Inferno

"Inferno", Canto 1: parafrasi del testo

A cura di , Silvia Milani

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Parafrasi

Analisi

Nel primo canto dell'Inferno, il pellegrino Dante si trova nella famigerata "selva oscura", che è simbolo esplicito di una situazione di traviamento esistenziale e spirituale che, per sua stessa ammissione, rischia di condurlo alle soglie della morte. L'aver scorto un colle rischiarato dalla luce divina non è che il primo passo del suo percorso di redenzione; le tre fiere che gli ostacolano il passo (la lonza, il leone, la lupa) lo costringono ad un lungo excursus nelle viscere infernali, durante il quale Dante sarà guidato da un altro "poeta" (v. 73), il buon Virgilio, che diverrà la sua guida morale e letteraria, subito dopo aver pronunciato la celebre profezia sul "veltro" (v. 101) che libererà il mondo terreno dal male e dal peccato.

Metro: terzine di endecasillabi a rima incatenata.

Nel mezzo del cammin 1 di nostra vita 2
mi ritrovai per una selva oscura 3,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia 4 e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte 5.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno 6 a quel punto
che la verace via 7 abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle 8
che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite 9 già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle 10.

Allor 11 fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor 12 m'era durata
la notte 13 ch'i' passai con tanta pieta 14.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata 15,

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva 16.

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso 17,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso 18.

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza 19 leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto 20.

Temp'era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando 21 l'amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle 22

l'ora del tempo e la dolce stagione 23;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone 24.

Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse 25.

Ed una lupa 26, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace 27,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace 28.

Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco 29.

Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!"

Rispuosemi: "Non omo, omo già fui 30,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio 31, ancor che fosse tardi 32,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi 33.

Poeta fui, e cantai di quel giusto 34
figliuol d'Anchise 35 che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón 36 fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte 37
ch'è principio e cagion di tutta gioia 38?"

"Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos'io lui con vergognosa fronte 39.

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume 40.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo 41 che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia 42 per cu' io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi".

"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo' campar d'esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide 43;

e ha natura  malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro 44
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro 45.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute 46.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.

Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte 47 ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti 48.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna 49:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch'i' fu' ribellante a la sua legge 50,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge 51!".

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov'or dicesti,
 ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Nell'età di mezzo della vita umana
mi ritrovai in una buia boscaglia
perché avevo smarrito il giusto percorso.

Ahimé, non è affatto facile descrivere
questo bosco inospitale, impervio, difficile,
del quale il solo pensiero mi fa tornare il timore!

[la selva] È tanto angosciante quasi quanto la morte;
ma per dire ciò che di buono lì incontrai,
parlerò [prima] delle altre cose che lì ho viste.

Non so descrivere il modo in cui vi entrai
dato che il mio torpore era tale in quel momento
che mi ero allontanato dalla verità.

Ma dopo che arrivai alle pendici d'una collina,
nel luogo in cui finiva quel bosco
che mi aveva impietrito il cuore di paura,

alzai gli occhi e vidi la sua cima e il pendio
già illuminati dai raggi di quel pianeta [il Sole]
che guida ciascuno sulla giusta via.

A quel punto si calmò quel timore
che nel profondo dell'animo avevo sofferto
durante la notte [precedente] trascorsa nel dolore.

E come colui che con respiro affaticato,
uscito dal mare e arrivato alla spiaggia, si gira
verso lo specchio d'acqua minaccioso e [lo] guarda;

Allo stesso modo il mio animo, che ancora fuggiva,
si girò indietro a guardare il tragitto,
che non abbandonò mai nessun vivo.

Dopo che riposai per un po' il corpo stanco,
ripresi il cammino lungo il pendio deserto [del colle],
scalando la salita.

E d'improvviso, quasi all'inizio del pendio,
[arrivò] una lonza agile e molto veloce,
dal pelo coperto di macchie;

che non si scansava da davanti a me,
e bloccava il mio cammino a tal punto
che più volte mi voltai per tornare indietro.

Era il principio del mattino,
e il sole saliva in quella [stessa] costellazione
in cui si trovava, quando Dio

creò inizialmente i corpi celesti; 
per cui mi dava ragione di non temere
quella belva dalla pelle maculata

l'ora in cui [essa] comparve e la bella stagione; 
finché non mi spaventò 
la presenza improvvisa di un leone

Questo sembrava procedere contro di me
superbo e affamato,
al punto che sembrava far tremare l'aria.

Ed una lupa, che di tutti i desideri
sembrava piena pur essendo magra,
e già fece vivere molti popoli in miseria,

questa vista mi trasmise tanta angoscia
per la paura che mi diede la sua comparsa,
che persi la speranza di arrivare in cima.

E come [avviene a] colui che volentieri accumula denaro,
arriva il momento che lo fa perdere,
al punto che nell'animo si rattrista e piange;

così mi ridusse la belva che non ha pace,
la quale, venedomi incontro, pian piano
mi respingeva nell'ombra.

Mentre ero ricacciato a forza in basso,
mi si offrì alla vista colui che
per un lungo silenzio era rimasto sfuocato.

Quando lo vidi nella grande spiaggia vuota,
Pietà di me”, gli gridai,
“chiunque tu sia, fantasma o uomo vero!”

Mi rispose: “Non sono un uomo, uomo lo fui già,
e i miei genitori furono lombardi,
entrambi di Mantova.

Nacqui sotto Giulio Cesare, ma troppo tardi,
e vissi a Roma durante il regno del buon Augusto,
all'epoca degli dei finti e impostori.

Fui un poeta, e scrissi di quell'uomo giusto
figlio di Anchise che arrivò da Troia,
dopo che la superba Ilio venne bruciata.

E tu, perché ridiscendi a tanta pena?
Perché non scali il felice colle
che è principio e causa di tutte le gioie?”

“Sei tu dunque quel Virgilio e quella fonte
che spande un fiume così ricco di parole?”
Gli risposi con volto umile.

“Oh, gloria e luce per gli altri poeti,
mi serva l'assiduo studio e il forte amore
per il quale ho cercato le tue opere.

Tu sei il mio maestro e il mio autore [di riferimento],
da te solo ho tratto
lo stile eletto per cui sono conosciuto.

Guarda la belva per cui mi voltai indietro
salvami da lei, celebrato poeta,
poiché questa mi fa tremare le vene e i polsi.

“Ti conviene intraprendere un itinerario diverso”,
rispose, dopo che mi vide piangere,
“se vuoi uscire da questo luogo selvaggio;

Poiché questa belva, a causa della quale tu gridi,
impedisce a tutti di superarla,
e blocca chiunque fino a ucciderlo;

e ha una natura così perversa e colpevole,
che non riempie mai il suo desiderio ansioso,
e dopo essersi cibata ha più fame di prima.

Sono molti gli uomini a cui si lega,
e ce ne saranno ancor di più, finché arriverà il veltro,
che la farà morire con dolore.

Costui non tratterà né terra, né denaro,
ma sapienza, carità e virtù,
e nascerà tra feltro e feltro.

Sarà salvezza di quella umile Italia
per la quale morì la fanciulla Camilla,
Eurialo, Turno e Niso per le ferite.

Costui la caccerà di città in città
finché non l'avrà ricacciata nell'Inferno,
il luogo da cui in principio l'invidia la fece uscire.

Per cui, riguardo te, penso e comprendo sia meglio
che tu mi segua e io ti sia guida,
portandoti da qui nell'oltretomba;

in cui ascolterai le urla senza speranza,
osserverai i vecchi spiriti sofferenti,
che gridano per la morte dell'anima;

e vedrai coloro che appaiono contenti
nel dolore, perché hanno la speranza
di accedere nel tempo al regno dei beati.

A cui poi se tu vorrai accedere,
ti porterà un'anima più degna di me:
quando me ne andrò ti lascerò a lei;

Poiché quell'Imperatore che regna lassù,
per via del fatto che fui ribelle alla sua dottrina,
mi vieta di entrare nel suo Regno.

[Dio] regna in ogni luogo e qui dimora;
questa è la sua città e il suo trono:
felice è colui che viene chiamato nel suo Regno!”.

Ed io gli dissi: “Poeta, io ti chiedo per quel Dio
che tu non avesti modo di conoscere, affinché
io mi allontani da questo male e dalla dannazione,

che tu mi conduca là dove dicesti,
affinché io veda le porte del Paradiso
e coloro i quali tu descrivi tanto tristi”.

[Virgilio] allora si mise in cammino, ed io lo seguii.

1 Nel mezzo del cammin: recuperando una diffusissima metafora, la vita terrena è intesa come un viaggio la cui lunghezza si misura col tempo, e a cui è destinato il pellegrino cristiano, in un itinerario che è tanto materiale quanto spirituale (e cioè, di redenzione dei propri peccati).

2 Di nostra vita: da un passo del Convivio (IV XXIII, 6-10) è quasi certo che Dante si riferisca all'età dei trentacinque anni, che, anche sull'esempio di un passo dei Salmi (90, 10) e di uno del profeta Isaia (38, 10: “[...] in dimidio dierum meorum vadam ad portas Inferi”; “alla metà dei miei giorni mi recherò alle porte dell'Inferno”), erano considerati la metà esatta della vita di un uomo. Il viaggio ultraterreno si collocherebbe allora nel 1300 (anno del primo Giubileo).

3 Selva oscura: la selva è la condizione del peccato, dello smarrimento spirituale, conseguenza di una visione offuscata dei sensi. Per comprendere il senso simbolico della selva, si veda Convivio IV XXIV, 12: “È dunque da sapere, che sì come quello che mai non fosse stato in una cittade, non saprebbe tenere le vie sanza insegnamento di colui che l’hae usata; così l’adolescente, che entra ne la selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere lo buono cammino, se da li suoi maggiori non li fosse mostrato. Nè lo mostrare varrebbe, se a li loro comandamenti non fosse obediente”.

4 Selva selvaggia: Figura retorica denominata paronomasia, che mette vicine due parole dal suono simile ma di significato differente.

5 L'altre cose ch'i' v'ho scorte: circa il “ben ch'i' vi trovai”, probabilmente Dante si riferisce a Virgilio; mentre le “altre cose” saranno le tre fiere che lo minacciano, e da cui Virgilio stesso lo aiuterà a liberarsi.

6 Pien di sonno: Il “sonno” equivale alla debolezza dell'anima provocata dal peccato; è un'espressione ricorrente nelle Sacre Scritture e, ad esempio, in Boezio, autore amatissimo da Dante (Consolatione Philosophiae, I, prosa 2).

7 La verace via: esattamente, la “diritta via” del v. 3, ovvero una condotta di vita giusta ed illuminata dalla Grazia di Dio.

8 La valle in cui si trova la selva oscura, ai piedi del colle.

9 Le sue spalle vestite: la cima e il pendio del colle sono metaforicamente delle spalle coperte ("vestite") dai raggi del Sole, simbolo assai esplicito della Grazia divina.

10 Pianeta che mena diritto altrui per ogne calle: è una perifrasi per indicare il Sole. Nel sistema tolemaico era considerato un pianeta che girava intorno alla Terra. Simbolicamente è l'immagine di Dio, della Grazia illuminante, tanto che nel Purgatorio il Sole illumina il cammino del penitente Dante (mentre il Paradiso è il vero e proprio regno della luce). Quella del Sole come luce di Dio è del resto immagine assai ricorrente nel linguaggio delle Scritture.

11 Allor: ha qui valore temporale, da intendersi con “in quel momento”, “a quel punto”.

12 lago del cor: da intendersi come “la parte interna del cuore”, in cui, come riporta il commento di Boccaccio, abitano gli spiriti vitali (G. Boccaccio, Esposizioni, I, 16).

13 La notte è, al di là del significato letterale, anche il simbolo della condizione spirituale di Dante, al pari della selva.

14 Pieta: L'accento è piano, “pièta”, dal lat. pietas (in questo caso, “dolore”, “angoscia”, “sofferenza”)

15 Primo termine di una lunga similitudine che occupa due terzine.

16 Che non lasciò già mai persona viva: l'espressione può essere interpretata in diverse maniere: se si intende “che” soggetto e “persona viva” complemento oggetto, allora si intende che il peccato conduce alla dannazione chi non è capace di liberarsene. Se invece “che” è il complemento oggetto e la “persona viva” è il soggetto, il significato dice invece che nessun vivente riesce ad evitare il peccato. Qualcun altro fa di “che” complemento oggetto, ma intende “persona viva” come “persona ancora in vita”, così da significare che nessuna persona ancora viva, cioè prima della morte, ha mai superato, a causa della sua corporeità, l'ostacolo del peccato.

17 Occorre sottolineare qui la novità rappresentata da questo verso immediatamente successivo alla similitudine. Prima del v. 27 il movimento del protagonista è descritto come un “moto spiritale”, come fenomenologia dell'animo, il quale fugge e si volge indietro raccontandosi in una metafora. A partire dal v. 27 invece, ha luogo l'ingresso del corpo, della fisicità del protagonista e prende forma una biforcazione: “sta nascendo un duplice viaggio. La figura che vediamo ora, la figura in carne ed ossa che si trova su questa «piaggia», si sta incamminando (prima che noi lo si sappia) verso una porta dell'Inferno che non è una metafora e verso un viaggio che non è neanch'esso una metafora”. (Charles S. Singleton, La poesia della Divina Commedia, Il Mulino, Bologna, 1978, p. 28)

18 Si che 'l piè fermo sempre era 'l più bassoperifrasi per indicare l'ascesa in cui Dante s'impegna. Lungo il tragitto in salita il protagonista procede infatti puntando il piede dietro di sé per darsi spinta. In questo modo, come ben descrive, il piede che non segna il passo in avanti è quello che resta più in basso.

19 Una lonzaSpecie di lince, simile alla pantera, è il primo dei tre animali (lonza, leone, lupa) che simboleggiano i tre peccati principali che impediscono la via verso la salvezza. La lonza rappresenta la lussuria.

20 Più volte vòltoparonomasia.

21 Secondo un'opinione degli antichi e ancor più del Medioevo, il mondo era stato creato in primavera, mentre il sole si trovava nella costellazione dell'Ariete.

22 Gaetta pelle: “pelle maculata” tipica dei felini, dal latino volgare gallius, cioè “screziato come la penna di un gallo”.

23 L'ora del tempo e la dolce stagione: Dante pensa di poter evitare il pericolo perché il periodo è astrologicamente favorevole (l'alba primaverile in cui Dio avrebbe creato il mondo). Abbiamo qui una prima confessione biografica del protagonista il quale rivela che nel tempo della sua cecità morale, quello che corrisponde al suo smarrimento simboleggiato dalla “selva oscura”, la sua speranza si affida solo e unicamente all'osservazione dei moti astrali e lì veniva erroneamente riposta. Il racconto del viaggio intrapreso nelle tre cantiche è, dunque, anche la rappresentazione del cammino di svelamento dello spirito umano nella prospettiva della fede e della Grazia.

24 La vista m'apparve d'un leone: Seconda fiera che simboleggia il peccato di superbia.

25 Ne tremesseLatinismo da tremere.

26 Una lupa: Terza fiera che simboleggia il peccato di cupidigia, inteso non solo come desiderio di denaro, ma anche quello di onori e di beni terreni (come ribadito ai vv. 55-57). La lupa simboleggia l'impedimento più difficile da estirpare. Dante la ritiene l'origine di tutti i mali di Firenze e d'Italia (le “molte genti” del v. 51).

27 Bestia sanza paceperifrasi per la lupa, che si conferma così la “fiera” più temibile tra quelle incontrate dal protagonista, dato che il peccato che incarna (l'avidità di denaro e di beni terreni) è per Dante quello che altera e sconvolge tutti i costumi umani, e non concede alcuna tregua a chi vi incorre.

28 Là dove 'l sol tace: nella “selva oscura”. La bramosia rappresenta, secondo Dante, un serio impedimento per la risalita del colle, cioè l'uscita dal peccato.

29 Chi per lungo silenzio pare fioco: introduzione del personaggio del poeta latino Virgilio che, secondo la versione simbolica del poema, rappresenta la Ragione. L'immagine di Virgilio appare sbiadita come appaiono sbiadite le immagini di coloro che a lungo sono stati assenti nella coscienza personale (e non solo dalla scena del mondo, dato che la guida di Dante è morta praticamente tredici secoli prima). Con questo Dante vorrebbe significare che per lungo tempo, nel tempo della perdita e del buio della selva, la luce della Ragione in lui è rimasta sopita.

30 Publio Virgilio Marone, poeta latino nato ad Andes nel 70 a.C. e morto a Brindisi nel 19 a.C., autore delle Bucoliche, delle Georgiche e noto soprattutto per l'Eneide, poema epico in dodici libri che sul modello omerico racconta le vicende di Enea, (fondatore della gens Iulia, gens a cui appartiene l'imperatore Augusto) e le vicende che precedettero la fondazione di Roma.

31 Nacqui sub Iulio: “Al tempo di Giulio Cesare”, nel 70 a.C.; il riferimento a Giulio Cesare mette da subito al centro il rilievo che ha, nel sistema ideologico di Dante, l'Impero, dai tempi di Roma sino a quelli in cui Dante compone il poema.

32 Cesare, morto nel 44 a.C., non lesse mai le opere di Virgilio.

33 Li dèi falsi e bugiardi: gli dei pagani, che per il Virgilio dell'oltretomba non possono che essere interpretati, secondo l'ottica cristiana, come mentitori e falsi. Da qui prende corpo poi uno dei temi centrali legati alla figura del poeta latino, ovvero quello della sua esclusione dalla Rivelazione portata da Cristo agli uomini.

34 Quel giustoEnea, uno dei principi di Troia e protagonista dell'Eneide virgiliana (in cui compare appunto con l'appellativo di pius).

35 Anchise: padre d'Enea, cugino del re di Troia Priamo.

36 Ilïón: Altro nome che Virgilio utilizza per designare la città di Troia.

37 il dilettoso monte: il colle simboleggia la Grazia terrena, alla quale ogni essere umano tende per natura.

38 Principio e cagion di tutta gioial'identificazione della felicità come principio di tutte le bontà terrene si trova già nell'Etica Nicomachea di Aristotele, e poi passa in S. Tommaso d'Aquino, uno dei principali maestri di Dante.

39 Vergognosa frontemetonimia per cui la “fronte” sta ad indicare l'intero volto e l'espressione di Dante, reverente e pudico di fronte ad uno dei suoi punti di riferimento letterari.

40 Lo tuo volumeopere raccolte probabilmente in un unico codice. È certo che Dante conoscesse le Bucoliche e soprattutto l'Eneide. Resta incertezza sulle Georgiche.

41 Lo bello stile: cioè lo stile sublime (contrapposto a quello medio e a quello elegiaco trattati nel De Vulgari Eloquentia) della sua produzione lirica anteriore al 1300.

42 La bestiala lupa, cioè la cupidigia.

43 La cupidigia impedisce a Dante e a tutta l'umanità la conquista della felicità terrena, portando alla morte dello spirito.

44 'l veltrocelebre “enigma” del poema, la prima celebre profezia la cui spiegazione è oggetto irrisolto di discussione. Il veltro è un cane da caccia, qui simboleggia colui che sniderà e caccerà la lupa. Variamente lo si identifica con personaggi contemporanei a Dante: Arrigo VIICangrande della Scala o Uguccione della Faggiola e con qualche ecclesiastico, ma è anche visto come un generico futuro salvatore.

45 Tra feltro e feltrolinguaggio oscuro e sibillino. Dante potrebbe riferirsi alle umili origini del personaggio (con riferimento al feltro, una stoffa modesta), o all'indicazione geografica dei suoi natali: tra Feltre e Montefeltro, all'incirca l'estensione dei territori di Cangrande della Scala.

46 Camilla, Turno, Eurialo e Niso sono personaggi del poema virgiliano.

47 Seconda morte: “La morte dell'anima”, cioè la condizione dei dannati. Cfr. San Francesco D'Assisi, Cantico delle Creature: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male”.

48 Il riferimento qui è alla condizione delle anime in Purgatorio

49 Un'anima di me più degna: l'anima più degna qui è naturalmente Beatrice

50 In quanto Virgilio visse nell'età pagana.

51 Oh felice colui cu' ivi eleggemetafora palesemente feudale, in cui Dio è l'Imperatore che regna nei cieli e il beato è il “cavaliere”eletto a farne parte. Anche nel Convivio Dante definisce più volte Dio come “imperadore de l'Universo”. Sfumatura psicologica di Virgilio, che ricorre altre volte nel poema, il quale malinconicamente rimpiange di non esser nato nel tempo della cristianità.

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