Letteratura latina

Lucrezio, “De rerum natura”, l’Inno a Venere: traduzione, metrica, commento

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Il proemio del grande poema didascalico di Lucrezio, il De rerum natura, è fondamentale per introdurre i temi fondamentali alla base dell’operazione letteraria, filosofica e culturale che il poeta si prefigge con la propria opera.

L’apertura del testo è così dedicata all’invocazione a Venere (“Aeneadum genetrix”), dea dell’amore e principio vitale della continuità dell’esistenza, cui Lucrezio chiede innanzitutto intercessione affinché circonfonda di lepos (v. 15 e v. 28; ovvero di grazia e bellezza poetica) il proprio arduo impegno di divulgazione e spiegazione della filosofia di Epicuro (341-270 a.C.) nel mondo romano. La seconda richiesta è poi quella che la dea, simbolo di pace, si rivolga al dio della guerra Marte per assicurare a Roma un periodo di pace in una situazione drammatica come quella delle guerre civili (v. 41: “hoc patriai tempore iniquo”). Non manca la dedica e la captatio benevolentiae del protettore patrizio, Gaio Memmio (v. 26: “Memmiadae nostro”; v. 42: “Memmi clara propago”), che diventa il destinatario ideale del progetto di Lucrezio: presentare e diffondere l’epicureismo tra le élites culturali di Roma, invitandole alla scoperta di una filosofia estranea al mos maiorum ma che per Lucrezio doveva costruire l’asse portante delle conoscenze scientifiche e degli insegnamenti etici del nuovo ceto dirigente.

Lo stile di questo proemio è particolarmente sublime, come richiede l’importanza del momento e la solennità dell’argomento: troviamo allora genitivi singolari e plurali con desinenze arcaiche (in -ai e in -um), forme particolari e poco usate di sostantivi e verbi, l’uso di allitterazioni e di serie di aggettivi in successione, la costruzione di immagini tanto elaborate quanto memorabili, l’attenzione nella scelta delle congiunzioni subordinanti per scnadire le proprie argomentazioni scientifico-filosofiche.

Attraverso questo stile elevato e retoricamente elaborato, Lucrezio vuole trasmettere al proprio lettore il senso di novità straordinaria della parola e degli insegnamenti di Epicuro (presentati ad esempio nel proemio del secondo libro), e invitarlo in un difficile viaggio (estetico e gnoseologico al tempo stesso) mai intrapreso prima da alcun esser umano.

Metro: esametro dattilico.

 

Aèneadùm genetrìx 1, | hominùm divùmque 2 volùptas 3,
àlma 4 Venùs, | caelì subtèr | labèntia 5 sìgna
quaè mare nàvigerùm, | quae tèrras frugiferentis
còncelebràs, | per tè quoniàm | genus òmne animàntum
còncipitùr | visìtque 6 exòrtum | lùmina sòlis:
7, dea, tè fugiùnt | ventì, te nùbila càeli
àdventùmque tuùm, | tibi suàvis daèdala 8 tèllus
sùmmittìt florès, | tibi rìdent aèquora pònti
plàcatùmque nitèt | diffùso lùmine caèlum.
Nàm simul 9 àc speciès | patefàctast vèrna dièi
èt reseràta vigèt | genitàbilis àura favòni 10,
àeriaè primùm | volucrès te, dìva, tuùmque
sìgnificànt initùm | percùlsae còrda tuà vi.
Ìnde feraè pecudès 11 | persùltant pàbula 12 laèta
èt rapidòs | tranànt amnìs: | ita càpta lepòre 13
tè sequitur cupidè | quo quàmque indùcere pèrgis.
Dènique pèr maria àc montìs | fluviòsque rapàcis 14
fròndiferàsque domòs | aviùm campòsque virèntis
òmnibus ìncutièns | blandùm per pèctora amòrem
èfficis ùt 15 cupidè | generàtim 16 saècla propàgent.
Quaè quoniàm rerùm | natùram sòla gubèrnas
nèc sine tè quicquàm | diàs in lùminis òras
èxoritùr | neque fìt laetùm | neque amàbile quìcquam,
sociàm studeò | scribèndis vèrsibus èsse,
quòs ego dè rerùm | natùra pàngere cònor 17
Mèmmiadaè nostrò 18, | quem tù, dea, tèmpore in òmni
òmnibus òrnatùm | voluìsti excèllere rèbus.
Quò magis aèternùm | da dìctis, dìva, lepòrem;
èffice ut ìntereà | fera moènera mìlitiài 19
pèr maria àc terràs | omnìs sopìta quièscant;
nàm tu sòla potès | tranquìlla pàce iuvàre
mòrtalìs, | quoniàm bellì | fera moènera Màvors 20
àrmipotèns regit, ìn | gremiùm qui saèpe tuùm se
rèicit aèternò | devìctus 21 vùlnere amòris,
àtque ita sùspicièns | teretì cervìce repòsta
pàscit amòre avidòs | inhiàns in tè, dea, vìsus
èque tuò pendèt | resupìni spìritus òre.
Hùnc tu, dìva, tuò | recubàntem còrpore sàncto
cìrcumfùsa supèr, | suavìs ex òre loquèllas
fùnde petèns placidàm | Romànis, ìncluta, pàcem 22.
Nàm neque nòs agere hòc | patriài tèmpore inìquo
pòssumus aèquo animò | nec Mèmmi clàra propàgo
tàlibus ìn rebùs | commùni dèsse 23 salùti.

Genitrice della stirpe di Enea, gioia di uomini e dei,
Venere che dai la vita, che sotto gli astri scorrenti
del cielo rendi popoloso il mare colmo di navi e la
terra fertile di messi, poiché ogni genere di viventi
nasce da te e, sorta, contempla la luce solare:
te, dea, te fuggono i venti, te e la tua avanzata il cielo
nuvoloso, per te la terra industriosa fa sgorgare fiori,
per te sorridono le vaste superfici del mare
e, placato, splende il cielo di una diffusa chiarezza.
Non appena s’è spalancato lo splendore primaverile
dei giorni e, libero, prende forza il Favonio fecondo.
come primi gli uccelli preannunciano te, dea, e il tuo
arrivo, i cuori toccati dalla tua energia vitale.
Poi bestie feroci e greggi scorrazzano per pascoli felici
e guadano rapidi torrenti: così, preso dalla magia,
chiunque, ardente, ti segue ovunque lo porti.
Infine, per mari e monti e fiumi impetuosi, e per le
magioni frondose degli uccelli e per i campi
verdeggianti, infondendo a tutti per i petti un dolce
amore, fa che con passione le stirpi propaghino
secondo il genere. Poiché tu sola reggi la natura
delle cose, e nulla sorge senza te nei divini mondi
della luce, né accade alcunché di lieto o piacevole,
te voglio come compagna per comporre i versi
che io provo a scrivere sulla natura delle cose,
per i discendenti di Memmio, che tu, dea, hai voluto
si distingussero, ornata d’ogni dote. Tanto più, o dea,
concedi un fascino infinito ai miei versi; intanto
fa’ che le selvagge azioni di guerra riposino tutte
in pace, per mari e terre; infatti, tu sola puoi aiutare
i mortali con una serena pace, poiché i crudi onori
della guerra li governa Marte, potente in armi,
che spesso poggia il capo sul tuo grembo, vinto da
eterna ferita d’amore;  così, sollevando gli occhi,
col collo armonioso reclino, ammirando te, dea,
nutre gli avidi occhi d’amore, e dal tuo viso pende
il respiro di lui che è riverso. Quando lui è sdraiato
sul tuo sacro corpo, tu, dea, abbracciandolo da sopra,
proferisci dalle labbra dolci parole, chiedendo
per i Romani, o gloriosa, una serena pace. Infatti,
né io posso accingermi con spirito tranquillo
in un tempo infelice, né l’illustre stirpe di Memmio
può mancare in tale situazione alla comune salvezza.

 

 

1 Aeneadum genetrix: il De rerum natura si apre con un patronimico solenne, che ha una doppia funzione specifica: da un lato, c’è il richiamo esplicito ai valori e alla tradizione della cultura romana (Venere è salutata come “genitrice” ed origine della stirpe di Enea) e alla poesia epica, dato che nella scelta dell’aggettivo c’è un chiaro rimando al poeta Ennio (239-169 a.C.); dall’altro si apre qui (per chiudersi al v. 20) la cosiddetta aretalogia di Venere (dal greco areté, “virtù divina” e logía, “studio, discorso”), ovvero un inno delle qualità attribuite ad una divintà e delle sue azioni venerabili. Questa sezione, oltre a garantirsi le simpatie del pubblico del tempo e a inserire l’opera in un determinato contesto storico-letterario, vuole soprattutto celebrare Venere come simbolo di un piacere vitale che, secondo i canoni dell’epicureismo, si oppone ai moti di distruzione, impersonati da Marte. Le due divinità (che un epicureo ortodosso come Lucrezio avrebbe dovuto rigettare) sono così “raffigurazioni poetiche dei due contrapposti, universali movimenti degli atomi, che producono, rispettivamente, l’aggregazione e la disaggregazione, la costruzione e la distruzione, la vita e la morte, il piacere e il dolore, la pace e la guerra, e via di seguito per analoghe determinazioni” (F. Giancotti, Note, in Tito Lucrezio Caro, La Natura, Milano, Garzanti, 2003, p. 414).

2 divumque: forma arcaica del genitivo plurale della seconda declinazione al posto di divorum, assai frequente in Lucrezio.

3 voluptas: la voluptas è, nella mitologia greco-latina, un attributo convenzionale di Venere (o Afrodite), che era appunto la dea della bellezza e dell’amore; nella prospettiva epicurea di Lucrezio, la dea è quel “piacere” che costituisce il fine della vita umana.

4 alma: altro epiteto tradizionale di Venere; l’aggettivo almus, -a, -um deriva dal verbo alo, alis, alui, alitum, alere, “nutrire, alimentare, far crescere” ed indica quindi una forza cha dà e trasmette la vita. È quindi questa la prerogativa che contrappone Venere a Marte “armipotens” (v. 33), come il poeta spiega nella scena ai vv. 29-40.

5 labentia: Lucrezio intende lo scorrimento lento degli astri (“signa”) lungo la volta celeste; proprio per questo usa il termine labentia, che deriva da labor, laberis, lapsus sum, labi, “scivolare, scorrere dall’alto al basso”.

6 visitque: il verbo viso, visis, visi, visum, visere, “andare a vedere, visitare qualcuno, contemplare con attenzione” è la forma frequentativa di video, vides, vidi, visum, videre.

7 te: è tipico delle invocazioni rituali alle divinità l’uso del pronome di seconda persona singolare (v. 6, v. 12, v. 16), la serie di attributi ed apposizioni tipiche (“genetrix”, v. 1; “voluptas”, v. 1; “alma” v. 2; “dea”, v. 6), la formula per chiedere qualcosa in cambio della preghiera (“efficis ut”, v. 20; “effice ut”, v. 29).

8 daedala: il termine è un grecismo da daídalos, “creatore, artefice”; il nesso sostantivo + aggettivo “daedala tellus”, oltre che letterariamente raffinato, è anche molto significativo dal punto di vista della rappresentazione, poiché la terra è creatrice diretta di bellezza e di vita attraverso i suoi frutti.

9 Nam simul: la congiunzione, parallelamente a “inde” (v. 14) , “denique” (v. 17) e “quoniam” (v. 21), è tipica del registro prosastico, ed indica quindi come Lucrezio, per articolare il proprio discorso, anche termini estranei al linguaggio della poesia.

10 Costruzione: “et aura genitabilis favoni viget reserata”. Il Favonio è un vento primaverile caldo e secco, che spira da ovest e che in antichità era identificato con lo Zefiro. Il nome deriva dal verbo faveo, faves, favi, fautum, favere, “proteggere, essere propizio, far crescere”.

11 ferae pecudes: tra i due termini, è probabilmente da sottointendere la congiunzione “et”.

12 pecudes persultant pabula: si noti la forte allitterazione di “p”, caratteristica dello stile arcaizzante di Lucrezio).

13 capta lepore: l’espressione è cruciale per l’operazione letterario-didascalico che Lucrezio si prefigge con il suo poema: da un lato c’è infatti la difficoltà ermeneutica della dottrina epicurea e il suo contentuto potenzialmente rivoluzionario per la mentalità romana; dall’altro il godimento estetico dell’opera letteraria, che deve contribuire a rendere più dolce - come spiegato nel famoso passo sul miele e l’assenzio in De rerum natura, I, vv. 921-950 - le asprezze dei concetti filosofici del maestro. Ad un livello più profondo, il termine lepos caratterizza però per Lucrezio i due grandi oggetti della sua scrittura poetica: la Natura, che è attraversata dal principio vitale, e la poesia, che deve necessariamente trasmettere al lettore l’emozione, la passione e la tensione morale del suo autore. Secondo un ordine compositivo molto calibrato, il termine compare al v. 28, prima della nuova richiesta a Venere.

14 rapacis: da intendere per “rapaces”, e coordinato a “fluviosque”.

15 efficis ut: dopo le celebrazioni del potere vivificante di Venere, giunge la richiesta formulare di perpetuare la vita nelle generazioni successive e, più avanti (vv. 32-40) di placare Marte e assicurare un lungo periodo di pace a Roma.

16 generatim: si tratta di un arcaismo.

17 quos ego de rerum natura pangere conor: il verso, che indica il titolo del poema, contiene da un lato un rimando intertestuale al poema di Empedocle e all’opera principale di Epicuro, il Perì phýseos (“Sulla Natura”), suddiviso in trentasette libri ma giunto a noi solo in forma molto frammentaria. È assai probabile che il discepolo Lucrezio abbia studiato il pensiero del maestro in due sillogi, la Piccola Epitome e la Grande Epitome.

18 Memmiadae nostro: si tratta dell’indicazione del destinatario dell’opera, identificabile in Gaio Memmio, nobile romano e governatore della Bitinia tra 57 e 56 a.C.; stando ad una Familiares (XIII, 1) di Cicerone, l’intento pedagogico di Lucrezio nel dedicargli il De rerum natura non fu dei più felici: Memmio, esiliato ad Atene dopo una condanna per brogli elettorali, decise di edificare un’abitazione sopra le rovine della casa di Epicuro. Il termine “Memmiadae”, particolarmente solenne e affine all’“Aeneadum” del v. 1, è scelto anche per ragioni metriche, dato che il nome “Memmio” (composta da una sillaba lunga, una breve e un’altra lunga) è incompatibile con il piede dell’esametro.

19 moenera militiai: si noti l’allitterazione (come più avanti “moenera Mavors”, v. 32) e la desinenza arcaica del genitivo in -ai, entrambi elementi stilistici che elevano il tono letterario della pagina.

20 Mavors: nominativo arcaico per “Mars”; come prima per Venere, anche qui la scelta di una divinità tradizionale è da intendere come un simbolo dell’impulso alla morte e alla distruzione che per l’epicureismo è intrinseco alla Natura stessa. Se l’evocazione del dio della guerra, “armipotens” (v. 38), è qui funzionale a evocare indirettamente il clima di guerra per cui il poeta invoca l’intervento di Venere, il parallelsimo più ampio sarà tra questo proemio e la chiusura del sesto libro sulla tragica pestilenza di Atene.

21 devictus: il significato del verbo devinco, devincis, devici, devictum, devincere, “vincere totalmente, sbaragliare, sottomettere” è particolarmente forte e pregnante: Marte è insomma soggiogato dalla forza d’amore.

22 L’immagine dei vv. 32-40 presta molta attenzione ai rapporti plastici e spaziali tra i due amanti, Venere e Marte.

23 Qui è sottointeso il verbo "potest".

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