Inferno

"Inferno", Canto 6: riassunto

A cura di Rachele Jesurum

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Introduzione

 

Il sesto canto dell’Inferno dantesco è ambientato nel terzo girone infernale, dove dimorano le anime che si sono macchiate in vita del peccato di gola. Dante vi giunge dopo essersi risvegliato dal mancamento avuto alla fine del canto precedente, in seguito all’incontro e al dialogo con Paolo e Francesca. La descrizione che il poeta ci fornisce di questo cerchio cancella qualsiasi pathos nei confronti delle anime che sono qui recluse (se non ai vv. 58-59), opponendosi in modo evidente all’atteggiamento di pietà e di compartecipazione umana che dominava nel canto quinto.

 

Riassunto

 

Qui le anime dei golosi giacciono a terra, con il viso nel fango, e sono torturati da una pioggia incessante e dalle angherie del guardiano del girone, il malefico Cerbero. Costui è un personaggio demoniaco, dotato di tre teste canine, che graffia e fa a brandelli con i suoi artigli le anime dei golosi. Virgilio riesce a tenere a bada Cerbero gettando del fango nelle sue tre fauci, e così Dante e il suo maestro possono transitare liberamente tra le anime sofferenti. Un’anima si alza dalla massa informe e fangosa e si rivolge a Dante; è Ciacco, un concittadino del poeta, probabilmente chiamato così a causa della sua ingordigia. Dante lo interroga sul destino della loro città, continuamente divisa nella lotta fra Guelfi e Ghibellini, e Ciacco profetizza lo scontro tra le due fazioni guelfe dei Bianchi e dei Neri, e il prevalere finale dei secondi. Il tema è allora quello politico, come per ogni sesto canto di ogni cantica: il dannato descrive con toni cupi e profetici il modo in cui i fiorentini "verranno al sangue" (v. 65), alludendo agli scontri tra fazioni del 1300-1301. Ciacco aggiunge poi che in città non c’è quasi presenza di persone meritevoli o che possano cambiare il triste destino di lotta interna, a causa delle "tre faville" (v. 75) della superbia, dell'invidia e dell'avarizia. Dante gli chiede dove si trovino alcuni personaggi fiorentini illustri, e Ciacco risponde che questi (tra cui Farinata e Iacopo Rusticucci), colpevoli dei peccati più orribili, si trovano nei gironi più profondi dell’Inferno. Ciacco torna col viso nel fango, dopo aver chiesto a Dante di ricordarlo una volta fatto ritorno tra i vivi. Virgilio spiega al poeta che Ciacco non solleverà più su il viso dalla poltiglia in cui giacerà fino al Giorno del Giudizio, a seguito del quale i suoi affanni e il suo dolore cresceranno ulteriormente. I due protagonisti camminano sopra le anime - come segno di disprezzo nei loro confronti - e continuano il loro viaggio nell’oltretomba, arrivando alle porte del quarto girone, dove s’imbattono in Pluto, “il gran nemico”, demonio della ricchezza.

 

Tematiche

 

Ghibellini, Guelfi “bianchi” e Guelfi “neri”

Si dice che i termini “guelfo” e “ghibellino” derivino dalle opposte grida di battaglia (rispettivamente, “Hye Welff!” e “Hye Waiblingen!”) pronunciate per la prima volta dagli eserciti dei duchi di Baviera (guelfi) e degli Hohenstaufen (ghibellini) nel corso della battaglia di Weinsberg per la corona imperiale, dopo la morte senza eredi di Enrico V. Se questa spiegazione è certamente suggestiva, è più facile ipotizzare che i termini nacquero successivamente e per individuare due indirizzi politici opposti: il primo, quello dei Ghibellini, si faceva sostenitore della tradizione imperiale ed osteggiava il potere papale; il secondo, guelfo, sosteneva invece il potere temporale del papato, e la sua intrinseca superiorità rispetto alla corona imperiale.

 

Questa polarizzazione tra sostenitori dell’Impero e sostenitori del Papa caratterizzò buona parte della storia europea tra XII e XIV secolo; in Italia il conflitto si radicò anche nelle contese tra le diverse città (tendenzialmente guelfe furono Milano, Padova, Bologna, Firenze e Lucca, mentre ghibelline erano Pisa, Siena ed Arezzo) o all’interno dei comuni stessi. Firenze è l’esempio più celebre di questa lotta intestina: qui la fazione ghibellina venne sconfitta e cacciata dopo la battaglia di Campaldino del 1289. Successivamente, in seguito all’espulsione di alcuni guelfi da Pistoia, esiliati proprio nel capoluogo toscano, si generò una divisione all’interno dello stesso campo guelfo: i “bianchi” (rappresentati dalla famiglia dei Cerchi e sostenitori della necessità di un potere imperiale che si affiancasse a quello papale) e i Neri (capeggiati dalla famiglia dei Donati 1 ed intransigenti nel sostenere il primato del Papa).


Il primo maggio del 1300 (con i cosiddetti “fatti di Calendimaggio”) si ebbe lo scoppio delle ostilità tra “bianchi” e “neri”, che portarono anche all’esilio di Guido Cavalcanti. L’anno successivo, in giugno, i “neri” vennero cacciati da Firenze per aver tramato segretamente per eliminare gli avversari politici; tuttavia, già nel novembre del 1301 l’arrivo in città di Carlo I di Valois, in seguito alle richieste del Papa,sposta nuovamente gli equilibri politici. I “neri” rientrano in città, si impossessano del potere e, nel giugno 1302, emettono condanne all’esilio e a morte, che colpiscono Dante stesso. Da quel momento, il poeta non potrà più tornare a Firenze.

1 Ai Donati appartengono alcuni personaggi che compaiono nella Commedia: Forese, noto anche per la tenzone di sonetti comici con Dante stesso, fa da guida al poeta tra XXIII e XXIV canto del Purgatorio (dove compare anche una atroce profezia di morte del fratello Corso), e Piccarda, sorella dei primi due, che viene ricordata nel terzo canto del Paradiso.

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