Mastro Don Gesualdo

Verga, "Mastro don Gesualdo": analisi del protagonista

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È nella prima parte del Mastro don Gesualdo che assistiamo all’ascesa del protagonista sulla scala sociale di Vizzini: Gesualdo non solo si prodiga la notte dell’incendio della residenza dei Trao e tesse le trame del matrimonio con Bianca, ma si dimostra (ricordando assai da vicino il Mazzarò de La roba) un instancabile lavoratore, ben conscio delle dure leggi economiche che sotterraneamente governano i rapporti umani. Nel quarto capitolo della prima sezione, il protagonista si reca a supervisionare dei lavori in un frantoio di sua proprietà, dove per giunta lavora il fratello Santo; l’episodio è significativo per mostrare come l’attivismo esasperato di Gesualdo arrivi a sacrificare, al fine totalizzante del profitto economico, anche la genuinità dei rapporti familiari. Non appena il fratello propone di accendere un fuoco per asciugarsi dalla pioggia battente, “mastro” sbotta:

 

Santo piuttosto voleva fare una fiammata per asciugargli i panni addosso. - Non importa, - rispose lui - Me ne sono asciugata tanta dell’acqua sulle spalle!... Se fossi stato come te, sarei ancora a trasportare gesso sulle spalle!... Ti rammenti?... E tu non saresti qua a giocare alle piastrelle!

Brontolando, dandosi da fare per preparare la leva, le biette, i puntelli, si voltava indietro per lanciargli delle occhiatacce. - Malannaggia! - esclamò Santo. - Sempre quella storia!... - E se ne andò sull’uscio accigliato, colle mani sotto le ascelle, guardando di qua e di là.

Se la reazione di Santo (che evidentemente preferisce il gioco delle “piastrelle”, simile alle bocce, al lavoro manuale) ricorda quasi quella dello sfaticato ‘Ntoni ai rimproveri del nonno, anche Gesualdo è una “somma” di figure verghiane diverse, ma tutte connotate da una loro fissazione o mania. La più immediata è quella di Mazzarò, che il “mastro” ricorda per l’ossessione per il lavoro e per il profitto (ecco come sono spronati i manovali: “Lesti, lesti, ragazzi! sul ponte, andiamo! Guadagniamoci tutta la giornata... Mettetevi un po’ nei panni del padrone che vi paga!... L’osso del collo ci rimetto in quest’appalto!... Ci perdo diggià, come è vero Iddio!”). Più avanti, Gesualdo attraversa la campagna sotto un sole cocente per giungere in paese, dove vuole accordarsi con canonico Lupi per l’alleanza con i poteri forti del paese per una futura asta comunali di terreni. Lo scenario, quasi dantesco ed infernale, sembra quasi alludere, oltre che alle fatiche per la “roba”, anche la dannazione cui il protagonista va incontro. Un “povero vecchio”, vedendolo transitare a quell’ora, sottolinea (con la forza di un proverbio popolare, già ricordato per la Gnà Pina de La Lupa, per cui non si esce di casa in certe ore del giorno) l’ossessione di Gesualdo per l’accumulo di beni materiali:

 

Nel burrone, fra i due monti, sembrava d’entrare in una fornace; e il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato, senza un’ombra, con tutte le finestre spalancate nell’afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel cielo caliginoso. La stessa mula anelava, tutta sudata, nel salire la via erta. Un povero vecchio che s’incontrò, carico di manipoli, sfinito, si mise a borbottare:

- O dove andate vossignoria a quest’ora?... Avete tanti denari, e vi date l’anima al diavolo!

Se Padron ‘Ntoni ha già dimostrato che l’adesione ai costumi tradizionali non può essere un argine sufficiente all’ingresso della modernità, Mastro don Gesualdo spiega invece che anche il modus vivendi che ossequia le leggi della “roba” ha al proprio interno uno squilibrio notevole e, in ultima istanza, una prefigurazione di morte fatale al protagonista.

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