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Cesare Pavese, "Il carcere": riassunto e analisi

Introduzione

 

Il carcere è un romanzo breve scritto da Cesare Pavese tra il 1938 e il 1939 ma pubblicato solo nel 1949, insieme con La casa in collina. L’opera è di ispirazione autobiografica: nel personaggio principale di Stefano è riconoscibile lo stesso Pavese, condannato al confino tra l’agosto del 1935 e la primavera del 1936 dal Fascismo per motivi politici. Pavese viene infatti arrestato per antifascismo e frequentazione di ambienti sovversivi (nonostante egli sia in quegli anni abbastanza distante dalla politica) e imprigionato prima nel carcere di Torino, poi in quello di Roma, per essere infine condannato a tre anni di confino in Calabria, a Brancaleone. Se la pena verrà poi condonata per il successo nella guerra d’Etiopia, l’esperienza della reclusione e dell’isolamento forzato segna profondamente lo scrittore.

 

Trama e analisi

 

Stefano, il protagonista, viene confinato in un paesino della Calabria per esser stato trovato in possesso di lettere compromettenti di stampo antifascista (esattamente come accadde a Pavese stesso). Stefano, intellettuale settentrionale, si trova a confronto con la realtà di un mondo “altro”, estraneo e dimenticato, che diventa per lui metafora concreta del suo disagio esistenziale. La struttura de Il carcere, scritto in terza persona, sottolinea proprio questa componente riflessiva: la narrazione, più che venire scandita da avvenimenti e azioni reali, si compone quasi interamente di riflessioni e pensieri propri dell’universo interiore di Stefano.

I principali contatti umani del protagonista sono quelli con le figure femminili: da un lato c’è Elena, la figlia della padrona di casa di Stefano, che intreccia con lei una relazione abbastanza superficiale. Invaghita del protagonista, il “professore” venuto dal nord, Elena è una figura placida ed arrendevole, fragile e sottomessa, cui si contrappone, nell’immaginazione di Stefano, Concia, una ragazza incolta, selvaggia e sensuale che abita vicino a Stefano e che diventa l’oggetto del desiderio e la proiezione mitica dell’ansia esistenziale del protagonista. Concia è infatti, nella sua animalità ancestrale (Stefano dice che è “bella come una capra”) che quasi ci ricorda la Gisella e il Talino di Paesi tuoi, una proiezione delle inquietudini interiori del protagonista, recluso in un "carcere" tanto fisico quanto (e soprattutto) esistenziale. Sullo sfondo, c’è poi - come spesso nella narrativa di Pavese - lo spettro di una delusione amorosa: Stefano scopre infatti che la donna che ha difeso, non svelando il fatto che le lettere fossero dirette a lei, lo ha tradito.

Il motivo del tormento intimo ha così la meglio, nei lunghi mesi del confino a Brancaleone, sulle necessità dell’impegno politico e della militanza attiva: non è un caso che Stefano rifiuti di incontrare un altro confinato, un anarchico, che si trova in montagna. Lo scenario dei contatti umani di Stefano (al di là di Elena) è del resto desolante: il protagonista non riesce nemmeno a stringere rapporti con la gente del paese, del tutto distante da lui per formazione e per abitudini di vita. Incattivito per la condanna, che ritiene ingiusta, Stefano non comprende il mondo che ha davanti; ne risulta ulteriormente accresciuto il suo senso di isolamento e di alienazione:

A volte, giocando alle carte nell’osteria, tra i visi cordiali o intenti di quegli uomini, Stefano si vedeva solo e precario, dolorosamente isolato, fra quella gente provvisoria, dalle sue pareti invisibili. Il maresciallo che chiudeva un occhio e lo lasciava frequentare l’osteria, non sapeva che Stefano a ogni ricordo, a ogni disagio, si ripeteva che tanto quella non era la sua vita, che quella gente e quelle parole scherzose erano remote da lui come un deserto, e lui era un confinato, che un giorno sarebbe tornato a casa 1

L’immagine del “deserto” e delle “pareti invisibili” torna anche nella descrizione degli spazi: Brancaleone è un paesino minuscolo, circondato dalla campagna brulla e affacciato sul mare. Stefano gode di una effettiva libertà di movimento ma ritrova nella realtà attorno a lui le stesse costrizioni intime che lo attanagliano. Il mare, in particolare, da simbolo della libertà e della Natura diventa per il protagonista “la quarta parete della sua prigione”, sottolineando ulteriormente le ansie e del "male di vivere" del recluso. In questo senso il “carcere”, più che un luogo fisico o una condizione storica, è una situazione esistenziale, che troveremo frequentemente negli altri personaggi pavesiani.

1 C. Pavese, Il carcere, Torino, Einaudi, 2007, p. 17.