Italo Svevo

"Una vita" di Italo Svevo: commento al finale del romanzo

A cura di Alessandro Cane

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Il romanzo di Italo Svevo Una vita si conclude drammaticamente con il suicidio del protagonista, Alfonso Nitti, incapace di adeguarsi e di sentire un senso di appartenenza al mondo che lo circonda. Alfonso nella prima parte della romanzo sembra aver trovato il suo ruolo nella società: impiegato emergente nella banca Maller, fidanzato con Annetta, figlia del banchiere, e partecipante del salotto letterario in casa Maller. Dopo la repentina fuga nel paese natale da questa vita e il suo ritorno a Trieste, si assiste al ribaltamento della situazione iniziale con un declassamento professionale, con il matrimonio di Annetta con il cugino e con l’odio ormai esplicito della famiglia Maller per Alfonso. Il protagonista, una volta sfidato a duello dal fratello della donna amata, non vede altra soluzione che il suicidio. Una scelta amara, che sembra essere l’unica possibile conclusione di una vita ormai priva di ideali e desideri. Alfonso appare vittima di se stesso: è troppo concentrato sulla sua interiorità per poter godere e partecipare alla vita quotidiana e alle piccole gioie che può dare, gioie che il protagonista stesso, con la sua fuga, ha contribuito ad annullare.
Svevo, nelle pagine finali del romanzo, riporta gli ultimi pensieri del protagonista; l’odio di Annetta diventa per quest’ultimo motivo di annichilimento:

 

Questo dunque era stato l’appuntamento che Annetta aveva accordato. Ella aveva rapide le decisioni e facili i mezzi. Mandava il fratello con l’incarico di ucciderlo. Anche Annetta lo odiava, questo gli doleva; e lo disprezzava, perché non credeva d’essere sicura di lui. Credeva di dover sopprimerlo per non averne a temere. Non lo conosceva; in tanto tempo in cui egli l’aveva amata, ella non aveva saputo comprendere quanto schietto e onesto fosse il suo carattere. Questo era il doloroso, non che Federico probabilmente lo avrebbe ammazzato!

Alfonso decide così di suicidarsi  per “convincere Annetta ch’ella sul suo conto si ingannava”, sperando che “l’amore per lui [...] un giorno le rinascesse nel cuore e che ellla andasse alla sua tomba a spargervi fiori e lagrime”. Il protagonista vive nuovamente un sogno ad occhi aperti, in cui si illude che alla donna interessi ancora qualcosa di lui, mentre nella realtà dei fatti questa sembra ormai completamente indifferente:

 

Una volta scomparso, Annetta non avrebbe più avuto il ribrezzo della paura per lui, per il suo ricordo, ed era tutto quello ch’egli poteva sperare. Non voleva vivere dovendo continuare ad apparirle quale un nemico spregevole sospettato di voler danneggiarla e farle pagare a caro prezzo gli stessi favori da essa accordatigli.

Il protagonista con lucida rassegnazione si rende conto che la sua vita ormai appare priva di senso e si interroga sulla necessità del suicidio, con un ragionamento che appare influenzato dalla riflessioni filosofiche di Schopenhauer sulla volontà, comprendendo infine la sua natura e la sua incapacità di vivere:

 

Non aveva pensato mai al suicidio che col giudizio alterato dalle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desiderî, il desiderio di vivere.
Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L’abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch’egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo.

Il romanzo si conclude con la lettera della banca Maller sulla notizia della morte di Alfonso Nitti; una fredda e burocratica lettera, in cui viene ipocritamente espresso il cordoglio della banca di fronte al decesso di un impiegato:

 

Signor Luigi Mascotti,
In risposta alla pregiata vostra del 21 corr. vi annunciamo che ci sono del tutto ignote le cause che spinsero al suicidio il nostro impiegato signor Alfonso Nitti. Fu trovato morto nel suo letto il 16 corrente, alle quattro della mattina, dal signor Gustavo Lanucci, il quale, rincasato a quell’ora, s’insospettì per l’intenso odore di carbone che trovò diffuso in tutta l’abitazione. Il signor Nitti lasciò una lettera diretta alla signora Lanucci in cui la dichiarava sua erede. La vostra domanda sulla somma trovata presso il signor Nitti deve quindi essere diretta a quella signora.
I funerali si fecero addì 18 corr. con l’intervento dei colleghi e della direzione.
Con distinta stima vi riveriamo
Maller & Co.

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