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"Paradiso", Canto 33: analisi e commento

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Riassunto

Commento critico

L'ultimo canto del Paradiso, letto e commentato da Andrea Cortellessa.
 
L'ultima cantica della Divina Commedia si presenta come una sfida tecnica per Dante. Se le prime due, Inferno e Purgatorio, erano più narrative, e in queste la poesia di Dante raggiungeva la sua immediata comunicatività, nel Paradiso le figure si disincarnano e le immagini diventano più complesse da trasmettere, e Dante mette alla prova la sua capacità di trasmettere per iscritto i concetti teologici, che le anime dei beati comunicano a Dante in questa cantica. È una poesia filosofica che si traduce in immagini. Il tentativo di tradurre in parole l'esperienza metafisica e trascendente del Paradiso appare impossibile. E proprio il tema dell'impossibilità è oggetto della poesia stessa di Dante: "Trasumar significar per verba non si poria" (I, 70).
 
Nell'ultimo canto del Paradiso Dante sfida la massima proibizione, cioè la descrizione del principio divino, di Dio. Nei primi versi si trova l'invocazione di San Bernardo di Chiaravalle alla Madonna: un'invocazione nel momento più difficile concettualmente dell'intero poema. San Bernardo invita poi Dante a guardare in alto. Dante contempla al culmine del desiderio la luce, presenza costante di tutto il Paradiso. Dante esprime la sua difficoltà di esprimere a parole e di ricordare con certezza la visione di Dio. Per spiegare questo concetto Dante si trova a utilizzare due similitudini: la prima legata al mondo dei sogni, quando si cerca di ricordare il sogno che ha provocato nel nostro animo un'emozione; la seconda legata alla natura, quando la neve si scioglie al sole, lasciando una piccola traccia bagnata. L'immagine di Dio è l'insieme delle immagini del mondo e di tutto ciò che nell'universo si "squaderna". Nella profonda luce Dante sembra vedere tre cerchi di colore diverso e si rispecchiano l'uno nell'altro come i colori nell'arcobaleno. Guardando i cerchi, vede in essi un'immagine che assume la forma umana. Una visione che appare incomprensibile, che solo la Grazia permette a Dante di capire infine. Tuttavia il poeta non può comunicare a parole ciò che ha compreso.
Il Paradiso si chiude con l'immagine delle stelle e di Dante che viene avvolto nell'immagine stessa che sta guardando.
 
Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.

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L’Inferno e il Purgatorio sono sicuramente le cantiche più narrative, quelle in cui la poesia di Dante raggiunge la sua più immediata comunicabilità, rispettivamente in termini drammaturgici (quasi scenici) e più distesamente narrativi. Ciononostante, il Paradiso è la vera sfida tecnica che, per un tecnicista superbo quale era Dante, evidentemente non poteva non essere raccolta: qui le figure si disincarnano e le immagini diventano più difficili da trasmettere; la capacità di Dante di dare concretezza, materialità a concetti teologici complessi, come quelli che vengono spiegati nelle varie figure incontrate nei cieli del Paradiso, devono essere evidentemente risolte in maniera più complessa, densa e difficile. Del resto, proprio il Paradiso era la cantica preferita da Eliot, il poeta del Novecento che più ha studiato Dante, più si è ispirato a Dante, più ha rilanciato la lezione di Dante nella modernità letteraria. Eliot parlava del “sensous thought”, del pensiero sensuale, sensato, sensibile della poesia del Paradiso. Effettivamente è una poesia filosofica che però si traduce in immagini; come vedremo nell’ultimo canto del Paradiso, vertice di questa abilità tecnica di Dante, sono immagini che preludono ormai all’arte astratta della modernità; ciò malgrado restano immagini tangibili dai nostri sensi attraverso le parole.

Per definizione, è impossibile cercare di tradurre in parole l’esperienza inconoscibile della trascendenza e della dimensione oltre la vita, della presenza del principio divino. Il tema dell’impossibilità, dell’oltranza del compito che Dante affronta nel Paradiso sarà oggetto della poesia stessa di Dante fin dal primo canto del Paradiso. Nel primo canto si legge infatti: “Trasumanar significa per verba | non si porìa”, cioè tradurre in parole l’esperienza del disincarnamento, della transumanazione, del percorrere l’anima umana, l’uscita dal corpo che nell’aldilà si realizza è qualcosa che, per definizione, non è concesso al linguaggio umano. Nell’ultimo canto del Paradiso Dante sfida la massima proibizione, cioè la descrizione del principio divino che ha costruito questa enorme architettura, architettura che fino a questo momento è descritta nei suoi tre regni. Non è un caso che all’inizio dell’ultimo canto del Paradiso, nelle parole di San Bernardo di Chiaravalle ci sia un’invocazione alla Vergine, alla Madonna che è l’equivalente delle invocazioni agli dèi che aprivano i canti dei poemi classici. È un momento di particolare difficoltà retorica e linguistica. Si inizia il percorso con un’invocazione al principio divino. Una volta conclusa la celebre preghiera a Maria da parte di Bernardo: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura”, è Dante stesso che prende la parola e il suo prendere la parola per l’ultima volta, come nei canti dell’Inferno e soprattutto del Purgatorio, si ricollega all’esperienza della vista: vista dell’immagine e traduzione verbale dell’immagine stessa sono il regno della sperimentazione, dell’avventura linguistica di Dante.

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.

È il regno del Paradiso, regno in cui tutte le dinamiche sono collegate alla luce. In realtà la luce la fa da padrone in tutta la Commedia. Le avventure della luce sono una delle guide costanti della poesia di Dante nella Commedia, ma nel paradiso le gradazioni di luce e le direzioni dell’illuminazione sono la linea portante, la linea decisiva.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Ciò che il viandante vede non può essere il significato “per verba”: il “vedere” è maggiore di ciò che può il “parlare” e a sua volta l’aver visto non può essere immagazzinato dalla memoria perché la grandezza della visione è eccedente i limiti della memoria umana. L’oltraggio, parola di derivazione francese, è il momento in cui si va al di là del dicibile, dell’esperibile.

Qual è colui che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal sono io, ché quasi tutta cessa
mia visione, e ancora mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Anche all’inizio dell’Inferno, Dante si raffigura come colui che sta uscendo da un sogno. Ancora una volta il sogno è la cornice che rende possibile le parole che seguono; quelle immagini restano fisse nella memoria come “distillata al cuore”: qui ci ricordiamo delle metafore di gelo e scioglimento che avevano dominato il XXX canto del Purgatorio con l’apparizione di Beatrice.

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

Qui troviamo il riferimento a un passo dell’Eneide in cui Virgilio allude alle profezie della Sibilla Cumana, alle oscure e vitali profezie della Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi
dà concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’ì sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’ì giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

L’immaginazione divina sorpassa i limiti stessi della capacità dell’uomo di percepire, oltre che di immagazzinare nella memoria, e poi di significare verbalmente. Qui davvero ciò che fa l’uomo “l’uomo” giunge al suo limite estremo.

Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

L’immagine di Dio è l’insieme delle immagini del mondo, le immagini di tutto ciò che nell’universo si “squaderna”, si dissemina, si sparpaglia. Tutto si confla, tutto torna in un’unione unica, in un’unica immagine, in una sorta di Aleph universale: le parole che cercano di tenere dietro a questa immagine di unità sono appena un’ombra pallidissima di ciò che realmente Dante ha visto.

La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa,
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

È tale la distanza dalla visione, dal punto microscopico, ma universalmente ampio in cui l’universo si è concentrato nell’immagine divina, che è talmente distante la sua memoria da questa immagine come se fosse distante venticinque secoli dall’antica impresa degli Argonauti nella memoria dei poeti che l’hanno narrata. 

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

Dante ci ricorda costantemente che è nell’ordine della visione, della vista che quest’ultimo episodio della Commedia si concentra.

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Ancora una volta è un’immagine infantile, come quella nel XXX canto del Purgatorio, a cui Dante ricorre per esprimere il senso di inadeguatezza, di piccole proporzioni delle sue forze, delle sue energie di fronte al compito che sta affrontando.

Non perché più ch'un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era davante;

ma per la vista che s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom'io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Sono “tre giri”, tre cerchi di tre colori diversi: nell’immagine divina si rispecchia l’immagine dei tre reami, delle tre cantiche della Commedia. Come si rispecchiano l’uno nell’altro? Come i colori nell’arcobaleno, “come iri da iri”, con l’immagine dell’iride, della composizione di tutti i colori.

Oh quanto è corto il dire e come fioco [Il termine era stato riferito a Virgilio quando appare nel I canto dell’Inferno]
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer "poco".

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Come la Vergine madre di suo figlio, così la luce di Dio comprende se stessa ed è l’unica che possa acquisire la visione di se stessa.

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond'elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

Gli studiosi di geometria di tutti i secoli dei secoli hanno tentato di ridurre l’immagine a un’unica composizione circolare, immagine che alla fine si sigla circolarmente così come circolarmente si conclude il percorso nella Commedia; in realtà questo non è possibile nella poesia e nella scrittura; quella estrema impossibilità colpisce Dante così come nel I canto dell’Inferno l’aveva colpito il terrore per il viaggio che stava intraprendendo.

A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

Come le altre cantiche, anche il Paradiso si chiude sulle immagini delle stelle, ma si chiude anche con l’immagine di Dante che viene avvolto nella stessa immagine che sta guardando: chi guarda viene coinvolto nell’immagine che guarda. È l’ennesima immagine di specchio, ma soprattutto l’immagine di un cerchio che ruota e intorno al cerchio anche colui che lo sta contemplando, ovvero Dante, si muove circolarmente nell’eternità della sua estrema opera poetica. 

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