Grandi Idilli

"Le ricordanze": testo e parafrasi

A cura di Luca Ghirimoldi , Alessandro Cane

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Parafrasi

Analisi

Le ricordanze vengono composte nella natìa Recanati tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre del 1829 (dal 26 agosto al 12 settembre, secondo le testimonianze). Il canto compare poi per la prima volta nell’edizioni Piatti (Firenze, 1831) dei CantiLe ricordanze svilluppano un tema caro a Leopardi, quello del confronto tra passato e presente, paragonando malinconicamente le illusioni della giovinezza (assai simili a quelle de La sera del dì di festa o di A Silvia) e l'amara disillusione attuale.

Metro: Canzone di sette strofe libere in endecasillabi sciolti.

Vaghe stelle dell’Orsa 1, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
e in su l’aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
lá nella selva 2; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri 3,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo 4 al viver mio!
ignaro del mio fato, e quante volte
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.

Né mi diceva il cor che l’età verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio 5, intra una gente
zotica, vil, cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo
son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
per invidia non giá, che non mi tiene
maggior di sé, ma perché tale estima
ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
a persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
tra lo stuol de’ malevoli divengo:
qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
e sprezzator degli uomini mi rendo,
per la greggia c’ho appresso: e intanto vola
il caro tempo giovanil, piú caro
che la fama e l’allor, piú che la pura
luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
senza un diletto, inutilmente, in questo
soggiorno disumano, intra gli affanni,
o dell’arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell’ora
dalla torre del borgo. Era conforto
questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
quando fanciullo, nella buia stanza,
per assidui terrori io vigilava,
sospirando il mattin. Qui non è cosa
ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
non torni, e un dolce rimembrar non sorga 6;
dolce per sé; ma con dolor sottentra
il pensier del presente, un van desio
del passato, ancor tristo, e il dire: - Io fui 7. -
Quella loggia colà, volta agli estremi
raggi del dí; queste dipinte mura 8,
quei figurati armenti, e il sol che nasce
su romita campagna, agli ozi miei
porser mille diletti allor che al fianco
m’era, parlando, il mio possente errore 9
sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
al chiaror delle nevi, intorno a queste
ampie finestre sibilando il vento,
rimbombaro i sollazzi e le festose
mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
mistero delle cose a noi si mostra
pien di dolcezza; indelibata 10, intera
il garzoncel, come inesperto amante,
la sua vita ingannevole vagheggia,
e celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze 11ameni inganni
della mia prima età! sempre, parlando,
ritorno a voi; ché, per andar di tempo,
per variar d’affetti e di pensieri,
obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
son la gloria e l’onor; diletti e beni
mero desio; non ha la vita un frutto,
inutile miseria. E sebben voti
son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
il mio stato mortal, poco mi toglie
la fortuna, ben veggo. Ahi! ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio sí vile
e sí dolente, e che la morte è quello
che di cotanta speme oggi m’avanza. 12;
sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
sarammi allato, e sarà giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggirà l’avvenir; di voi per certo
risovverrammi; e quell’imago ancora
sospirar mi farà, farammi acerbo
l’esser vissuto indarno, e la dolcezza
del dì fatal tempererà d’affanno 13.

E già nel primo giovanil tumulto
di contenti, d’angosce e di desio 14,
morte chiamai piú volte, e lungamente
mi sedetti colà su la fontana 15
pensoso di cessar dentro quell’acque
la speme e il dolor mio 16. Poscia, per cieco
malor, condotto della vita in forse,
piansi la bella giovanezza, e il fiore
de’ miei poveri dì, che sì per tempo
cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
sul conscio letto, dolorosamente
alla fioca lucerna poetando,
lamentai co’ silenzi e con la notte
il fuggitivo spirto, ed a me stesso
in sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
o primo entrar di giovinezza, o giorni
vezzosi, inenarrabili, allor quando
al rapito mortal primieramente
sorridon le donzelle 17; a gara intorno
ogni cosa sorride; invidia tace,
non desta ancora ovver benigna; e quasi
(inusitata maraviglia!) il mondo
la destra soccorrevole gli porge,
scusa gli errori suoi, festeggia il novo
suo venir nella vita, ed inchinando
mostra che per signor l’accolga e chiami 18?
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
son dileguati. E qual mortale ignaro
di sventura esser può, se a lui già scorsa
quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
se giovanezza, ahi giovanezza! è spenta?

O Nerina 19! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita 20,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Piú non ti vede
questa terra natal: quella finestra,
ond’eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che più non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno,
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi è sortito,
e l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti, e come un sogno
fu la tua vita. Ivi danzando, in fronte
la gioia ti splendea, splendea negli occhi
quel confidente immaginar, quel lume
di gioventù, quando spegneali il fato,
e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
l’antico amor. Se a feste anco talvolta,
se a radunanze io movo, infra me stesso
dico: - O Nerina, a radunanze, a feste
tu non ti acconci più, tu più non movi. -
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
van gli amanti recando alle fanciulle,
dico: - Nerina mia, per te non torna
primavera giammai, non torna amore. -
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,
dico: - Nerina or piú non gode; i campi,
l’aria non mira. - Ahi! tu passasti, eterno
sospiro mio: passasti: e fia compagna
d’ogni mio vago immaginar, di tutti
i miei teneri sensi, i tristi e cari
moti del cor, la rimembranza acerba.

O mirabili stelle dell’Orsa, io non pensavo proprio
che, come una volta, sarei tornato a contemplarvi
splendenti sul giardino di casa mia,
e che sarei tornato a disquisire con voi
dalle finestre della casa dove vissi da fanciullo
e dove vidi la fine della mia felicità.
Un tempo, quante immagini e quante illusioni
mi creò nella mente il vostro aspetto e le stelle
vicine a voi! quando, silenzioso,
seduto in mezzo a un prato verde,
io ero solito passare gran parte delle mie serate
contemplando il cielo, e porgendo orecchio
al canto della rana lontana nei campi!
E la lucciola gironzolava presso le siepi
e per le aiuole, mentre i viali profumati
sussurravano al vento, e i cipressi odoravano
là nel boschetto; e sotto al tetto di casa
risuonavano voci diverse, e si udivano i rumori
del lavoro sereno dei servi. E quali pensieri
sopraffini, che sogni lieti mi ispirò la vista
del mare lontano, dei monti azzurri nell’orizzonte
che vedo di qua, e che io mi illudevo di valicare
un giorno, inventando mondi misteriosi
una mitica felicità per la mia vita!
Non consapevole del mio destino, e di quante
volte avrei cambiato con la morte
questa mia vita di dolore e di vuoto.

Né il cuore mi confidava che sarei stato
condannato a spendere la mia giovinezza
in questo paesucolo selvaggio, in mezzo
a zotici e villani, per cui istruzione e conoscenza
sono parole senza senso e spesso argomento
di risa e divertimento; gente che mi odia
e mi scansa non certo per invidia, che non
mi stima meglio di lei, ma perché pensa che
io sia altezzoso nel mio intimo, anche se io
non do mai segno a nessuno di questo al di fuori.
Qui trascorro la mia vita, solo, dimenticato,
senza donna e senza traccia di vita; e, in mezzo
a chi mi vuol male, divento cattivo per forza:
qui perdo la mia pietà e le mie virtù,
e divento un misantropo, a causa
del gregge umano che mi circonda; e intanto
fugge l’amata stagione giovanile, che mi è più
caro che la fama letteraria e la gloria poetica,
più che la luce del giorno, e il respirare: mi sfuggi
inutilmente, senza un piacere di ricompensa
in questo borgo disumano, in mezzo alle ansie,
o unico fiore della mia vita desertificata.

Giunge il vento portando il suono della campana
dalla torre di Recanati. Questo suono mi era
di conforto, mi fa tornare in mente quando,
durante le mie notte da fanciullo, nella stanza buia
io restavo sveglio per continui sobbalzi di terrore,
sperando che arrivasse il mattino. Qui non c’è
nulla che io non veda o senta per cui non mi nasca
un ricordo nell’animo, e un ricordo nella mente;
dolce per sé; ma subentra con dolore il pensiero
del presente, un inutile rimpianto del passato,
benché triste, e l’ammettere: “Io sono stato”.
Quella rocca laggiù, rivolta ai raggi
del tramonto; queste mura colorate a tempera,
quelle greggi dipinte, e il sole che si alza
su una campagna sperdutaoffrirono ai miei ozi
mille allettamenti, mentre c’era sempre al mio fianco,
ovunque io fossi, e parlava,
la mia grande illusione. In questi antichi saloni,
durante l’inverno, mentre il vento sibilava
intorno a queste grandi finestrone,
rimbombarono i rumori di festa e la mia voce allegra
nell’età in cui l’acerba e spregevole
realtà delle cose si mostra a noi come
piena di dolcezza; il ragazzino, come un amante
inesperto, si immagina tutta la sua vita, non ancora
assaporata e che poi si rivelerà traditrice, e
contempla, creandosela da sé, una bellezza celeste.

O speranze, speranze; dilettevoli inganni
della mia giovinezza! sempre ritorno a voi,
parlando; poiché, per quanto passi il tempo
o per quanto mutino pensieri e affetti,
non riesco a dimenticarvi. Mi spiego: la gloria
e gli onori sono fantasmi, i piaceri e le ricchezze
un puro desiderio; la vita, inutile miseria, non
ha alcun frutto. E sebbene i miei anni siano
vuoti, sebbene la mia condizione di vita sia
misera e sventurata, mi accorgo che la sorte
poco mi sottrae. Ahi! Ma ogni volta che
ripenso a voi, o mie illusioni giovanili,
e a quel mio amato fantasticare adolescenziale;
e allora riconsidero la mia vita così ignobile
e così sofferente, e penso che, di tante speranza
che avevo, oggi mi resta solo la morte;
sento stringermi il cuore, capisco che non so
consolarmi del tutto del mio destino.
E tuttavia quando l’invocata fine della vita
mi sarà a fianco, e sarà giunto il capolinea della
mia sciagure; e quando la terra sarà per me
una landa straniera, e quando dai miei occhi
fuggirà la luce del futuro; di certo
mi ricorderò di voi; e il ricordo di quell’emozione
mi farà sospirare, e mi renderà tristissimo
l’aver vissuto senza uno scopo, e la dolcezza
del momento fatal si colorerà d’affanno.

E già nel momento della prima, giovanile
agitazione di gioie, angosce e desideri,
io invocai la morte più volte, e a lungo stetti seduto
là, presso una vasca del giardino,
ragionando sul far terminare la mia speranza
e il mio dolore annegandomi. Poi, per un male
misterioso, condotto quasi in punto di morte,
lamentai la perdita della bella giovinezza, e il fiore
dei miei giorni sfortunati, che così precocemente
sfioriva: e sovente a notte fonda, mentr’ero
a letto del tutto sveglio, poetando dolorosamente
in una fioca luce di lampada, mi rammaricavo
della vita che fuggiva con i silenzi
e con la notte, e nella mia agonia 
intonavo a me stesso un canto funebre.

O primo ingresso nella giovinezza, o giorni felici,
indescrivibili, quando all’uomo stupefatto
per la prima volta sorridono le fanciulle,
chi può ricordarvi senza un sospiro? Intorno
ogni cosa ride a gara tra sé e le altre; l’invidia
è silenziosa, non è sveglia
oppure è benevola, e quasi (evento davvero rarissimo!)
il mondo porge il proprio aiuto
soccorrevole al giovane,
perdona i suoi errori, festeggia la sua prima
entrata nella vita, e con un inchino
indica di riconoscerlo come proprio signore.
Giorni che fuggono in un attimo! Si son dileguati
come un lampo. E quale uomo mortale può essere
ignaro della sventura, se per lui è già trascorsa
la bella stagione della vita, se il suo buon tempo di
giovinezza (ahi, la giovinezza!) è spento?

O Nerina! Forse che non sento questi luoghi
parlare di te? Sei forse cancellata
dal mio ricordo? Dove sei andata,
o dolcezza mia, che qui ormai trovo solo
il ricordo di te? La terra dove sei nata
non ti vede più: la finestra, da cui
eri solita colloquiare con me, e da cui riluce
triste il raggio delle stelle,
è vuota. Dove sei, che non sento più
risuonar la tua voce, come una volta,
quando ogni sillaba che le tue labbra pronunciavano
e che giungesse a me era solita farmi scolorare
il volto? Era un altro mondo. Furono
i tuoi giorni, mio dolce amore. Sei morta. Oggi
tocca ad altri il transito sulla terra,
ed abitare questi colli che spargono profumi.
Ma sei passata rapida, e la tua vita
fu come un sogno. Qui, mentre danzavi, la gioia
ti splendeva sulla fronte, e negli occhi riluceva
quella speranza fiduciosa, quella luminosità
della gioventù, quando la spense il destino,
e tu giacevi morta. Ahi Nerina! Nel mio cuore
regna ancora l’antico amore. Se talvolta mi reco
a feste e a luoghi di ritrovo, tra me e me
dico: “O Nerina, tu non ti prepari più
per questi momenti, tu non ti muovi più!”.
Se ritorna maggio, e gli innamorati portano
alle fanciulle rami fioriti e canti,
io dico: “O Nerina mia, per te non torna
la primavera, e nemmeno l’amore”.
Ogni giorno sereno, ogni prato fiorito
ch’io ammiro, ogni piacere che io sento,
dico: “Nerina non prova più queste gioie:
non può vedere i campi e il cielo”. Ahi! tu sei morta,
mio sospiro eterno, sei morta; e l’amaro
ricordo sarà compagno d’ogni mio pensier lieto,
di tutti i miei teneri sentimenti,
dei tristi e cari moti del mio cuore.

1 stelle dell’Orsa: la costellazione dell’Orsa maggiore.

2 là nella selva: il rimando autobiografico è al Monte Tabor di Recanati, sul cui “ermo colle” è “ambientato” anche L’infinito; ne Il passero solitario, invece, è il campanile della chiesa di Sant’Agostino a costituire il punto da cui il poeta sviluppa la propria amara riflessione sull’esistenza.

3 quel lontano mar, quei monti azzurri: i riferimenti geografici sono rispettivamente all’Adriatico e ai monti Appennini, cui Leopardi aggiunge la nota nostalgica del ricordo di un mondo idillico e protetto che ormai è svanito e sopravvive solo nella mente del poeta.

4 arcana felicità fingendo: è il tema, carissimo a Leopardi, delle illusioni, con cui si nutrono, soprattutto nella nostra “età verde” (v. 28) speranze ed aspettative per il futuro, e con cui si crea e si inventa la vita che si vorrebbe vivere. Si ricordi poi l’uso del verbo “fingere ne L’infinito, con il significato di “immaginare con le risorse della fantasia” (L’infinito, v. 7: “io nel pensier mi fingo”).

5 natio borgo selvaggio: espressione divenuta celebre in cui Leopardi condensa l’astio per il paese natale; in una lettera all’amico Francesco Puccinotti del 19 maggio 1829 scriveva: “Non so se mi riconoscerai più: non mi riconosco io stesso, non son più io; la mala salute e la tristezza di questo soggiorno orrendo, mi hanno finito”.

6 Quello della dolcezza della “ricordanza è un tema che Leopardi affronta anche nello Zibaldone (23 luglio 1827).

7 Io fui: la constatazione, icastica e secca, sta a significare che il poeta si accorge che tutte le speranze e le illusioni giovanili, per quanto forti ed appassionate, si sono inaridite dopo la giovinezza a causa di tutte le amare sofferenze cui egli è andato incontro; in tal senso, la loro “ricordanza” non può che essere fonte di nuovo tormento interiore.

8 dipinte mura: Leopardi, circondato dai ricordi del passato, allude qui ai quadri e alle pitture a tempera che ornavano le stanze del “patrio tetto” (v. 17), e cioè del palazzo di Recanati: questi diventano un simbolo esplicito delle proiezioni illusorie della sua gioventù.

9 il mio possente errore: ovvero, quello di credere che le proprie illusioni giovanili di felicità fossero vere e realizzabili.

10 indelibata: l’aggettivo, di sapore alquanto letterario, indica la vita “non ancora gustata” e si inserisce dunque pienamente nella visione del mondo leopardiana, per cui il “garzoncel” (v. 74), ancora inesperto della vita, si trova ancora nella ingannevole (ma piacevolissima) età delle illusioni. Al “garzoncel” che, ignaro della vita le si accosta speranzoso e cedendo spesso alla propria “immaginazione”, sono dedicate anche alcune pagine dello Zibaldone (29 giugno 1822).

11 Nello Zibaldone si precisa: “La somma felicità possibile dell’uomo in questo mondo, è quando egli vive quietamente nel suo stato con una speranza riposata e certa di un avvenire migliore, che per esser certa, e lo stato in cui vive, buono, non lo inquieti e non lo turbi coll’impazienza di goder di questo immaginato bellissimo futuro”.

12 che di cotanta speme oggi m’avanza: esplicito il rimando metaletterario alla canzone petrarchesca Che debb'io far? Che mi consigli, Amor? (Canzoniere, CCLXVIII, 32: “Questo m’avanza di cotanta speme”), già noto a Foscolo nel celebre sonetto In morte del fratello Giovanni, v. 11 (“Questo di tanta speme oggi mi resta”).

13 Leopardi intende che il ricordo delle illusioni giovanili, inaridite dal tempo trascorso senza uno scopo e dalla sofferenze dell’età matura, gli renderanno in parte amaro anche la dolcezza del “dì fatal” della morte, intesa come cessazione del proprio dolore.

14 Sul rapporto tra desideri e angosce, fino alla tentazione del suicidio, Leopardi scrive nella Zibaldone (18 luglio 1823): “Il giovane moltissimo desidera e nulla ha, neppure come distrarre, divertire, ingannare il suo desiderio, e occupare la sua forza vitale, adoperarla, sfogarla. Quindi più giovani suicidi oggidì che fra gli antichi nmonpur giovani solamente, ma giovani e vecchi insieme”.

15 la fontana: si riferisce ad una vasca di villa Leopardi per la raccolta delle acque pluviali, e che anche nello Zibaldone è ricordata come possibile risorsa per un gesto estremo da parte dello scrittore.

16 I due termini, in rapporto ossimorico tra loro, sono inscindibilmente legati per Leopardi: la speranza suscitata dall’apertura alla vita va di pari passo con il “dolor” di chi è consapevole d’essere escluso dalla felicità autentica.

17 Costruzione vv. 119-124: “O primo entrar di giovinezza, o giorni vezzosi, inenarrabili, allor quando le donzelle primieramente sorridono al rapito mortal, chi rimembrar vi può senza sospiri?”. L’apertura della strofe si regge così su questa articolata interrogativa retorica, che prosegue anche nei versi successivi, e che riprende il tema della perdita irrecuperabile delle illusioni giovanili, e dell’acerbità del loro ricordo.

18 mostra che per signor l’accolga e chiami: nel “primo entrar di giovinezza” (v. 120), il mondo non solo sembra offrire un sostegno attivo all’uomo, ma, in un’atmosfera di gioia e felicità, addirittura lo riconosce come proprio signore (“per signor”, v. 130).

19 Nerina: nome poetico dietro cui probabilmente si cela Maria Belardinelli, giovane recanatese morta a ventisette anni nel 1827. Qui, come la Silvia del componimento omonimo, la figura femminile è una trasparente incarnazione della gioventù e della speranza.

20 sei gita: arcaismo per “sei andata”.

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