Inferno

"Inferno", Canto 5: parafrasi del testo

A cura di , Silvia Milani

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Parafrasi

Analisi

Nel quinto canto dell'Inferno troviamo Dante e Virgilio giunti al secondo cerchio, controllato e gestito da Minosse, che giudica le anime dei peccatori e le destina ai vari gironi infernali a seconda delle loro colpe. Dopo essere riusciti a superare questo mitologico guardiano, Dante capisce di trovarsi tra coloro che hanno peccato di lussuria nel corso della loro esistenza, un peccato ben noto al poeta stesso. Il suo maestro gli mostra diverse anime illustri che si aggirano intorno a loro, trascinate continuamente qua e là da un vento incessante: è questa la pena che devono scontare.

L’attenzione del poeta si rivolge in particolare a Paolo e Francesca. La donna racconta, dietro richiesta del poeta, la vicenda che toccò in sorte a lei e al suo amante, il loro peccaminoso amore che è stato causa della loro morte. Dante è particolarmente interessato a capire come questo amore è iniziato, e Francesca - mentre Paolo non proferisce mai verbo e piange silenziosamente - racconta che tutto nacque leggendo dell’amore tra Lancillotto e Ginevra. Quest’ultimo passaggio ci indica come all'amore-virtù (e alla sua espressione letteraria...) possa spesso sostituirsi l'amore-passione, che contrasta con la legge di Dio. Il poeta è dunque particolarmente toccato dalla confessione dei due lussuriosi e si commuove alle parole di Francesca tanto da perdere i sensi.

Così discesi del cerchio primaio 1
giù nel secondo, che men loco cinghia 2
e tanto più dolor, che punge a guaio 3.

Stavvi Minòs 4 orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.

Dico che quando l'anima mal nata 5
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d'inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa 6.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio 7»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,

«guarda com' entri e di cui tu ti fide 8;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare 9!».
E 'l duca mio 10 a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole 11, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d'ogne luce muto 12,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina 13,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali 14,
che la ragion 15 sommettono al talento.

E come li stornei 16 ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena 17;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai 18,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga 19;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta 20.

Ell' è Semiramìs 21, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge 22.

L'altra è colei che s'ancise amorosa 23,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs 24 lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse 25, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo 26.

Vedi Parìs, Tristano 27»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch'io ebbi 'l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri 28,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I' cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri 29».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce 30: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri 31 nol niega!».

Quali colombe 32 dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov' è Dido 33,
a noi venendo per l'aere maligno,
 forte fu l'affettüoso grido.

«O animal 34 grazïoso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno 35,

se fosse amico il re de l'universo 36,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi 37,
mentre che 'l vento, come fa, ci 38 tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace 39co' seguaci sui.

Amor 40, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona 41,
mi prese del costui piacer sì forte 42,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina 43 attende chi a vita ci spense 44».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand' io intesi quell'anime offense 45,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria 46; e ciò sa 'l tuo dottore 47.

Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse 48;
soli eravamo e sanza alcun sospetto 49.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto 50 fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante 51».

Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io morisse.

E caddi come corpo morto cade 52.

E così scesi dal primo cerchio
giù nel secondo, che racchiude meno spazio,
ma aumenta le sofferenze che fanno disperare [i dannati].

Si erge tremendo Minòs e minaccia ringhiando:
esamina le colpe [dei dannati] all’ingresso;
le valuta e condanna avvolgendo la coda.

Voglio dire che quando il dannato 
gli arriva davanti, confessa tutte [le sue colpe];
e lui, giudice dei peccati,

conosce il luogo dell’Inferno a lui destinato;
e si avvolge [il corpo] con la coda in tanti giri quanti sono
i cerchi [che l’anima deve percorrere] per arrivare al proprio.

Ci sono sempre molte [anime] davanti a lui:
si recano una alla volta verso [il suo] giudizio, si confessano
e ascoltano [la sua sentenza] e poi sono buttate nella voragine.

«O tu, che sei giunto alla dimora del dolore»,
mi disse Minòs dopo avermi visto,
interrompendo [così il suo] compito importante,

«guarda[ti] attentamente intorno e a chi ti sei affidato;
non farti ingannare dalla larghezza dell’entrata! [di questo luogo]».
E la mia guida gli rispose: «Perché continui a gridare?

Non ostacolare il suo viaggio inevitabile:
così si vuole nel luogo in cui si può [fare]
ciò che si vuole, e non chiedere altro».

Ora comincio a sentire le grida dolorose;
ora sono arrivato nel luogo 
in cui il pianto mi scuote.

Arrivai in un luogo senza luce,
che strepitava come fa il mare in tempesta,
quando è attraversato da venti contrari.

Il turbine infernale, che non si ferma mai,
trascina gli spiriti con la sua forza;
li tormenta, li rivolta e li colpisce.

Quando [gli spiriti] arrivano di fronte alla rovina,
qui gridano, piangono e si lamentano [di più];
e qui bestemmiano la salvezza [a loro non concessa].

Capii che a tale tormento
sono condannati i peccatori della carne,
i quali sottomettono la propria ragione alla passione.

E come gli stornelli volano
nella stagione fredda, in stormi grandi e fitti,
allo stesso modo quel vento i dannati

trascina in tutte le direzioni;
e nessuna speranza mai li consola,
non di riposo, ma anche di un momentaneo addolcirsi della pena. 

E come le gru cantano i loro lamenti,
volando in una lunga fila nel cielo,
vidi allo stesso modo arrivare, emettendo suoni di pianto,

anime schierate così dalla stessa tempesta
per cui dissi: «Virgilio, chi sono questi
spiriti che la buia tormenta punisce in questo modo?»

«La prima tra quelle [anime]
di cui chiedi notizie», mi disse egli allora,
«regnò su molti popoli.

Fu a tal punto corrotta dal vizio della carne,
che rese legale ciò che a ciascuno piaceva,
per evitare il disprezzo in cui poteva cadere.

Ella è Semiramide, della quale si racconta
che ereditò il regno da Nino e ne fu la moglie:
governò il regno che [oggi] regge il Soldano.

Quest’altra è colei che si uccise per amore,
e non fu fedele alla tomba di Sicheo;
[segue] poi la lasciva Cleopatra.

Guarda Elena, per la quale tanto tempo
[la] colpevole [guerra] durò, e guarda il grande Achille,
che combattè per amore.

Guarda Paride e Tristano»; e tantissime
anime mi mostrò e mi indicò e nominò,
che la passione strappò alla vita terrena.

Dopo aver ascoltato la mia guida
citare le donne del passato e i loro amanti,
fui pervaso da un sentimento di pietà [tale, che] ne restai confuso.

Cominciai [a dire]: «Virgilio, con piacere
converserei con quelle due [anime] che procedono congiunte,
e sembrano così [tanto] leggiadre nella bufera».

Ed egli a me: «Quando questi saranno più vicini a noi
potrai [parlare loro]; e in quel momento li pregherai [di avvicinarsi],
in nome di quell’amore che li conduce, ed essi si avvicineranno».

Veloce come il vento che a noi li avvicinava,
parlai: «O spiriti affannosi,
scendete a parlarci, se Dio non lo impedisce!».

Come colombe richiamate dal desiderio
[che] con le ali distese volano nell’aria
all'amorevole nido, guidate dalla volontà;

così questi uscirono [fuori] dalla fila di Didone,
avvicinandosi a noi attraverso l'aria infernale,
a tal punto risuonò la forza del [mio] richiamo benigno.

«O uomo vivo, degno di grazia e benevolo
che fai visita nel luogo perduto
a noi [anime] che abbiamo macchiato il mondo col sangue, 

se Dio non fosse a noi contrario, 
rivolgeremmo a lui delle preghiere per la tua salvezza,
perché mostri pietà verso il nostro peccato.

Di quelle cose che a voi interesserà ascoltare e discutere,
noi ascolteremo e discuteremo con voi,
fin tanto che la bufera [infernale], come fa [ora], qui si placa.

La città in cui sono nata è posta
sulle rive del mare nel punto in cui il Po scende
per sfociare coi suoi affluenti.

Amore, che nel cuore nobile svelto si accende,
colse costui [Paolo] per la [mia] bellezza,
che in seguito mi venne strappata; e il modo ancora mi vince.

Amore, che non tollera che chi è amato non ami a sua volta,
mi rapì della bellezza di questi [Paolo] in modo così potente,
che, come vedi, ancora lo amo.

Amore ci portò entrambi ad un'unica morte.
Caina è in attesa di colui che ci uccise».
Queste parole le anime ci riferirono.

Quando compresi la causa della loro dannazione,
abbassai lo sguardo e restai a lungo pensoso,
finché Virgilio mi chiese: «A cosa pensi?».

Quando [gli] risposi, dissi: «Povero me,
quanti soavi pensieri, quanto desiderio
portò questi [amanti] all'Inferno

Poi mi rivolsi a loro e parlando
dissi: « Francesca, le tue sofferenze 
mi fanno lacrimare di tristezza e di pietà.

Ma [ti prego] di raccontarmi: nel tempo in cui ci si innamora,
in che modo amore vi concesse
di comprendere i vostri desideri nascosti?».

Ed ella mi [rispose]: «Non esiste sofferenza più grande
del ricordare quando si era felici
nel tempo della miseria; e questo lo sa [bene] la tua guida.

Ma se di sapere l'origine
del nostro amore tu hai così tanto desiderio
te lo racconterò piangendo.

Un giorno noi leggevamo per divertimento
di Lancillotto e del suo amore;
eravamo soli e [ci sentivamo] innocenti.

Più volte ci attirò lo sguardo
quella lettura, e ci fece impallidire;
ma solo un punto fu quello che ci sconfisse.

Quando leggemmo che la bocca desiderata
veniva baciata da quel famoso amante,
costui, che mai sia diviso da me,

mi baciò la bocca, tremando in ogni sua parte.
Galeotto [o testimone] fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno [noi] non vi leggemmo oltre».

Mentre una delle due anime ciò raccontava,
l'altra piangeva; così che per la pietà
io mi sentii mancare, come se morissi.

E caddi come cade un corpo che muore.

1 Così discesi del cerchio primaio: La discesa all’Inferno comincia dopo l’uscita dal primo cerchio, il Limbo (cfr. nota 4).

2 che men loco cinghia: la morfologia dell’Inferno è appunto quella di un cono che si restringe man mano che scende.

3 punge a guaio: cifra del linguaggio dantesco che evoca per immagini e suoni la dimensione materiale delle pene inflitte. I dannati soffrono di un dolore spirituale (che, dopo il Giudizio, con la resurrezione dei corpi, si unirà a quello fisico; cfr: Inferno XIII, vv. 79-108), e i loro lamenti sembrano simili a guaiti, come evoca la parola “guaio”, che letteralmente significa  “disgrazia”.

4 Stavvi Minòs...: Figlio di Giove e Europa, Minòs fu re di Creta secondo la mitologia greca; già in Omero era il giudice delle anime dell’Ade. La fonte di Dante è però Virgilio (Eneide, VI, 432-433). Minòs si trova all’entrata del secondo cerchio perché nel Limbo le anime non sono condannate alla sofferenza che invece spetta ai dannati. Minòs ha una coda con la quale indica perentoriamente il cerchio in cui il dannato è destinato a soffrire in eterno.

5 l’anima mal nata: “nata per suo male”. Perifrasi.

6 vede qual loco...: il personaggio è animalescamente rappresentato con una coda lunghissima che si avvolge intorno al suo corpo.

7 O tu che vieni...: Minòs interrompe il suo gravoso compito per richiamare Dante, che da vivo si trova eccezionalmente tra le anime nel regno dei morti. Si tratta di una delle costanti del mondo infernale, che sottolinea ulteriormente l'importanza, individuale e collettiva, del percorso di redenzione del poeta-pellegrino.

8 di cui tu ti fide: il riferimento è a Virgilio, che dai primi cerchi infernali comincia ad assumere il ruolo fondamentale di guida e di maestro per Dante.

9 non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!: il riferimento all’entrata dell’Inferno racchiude un concetto espresso sia in Virgilio (Eneide, VI, 126), che nel Vangelo di Matteo: “spatiosa via est, quae conducit ad perditionem” (Matteo, VII, 13).

10 E 'l duca mio: appellativo ricorrente che Dante utilizza per indicare Virgilio.

11 colà dove si puote ciò che si vuole: perifrasi - inserita in un'espressione divenuta proiverbiale, e spesso utilizzata anche in senso ironico - per indicare il regno dei cieli, e quindi Dio.

12 d’ogne luce muto: sinestesia, in cui la sensazione visiva viene fusa con quella uditiva. L'inferno, per la sua specifica struttura e per i significati simbolico-allegorici della cultura cristiana, si configura da subito come un luogo in cui la luce (e quindi la redenzione divina) è del tutto assente.

13 ruina: la maggior parte dei commentatori è concorde nell’identificare la "ruina" con il luogo in cui è ancora visibile l’effetto del terremoto che seguì la morte di Gesù. In altri passi dell’Inferno (XII, 32- XXIII, 137) indica uno “scoscendimento”. Il luogo ricorda ai dannati la salvezza concessa dal sacrificio di Cristo, in contrapposizione alla loro eterna condanna, perciò i loro lamenti aumentano ogni volta che vi passano vicino.

14 enno dannati i peccator carnali: i lussuriosi sono puniti in questo cerchio, per la legge del contrappasso, con una bufera eterna; più precisamente, i peccatori “travolti, nella vita, dalla furia dei sensi, sono travolti eternamente dalla bufera infernale” (Dante Alighieri, Inferno, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Le Monnier, 1993, p.73).

15 la ragion: e cioè sottomettono alla passione quella che è la prima fonte di salvezza, la ragione. Il sistema ideologico dantesco, che regge ed organizza tutta la Commedia, si conferma coerente sin dall'incontro con i primi dannati infernali.

16 li stornei: i lussuriosi travolti dalla furia del vento infernale sono paragonati, in una similitudine molto efficace, agli stornelli, uccelli dalle medie dimensioni che volano in grandi stormi (appunto, "a schiera larga e piena").

17 di qua, di là, di giù, di sù li mena: immagine di grande impatto, che mostra come gli spiriti dannati del secondo cerchio siano condannati all’impotenza nel loro contrasto col vento. Insomma, la loro incapacità a controllare le passioni in vita si traduce, post mortem, nell'impossibilità a dare un senso e una direzione al loro perenne essere sballottati dalla furia degli elementi

18 lai: nel francese antico, lai indica un tipo di composizione musicale e poetica, spesso di argomento magico-amoroso e di andamento narrativo. Presso i trovatori provenzali la parola designa il lamento degli uccelli e con tale significato è passato all’italiano medievale.

19 ombre portate da la detta briga: Dante osserva che tra le anime del secondo cerchio ce ne sono alcune che si muovono “in riga”, come le gru: sono le anime morte per amore.

20 A vizio di lussuria fu sì rotta...: la terzina si ispira ad un testo di Paolo Orosio, storico del V secolo d.C., ripreso quasi alla lettera nei due latinismi, "licito" e "libito".

21 Semiramìs: Semiramide, regina degli Assiri. La sua figura, da alcuni ritenuta storica, da altri leggendaria, nel Medioevo era ritenuta un esempio (quasi per antonomasia) di immoralità.

22 tenne la terra che 'l Soldan corregge: Dante si riferisce qui al sultano di Babilonia in Egitto, che però potrebbe aver confuso con la Babilonia mesopotamica, la quale fu capitale del regno assiro. Secondo alcune fonti storiche tuttavia, il marito di Semiramide, Nino, conquistò l’Egitto, per cui il riferimento di Dante potrebbe essere corretto se riferito a questa notizia.

23 L'altra è colei che s'ancise amorosa: il riferimento qui è a Didone, regina di Cartagine. Come narrato da Virgilio nell’Eneide (libro IV), Didone, vedova di Sicheo e innamorata di Enea, si tolse la vita dopo il suo abbandono.

24 Cleopatràs: Cleopatra fu regina d’Egitto e visse tra il 69 e il 30 a.C. Famosa per la sua spregiudicata condotta politica, fu amante di Cesare e Antonio e si tolse la vita dopo la battaglia di Azio, persa contro Ottaviano.

25 Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, innamorata di Paride, fuggì con lui a Troia, provocando la famosa guerra tra greci e troiani che durò dieci anni.

26 e vedi 'l grande Achille...: Achille fu l’eroe greco che, secondo racconti medievali appartenenti al ciclo troiano, si innamorò di Polissena, figlia di Priamo, re di Troia.

27 Vedi Parìs, Tristano: Paride, fu il principe troiano figlio di Priamo che rapì Elena, mentre Tristano, personaggio del ciclo arturiano, si innamorò di Isotta e fu ucciso dallo zio e marito di lei, re Marco di Cornovaglia.

28 le donne antiche e ' cavalieri: mentre i personaggi femminili (Semiramide, Didone, Cleopatra) nominati da Virgilio appartengono all’antichità o al mito, quelli maschili, nella figura di Tristano e di Achille, sono alcuni dei protagonisti dei romanzi medievali. A ciò si deve la definizione di “cavalieri”.

29 Dante manifesta il desiderio di comunicare ad una coppia di anime. I due personaggi, Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, fanno parte di quel gruppo che disegnano “in aere di sé lunga riga” (v. 47), di cui Virgilio ha appena citato gli esempi più noti, ovvero quelli che si uccisero o furono uccisi per amore. Paolo e Francesca, che volano congiunti nella tempesta, sembrano volare leggeri agli occhi di Dante. La loro vicenda storica è assai nota: Francesca è figlia di Guido il Vecchio, signore di Ravenna, Paolo è invece un Malatesta, dei signori di Rimini. Il marito, di lei, Gianciotto è fratello di Paolo. I due cognati si innamorano, ma sorpresi dal marito vengono trucidati insieme. Il fatto risale al 1282-1283 circa (altre fonti collocano il massacro nel 1285).

30 Sì tosto... la voce: Dante modula la voce secondo i capricci del vento.

31 s'altri: il riferimento qui è alla volontà divina.

32 Quali colombe...: di nuovo un paragone con il volo degli uccelli, che ben si adatta al clima e al contesto (la riflessione pietosa e rattristata sugli effetti nefasti dell'amore) dell'intero canto.

33 de la schiera ov' è Dido: dalla schiera cioè, di coloro che morirono uccise o si suicidarono per amore, come avvenne per la Didone virgiliana.

34 animal: espressione di provenienza aristotelica per indicare ogni essere animato.

35 noi che tignemmo il mondo di sanguigno: il riferimento è alle anime che morirono uccise o suicide per amore, con un netto contrasto tra la dolcezza stilnovistica dell'amore tra Paolo e Francesca e la violenza che l'ha soffocato nel sangue.

36 il re dell’universo: perifrasi per riferirsi a Dio, insolita per un dannato. Chi parla è Francesca, la quale dà mostra nelle sue espressioni di una sensibilità umana che conserva, nonostante la sua dannazione, tratti di nobile gratitudine e di umiltà. Il dialogo con Dante, nel suo procedere, restituisce la dimensione cortese (cioè, quella di una conversazione tra anime nobili ed elette) della sua pur triste e sanguinosa vicenda.

37 voi: introduce una rima imperfetta, "-voi | -fui | -sui" (vv. 95-99).

38 ci: nel linguaggio dantesco è frequente l’uso dell’avverbio di luogo “ci” per “qui”.

39 nuovo riferimento alla pace, come nel v.92, che marca il rimpianto di Francesca per la perdita in eterno della quiete, per aver ceduto alla passione dei sensi.

40 Amor: prima delle tre terzine in cui Francesca narra in sintesi la sua vicenda, e che si aprono tutte con la parola “Amor”, quasi ad evocare una forza superiore che travalica ogni volontà individuale (i lussuriosi sono del resto coloro “che la ragion sottomettono al talento”, v. 39). Una lunga tradizione letteraria, dall’amore cortese allo Stilnovo, argomenta in varie maniere questo tipo di condizione. Tra i romanzi cortesi è bene menzionare uno dei protagonisti del ciclo arturiano, Lancillotto, e in particolare il romanzo di Chrétien de Toyes Lancelot ou le Chevalier à la charrette, romanzo che la stessa Francesca citerà dal v. 128.

41 Amor, ch'a nullo amato amar perdona: concetto trattato ampiamente nella dottrina amorosa di Andrea Cappellano (Andrea Cappellano, De Amore, SE editore, Milano, 2002), molto nota nel Medioevo.

42 mi prese del costui piacer sì forte: origine dell’amore è la bellezza fisica, un concetto presente in tutta la letteratura cortese, passando per la scuola siciliana, fino alla lirica stilnovistica.

43 Caina: primo girone del IX cerchio dell’Inferno, dove si puniscono i traditori dei parenti.

44

il tragico epilogo della vicenda di Paolo e Francesca (entrambi furono uccisi per ordine di Gianciotto, marito di lei e fratello di lui) deve ancora trovare adempimento nell’aldilà: dopo la sua morte, l’uccisore verrà precipitato nel punto più basso dell’Inferno.

45 Quand' io intesi quell'anime offense: Dante comincia a mostrare umana partecipazione e pietà nei confronti del destino dei due amanti, che, soggiogati dalla potenza di un sentimento in sé benevolo, sono condannati a subire una dura punizione eterna. Comincia così una silenziosa riflessione, interrotta poi dalla domanda di Virgilio, in cui, probabilmente, il protagonista medita sul valore ambivalente dell’amore: l’amore inteso come passione dei sensi che soggioga (“offende” v. 109) lo spirito, contrapposto all’amore-virtù che lo arricchisce e lo innalza.

46 Fonte della massima che Francesca pronuncia pare essere Boezio (cfr. De Consolatione Philosophiae, II, IV, 2.

47 e ciò sa 'l tuo dottore: Virgilio, relegato nel Limbo in quanto pagano, può comprendere la sofferenza che provoca il ricordo della felicità terrena nella condizione eterna di lontananza dalla beatitudine celeste.

48 di Lancialotto come amor lo strinse: Lancillotto del Lago, personaggio dei romanzi del ciclo arturiano, è il protagonista del romanzo cortese di Chrétien de Troyes Lancelot ou le chevalier à la charrette, in cui si narra l’amore di questi per la regina Ginevra, moglie di re Artù. Il riferimento è all’episodio del bacio tra i due amanti.

49 soli eravamo e sanza alcun sospetto: i due amanti non avevano alcun sospetto che il loro amore sarebbe diventato in seguito colpevole. Ciò ovviamente aggiunge una nota patetica e melodrammatica al racconto di Francesca, e appunto al suo rimembrare il tempo felice della vita terrena nella sua condizione di dannata per l'eternità.

50 Galeotto: nella vicenda di Lancillotto e Ginevra, il personaggio di Galehaut (italianizzato in "Galeotto") è il testimone, o “mallevadore”, del loro amore. Questi, siniscalco della regina Ginevra, la induce a baciare il cavaliere; così in Dante la vicenda narrata dal libro, o il libro stesso, diventano a loro volta testimoni, “mallevadori” dell’amore peccaminoso di Paolo e Francesca.

51 quel giorno più non vi leggemmo avante: pudica allusione di Francesca alla passione fisica che da quel momento li travolse.

52 Mentre che l'uno spirto... cade: la pietà del poeta verso la vicenda dei due tristi amanti (uno dei quali, Paolo, resta costantemente nell’ombra e non parla, ma si commuove e piange durante il racconto dell’amata) arriva al culmine e il canto si chiude con il suo svenimento.

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