Giacomo Leopardi

"Zibaldone", "Il giardino del dolore": testo originale

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In questi due passi del 1826 tratti dallo Zibaldone viene presentata la visione negativa della realtà del poeta: tutto è male, perché il principio del male alberga in tutte le cose; e tutti sono destinati alla sofferenza. Questo concetto viene espresso attraverso una metaforica descrizione di un giardino, detto del "dolore" (o della "sofferenza", concetti assi vicini tra loro in Leopardi): dietro l'apparente bellezza del luogo si cela una crudele realtà di distruzione e sofferenza tra tutti gli esseri viventi, animali e piante, che lo popolano.

 

"Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di

necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali

soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i

generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia

nella più mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna

parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in

stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal

sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è

succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce

mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza

indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri

fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da

mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria

o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici;

quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è róso, morsicato nei fiori; quello

trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo

fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L'una patisce

incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non

trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu

non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto

o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola

con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta,

staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le

ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e

gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va

saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro".

(Bologna, 19 aprile 1826).

 

"Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono

mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì,

possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di

vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare

essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni

giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio),

e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere

sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

(Bologna, 22 aprile 1826).

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