, ottenne la promozione a generale di brigata grazie alle doti dimostrate nello strappare Tolone ai federalisti ribelli. Nel 1794 comandò l’artiglieria nell’armata d’Italia durante l’occupazione francese di Oneglia. La svolta di Termidoro sembrò oscurarne la stella, in quanto ritenuto seguace di Robespierre. Per un breve periodo, infatti, fu anche imprigionato. Grazie però alla conoscenza di Barras riuscì a risollevare le sorti della propria carriera: in un primo momento gli fu affidata la repressione della sollevazione monarchica (ottobre 1795), in secondo luogo fu nominato generale in capo dell’armata d’Italia. (marzo 1796). 

Trentaseimila uomini male armati e male equipaggiati si ritrovarono agli ordini di Bonaparte, il quale fu in grado di ristabilirne la disciplina e rinvigorirne il morale. La condotta politica e militare dei francesi in Italia dopo aver suscitato in un primo tempo l’entusiasmo dei patrioti italiani, si rivelò in tutta la sua crudezza: saccheggio sistematico di città, chiese, musei, opere d’arte portate in Francia, pesante e pressione fiscale, guerra di conquista e non di liberazione. Le contraddizioni del comportamento di Napoleone nei confronti del giacobinismo italiano e delle sorti dell’Italia emergono nello svolgimento delle trattative per la firma dell’armistizio di Cherasco (28 aprile) dove le sorti della prima repubblica giacobina italiana (la repubblica d’Alba) furono subordinate alla ragione di Stato della nazione guida. Il movimento giacobino in Italia aveva assunto proporzioni abbastanza importanti , considerando che si trattava di un movimento clandestino, ancor prima della discesa di Napoleone nella penisola. Inoltre era riuscito a reclutare consensi anche tra le masse popolari e non solo nei ceti borghesi. In Italia c’erano molti fattori che avevano favorito l’avanzata delle idee rivoluzionari francesi: una classe media istruita che era a conoscenza e condivideva i principi dell’Illuminismo, un diffuso malcontento nei confronti della dominazione straniera, malcontento contadino.

Il movimento giacobino italiano si ispirava però all’ala più radicale di quello francese comprendendo nel proprio programma proposte come l’istruzione obbligatoria e gratuita, l’imposta progressiva sul reddito e la distribuzione ai meno abbienti dei beni confiscati alla Chiesa. Per queste richieste di tipo egualitario e democratico entrarono in contrasto con i francesi durante la prima campagna d’Italia, i quali scelsero come collaboratori esponenti moderati, più in linea con la politica francese dopo la svolta di termidoro.

Successivamente alla vittoria contro gli austriaci presso Lodi e la presa di Milano (15 maggio), una volta ottenuta la firma papale al trattato di Tolentino, Napoleone risalì l’Italia settentrionale intenzionato a puntare direttamente su Vienna, arrivando fino a Leoben nell’aprile 1797. Nel frattempo a Verona scoppiò una rivolta antifrancese (conosciuta con il nome di "Pasque Veronesi", in quanto cominciò il lunedì di Pasqua). Questa, unita alla presenza di truppe austriache, fece sì che le truppe francesi penetrassero nel territorio di Venezia, impadronendosi della Serenissima, nonostante la sua proclamata neutralità.

Contro il parere dello stesso Direttorio Napoleone procedette al riassetto dei territori conquistati: sul finire del 1796 i territori della Lombardia liberati dalla presenza degli austriaci vennero a costituire la Repubblica Transpadana, a cui si aggiungeranno i territori veneziani di Bergamo e Brescia; le città di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia costituirono le Repubblica Cispadana (proclamata dai deputati di queste città riunitisi in congresso a Reggio Emilia per volontà di Napoleone); queste due entità vennero poi aggregate nella Repubblica Cisalpina nel maggio 1797. Nello stesso periodo veniva promossa la formazione della Repubblica ligure che trasformava i propri ordinamenti in senso democratico; nei territori veneziani nasceva la Repubblica democratica veneta dove fu lo stesso patriziato di Venezia a deporre l’ultimo doge. Napoleone voleva ora chiudere velocemente la guerra per tornare vittorioso a Parigi: il 17 ottobre 1797 firmava con l’Austria la pace di Campoformio con la quale cedeva agli Asburgo il Veneto, l’Istria e la Dalmazia in cambio del riconoscimento della Repubblica cisalpina e della ratifica dell’annessione del Belgio e della riva sinistra del Reno alla Francia. Questa pace inflisse un durissimo colpo ai patrioti italiani (basti pensare alle prime pagine delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo) che avevano visto nei francesi la volontà di liberare l’Italia e che ora dovevano fare i conti con la ragion di Stato che aveva fatto si che la secolare indipendenza di Venezia fosse sacrificata: Napoleone appariva ora non più come liberatore, ma come conquistatore.

La pace di Campoformio aveva mostrato chiaramente le contraddizioni e le ambiguità del rapporto tra la Rivoluzione francese e l’Italia. La Francia appariva ora non più come la nazione liberatrice dei popoli oppressi, bensì come potenza che conduceva una politica finalizzata ai propri interessi. Nonostante questo e nonostante la partenza di Napoleone dall’Italia, l’influenza della rivoluzione francese nella penisola continuò e i patrioti italiani continuarono a vedere nei francesi i portatori delle nuove idee rivoluzionarie. Nel 1798 le truppe francesi occuparono i territori dello Stato pontificio, imprigionando Pio VI e proclamando la Repubblica romana. Nello stesso anno il Piemonte veniva occupato dai francesi e annesso allo Stato transalpino. Il re di Napoli Ferdinando IV decise di attaccare le truppe francesi, le quali però reagirono costringendo i Borbone alla fuga, entrando a Napoli nel gennaio 1799 e proclamando la Repubblica partenopea. Infine l’esercito francese si diresse verso la Toscana occupandola militarmente. Alla Repubblica cisalpina si aggiungevano altre repubbliche sorelle della Francia. In questo modo, escluso il Veneto, tutta l’Italia continentale era sotto il dominio diretto o indiretto dei francesi. Le isole della Sicilia e della Sardegna erano diventate il rifugio dei Borbone e dei Savoia ed erano protette dagli inglesi, ormai l’unica potenza rimasta in campo contro la Francia rivoluzionaria.

Napoleone abbandonò quindi l’Italia, entrando da trionfatore a Parigi. Nel 1798 propose al Direttorio il suo progetto di occupazione dell’Egitto per colpire l’Inghilterra nei suoi interessi economici. La campagna d’Egitto (composta da 300 navi e da una commissione di scienziati e archeologi) iniziò con la battaglia delle Piramidi dove le truppe francesi sconfissero le truppe dei mamelucchi. Le cose però si complicarono presto per Bonaparte che venne sconfitto dagli inglesi dell’ammiraglio Nelson ad Abukir, dove si ritrovò bloccato.

Nel mentre, in Italia, le nuove repubbliche procedevano nel loro cammino di cambiamento: adottarono costituzioni che riprendevano quella francese del 1795 (che prevedeva un organismo collegiale a capo del potere esecutivo e due camere teoricamente elette, praticamente nominate dalla Francia a gestire il potere legislativo) e furono amministrate da uomini di tendenze moderate scelti dai francesi. In tutti i territori venne abolita la feudalità e incamerati i beni della Chiesa, nonché introdotti i principi rivoluzionari di uguaglianza e libertà. I giacobini italiani vennero presto estromessi dal potere in quanto le loro richieste entravano ora in contrasto con il corso politico impostosi in Francia. Questi governi non riuscirono a conquistare il consenso delle masse popolari che li vedevano come complici dell’occupazione francese, caratterizzata dall’imposizione di tasse onerose e requisizioni sistematiche. Inoltre va ricordata l’ostilità dei contadini molto religiosi, che si sentivano minacciati e offesi dal laicismo dei patrioti. (Nel 1799 moti sanfedisti e legittimisti in Piemonte, Marche, Lazio, Umbria e Toscana). 

Nel frattempo i nemici della Francia si erano riorganizzate e le truppe austro-russe della seconda coalizione antifrancese discesero in Italia nella primavera del 1799. Una dopo l’altra caddero le varie repubbliche giacobine. La sorte più tragica toccò alla Repubblica partenopea: in Calabria il cardinale Fabrizio Ruffo organizzò un esercito di contadini che sotto il simbolo della Santa Fede marciò verso Napoli abbandonata dalle truppe francesi. Ferdinando IV Borbone venne restaurato sul suo trono. I patrioti meridionali diedero avvio alla resistenza che finì repressa nel sangue. Si concludeva così l’esperienza del triennio repubblicano in Italia. La sconfitta derivava dall’incapacità dei patrioti italiani di far leva sulla masse e di soddisfare i bisogni del popolo. Tuttavia iniziava a sedimentarsi quel sentimento nazionale che caratterizzerà le successive vicende della penisola.

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