TESTO
"Inferno", Canto 6: riassunto
RELATORI: Rachele Jesurum
Inserito da rachele.jesurum il 03 ottobre 12
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Il sesto canto dell’Inferno dantesco è ambientato nel terzo girone infernale, dove dimorano le anime che si sono macchiate in vita del peccato di gola. Dante vi giunge dopo essersi risvegliato dal mancamento avuto alla fine del canto precedente, in seguito all’incontro e al dialogo con Paolo e Francesca. La descrizione che il poeta ci fornisce di questo cerchio cancella qualsiasi pathos nei confronti delle anime che sono qui recluse (se non ai vv. 58-59), opponendosi in modo evidente all’atteggiamento di pietà che dominava nel canto quinto.
Qui le anime degli ingordi giacciono a terra, con il viso nel fango, e sono torturati da una pioggia incessante e dalle angherie del guardiano del girone, il malefico Cerbero. Costui è un personaggio demoniaco, dotato di tre teste canine, che graffia e fa a brandelli con i suoi artigli le anime dei golosi. Virgilio riesce a tenere a bada Cerbero gettando del fango nelle sue tre fauci, e così Dante e il suo maestro possono transitare liberamente tra le anime sofferenti. Un’anima si alza dalla massa informe e fangosa e si rivolge a Dante; è Ciacco, un concittadino del poeta, probabilmente chiamato così a causa della sua ingordigia. Dante lo interroga sul destino della loro città, continuamente divisa nella lotta fra Guelfi e Ghibellini, e Ciacco profetizza lo scontro tra le due fazioni guelfe dei Bianchi e dei Neri, e il prevalere finale dei secondi. Il tema è allora quello politico, come per ogni sesto canto di ogni cantica: il dannato descrive con toni cupi e profetici il modo in cui i fiorentini "verranno al sangue" (v. 65), alludendo agli scontri tra fazioni del 1300-1301. Ciacco aggiunge poi che in città non c’è quasi presenza di persone meritevoli o che possano cambiare il triste destino di lotta interna, a causa delle "tre faville" (v. 75) della superbia, dell'invidia e dell'avarizia. Dante gli chiede dove si trovino alcuni personaggi fiorentini illustri, e Ciacco risponde che questi (tra cui Farinata e Iacopo Rusticucci), colpevoli dei peccati più orribili, si trovano nei gironi più profondi dell’Inferno. Ciacco torna col viso nel fango, dopo aver chiesto a Dante di ricordarlo una volta fatto ritorno tra i vivi. Virgilio spiega a Dante che Ciacco non solleverà più su il viso dalla poltiglia in cui giacerà fino al Giorno del Giudizio, a seguito del quale i suoi affanni e il suo dolore cresceranno ulteriormente.
Dante e Virglio camminano sopra le anime, segno di disprezzo nei loro confronti, e continuano il loro viaggio nell’oltretomba, arrivando alle porte del quarto girone, dove s’imbattono in Pluto, “il gran nemico”, demonio della ricchezza.
Riportiamo qui per intero il canto VI:
Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.
"O tu che se’ per questo ’nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto".
E io a lui: "L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa". E più non fé parola.
Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita".
E quelli a me: "Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi".
Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: "Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono.
Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca".
E quelli: "Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo".
Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
E ’l duca disse a me: "Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:
ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba".
Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;
per ch’io dissi: "Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?".
Ed elli a me: "Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.
Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta".
Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
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