Purgatorio

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"Purgatorio", Canto 30: commento critico

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Il canto XXX del Purgatorio: l'apparizione di Beatrice, lettura e analisi di Andrea Cortellessa.
 
Il canto XXX del Purgatorio è il canto più autobiografico del poema: Dante incontra il proprio passato nella figura di Beatrice, che riappare alla fine del Purgatorio, sulla cima del Paradiso terrestre. La sua figura in quest'ultima parte del Purgatorio sembra ancora legata al personaggio biografico che Dante aveva cantato nella Vita nova, mentre nella terza cantica Beatrice sarà un principio allegorico e trascendente. Questa doppia natura compone una straordinaria compresenza di piani tra dimensione narrativa e biografica (Purgatorio) e quella filosofico-trascendentale (Paradiso). L'incontro con Beatrice corrisponde all'abbandono di Virgilio. Questo episodio viene narrato da Dante con il ricorso a una citazione dell'Eneide.
 
Nel canto precedente era cominciata una processione che culmina nel XXX canto con la comparsa sulla cima di un carro allegorico di Beatrice, avvolta da una nuvola di fiori e vestita di rosso, coperta da un mantello verde e con un velo bianco sulla testa. Dante, sconvolto dall'immagine, si volge verso Virgilio per avere aiuto, citando i versi del libro IV dell'Eneide dedicati a Didone (v. 23: "Adgnosco veteris vestigia flammae"), ma il poeta latino è scomparso, e Dante piange per lo sconforto. Beatrice rimprovera aspramente Dante, che dovrebbe preoccuparsi per ben altre sue mancanze; intervengono pure degli angeli in favore di Dante, intonando un salmo, ma in risposta Beatrice espone le colpe del poeta, affinchè possa pentirsi e così da poter entrare in Paradiso: dalla perdita di Beatrice che lo porta allo smarrimento della retta via al suo percorso attraverso l'Inferno.
 
Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.

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Nella seconda cantica, il Purgatorio, Dante percorre un cammino inverso rispetto a quello dell’Inferno, un capovolgimento strutturale: quel moto che era in discesa finisce per essere in salita, verso la vetta della “montagna bruna”, che abbiamo visto apparire alla fine del canto di Ulisse (XXVI canto dell’Inferno), vetta in cui è posto il Paradiso terrestre, in cui è presente ormai il preannuncio della dimensione di salvezza che verrà percorsa in un’ulteriore cantica: il Paradiso. Prima che Dante possa affrontare questo viaggio, questo volo non folle, ma salvifico, deve superare una prova che ha a che fare con il suo passato. Il Purgatorio è la cantica più narrativa, quella in cui la tecnica poetica risente maggiormente della narratività e della volontà di raccontare le vicende biografiche dei personaggi, dei peccatori più diversi: nel Purgatorio ha corso la dimensione temporale che invece è assente nell’Inferno poiché la condanna infernale è senza tempo. È simbolico che la presenza del tempo e la narratività del Purgatorio coincidano con l’episodio più autobiografico della Commedia, quello in cui Dante incontra il proprio passato nella figura di Beatrice, la quale riappare alla fine del Purgatorio, sulla cima del Paradiso terrestre, e lo accompagnerà poi lungo il Paradiso.

Se la Beatrice del Paradiso sarà davvero un principio meramente allegorico e trascendente, la Beatrice di quest’ultima parte del Purgatorio ha ancora delle tracce del personaggio biografico che Dante davvero aveva conosciuto e cantato nella Vita nuova. Questa doppia natura compone una straordinaria compresenza di piani; quella struttura doppia, che abbiamo descritto come tipica dell’immaginario medievale e che si realizza nella Commedia in più alto grado, trova il suo trionfo alla conclusione del Purgatorio, al limite tra la dimensione narrativa e biografica e la dimensione, al contrario, filosofica e trascendentale del Paradiso. L’incontro con Beatrice coincide con l’abbandono di Virgilio. Questo passaggio di testimone è narrativizzato con un ricorso alla citazione più smaccata dall’Eneide che coincide però con l’assenza biografica, con l’assenza del personaggio di Virgilio. Vita e letteratura, come visto nella Vita nuova, si fondono inscindibilmente e questa fusione, questa capacità di trovare una superiore unità trova l’immagine forse più bella nella poesia di tutti i tempi: i meravigliosi versi del paragone con il gelo invernale che si scioglie nelle lacrime della sofferenza, del pentimento che Beatrice impone al suo antico discepolo. La scena è legata a un carro allegorico che è stato descritto nei canti precedenti; su questo carro allegorico colmo di figure che rinviano all’immaginario medievale, rutilante e sovraccarico di emblemi, a un certo punto apparirà come un ammiraglio sulla prora della nave da combattimento, Beatrice, l’imperatrice del cuore di Dante.

Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quand'elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: ’Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.

La citazione dall’Eneide è contemporaneamente legata all’apparizione di Beatrice, ma anche a un’immagine edipica, ossia l’improvvisa apparizione di una metafora di un bambino che si rivolge alla madre; qui la madre è Virgilio, ma è davvero troppo facile connettere questa invocazione con l’apparizione di Beatrice.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’ mi;

né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser atre.

Qui si sente un’altra voce:

«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;

in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,

vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

L’immagine di Beatrice, quasi ammiraglio sulla nave, si ricollega ancora una volta all’episodio di Ulisse che aveva preannunciato il viaggio purgatoriale. La nave, di cui Beatrice è ammiraglio, precedentemente aveva ospitato la figura di Beatrice, ma era velata quindi Dante non l’aveva riconosciuta. È proprio nel momento in cui Beatrice rivela i suoi occhi che Dante riconosce davvero i segni dell’antica fiamma.

Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,

regalmente ne l’atto ancor proterva
continüò come colui che dice
e ’l più caldo parlar dietro reserva:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.”

Ancora una volta Dante si rispecchia e qui c’è uno specchio vero: la fonte del fiume purgatoriale; gli rinvia la propria stessa immagine così come precedentemente, per l’unica volta nel poema, era risuonato il suo nome “che di necessità qui si registra”, come dice Dante, perché pronunciato da Beatrice. Il volto che si rispecchia nell’acqua purgatoriale, nell’acqua del “lavacro amorale”, a cui lo costringe l’apparizione di Beatrice, gli evoca di nuovo l’immagine materna.

Così la madre al figlio par superba,
com’ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.

Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbito «In te, Domine, speravi»;
ma oltre ’pedes meos’ non passaro.

Sì come neve tra le vive travi
per lo dosso d’Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,

poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;

così fui sanza lagrime e sospiri
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;

ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
lor compartire a me, par che se detto
avesser: «Donna, perché sì lo stempre?»,

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.

Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:

«Voi vigilate ne l’etterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;

onde la mia risposta è con più cura
che m’intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d’una misura.

Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova
virtüalmente, ch’ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.

Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
quant’elli ha più di buon vigor terrestro.

Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.

Le parole di Beatrice ai suoi compagni, ai compagni del carro allegorico, alle varie figure che pure hanno cantato i cori, hanno cantato le preghiere, hanno incoraggiato Dante a sopportare la vista di Beatrice, qui è veramente un ammiraglio che commina la pena che Dante deve soffrire. Dante ha riconosciuto le pene a cui sono condannate le anime dell’Inferno e del Purgatorio, ma è qui che lui deve passare la sua pena, deve espiare la sua colpa. Quando Beatrice “passa a seconda vita”, cioè muore, Dante commise la sua colpa: mutò vita; perse la diritta via, la retta via; “si tolse a me e diessi altrui”. Questa non è gelosia di donna viva, ma è allegoria di una perdita di ruolo, di significato dell’esistenza che Dante evidentemente aveva sofferto.

Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.

Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.

Per questo visitai l’uscio d’i morti,
e a colui che l’ha qua sù condotto,
li preghi miei, piangendo, furon porti.

Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto

di pentimento che lagrime spanda».

Dante ha già sparso le sue lacrime di pentimento, ma queste lacrime devono farsi un fiume come il fiume di Leté, come il fiume dell’oblio, come il fiume della memoria a cui il Purgatorio è dedicato.

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