Il Giorno

"La vergine cuccia" di Parini: parafrasi del testo

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Giuseppe Parini pubblica anonima nel 1765 la seconda parte del Giorno, intitolata il Mezzogiorno, presso la tipografia Galeazzi di Milano. Il racconto, rispetto al Mattino, segue sempre le vicende (e il dolce far nulla) della giornata del “giovin signore”, ora atteso per un sontuoso pranzo presso la residenza della sua dama. Parini, con la sua ironia filtrata dalla cultura classica, stigmatizza le superficiali abitudini sociali dell’aristocrazia lombarda, la noia e l’ipocrisia dei rapporti interpersonali, la meschinità di certi atteggiamenti convenzionalmente accettati da tutti.

L’episodio noto come quello della “vergine cuccia” (ai vv. 510-556) è assai emblematico: mentre un vegetariano spiega le ragioni che lo spingono a non cibarsi di carne, la nobildonna ritorna col ricordo ad un triste episodio occorso alla sua cagnetta. Tempo prima, infatti, un suo servo la colpì violentemente con un calcio dopo aver ricevuto un morso dall’animale; in conseguenza di ciò, il servo venne licenziato e, a causa della cattiva fama che si era costruito, non fu più in grado di trovare lavoro, riducendosi a chiedere l’elemosina.

Metro: endecasillabo sciolto.

Tal ei 1 parla, o Signor: e sorge intanto
al suo pietoso favellar dagli occhi
de la tua Dama dolce lagrimetta
pari a le stille tremule, brillanti
che a la nova stagion gemendo vanno
dai palmiti di Bacco 2 entro commossi
al tiepido spirar de le prim'aure
fecondatrici. Or le sovvien il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna 3,
giovanilmente vezzeggiando, il piede
villan 4 del servo con l’eburneo dente
segnò di lieve nota: ed egli audace
col sacrilego 5 piè lanciolla: e quella
tre volte 6 rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le molli
nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti alzando: aita aita 7
parea dicesse; e da le aurate volte 8
a lei l’impietosita Eco 9 rispose:
e dagl'infimi chiostri i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitàro 10. Accorse ognuno: il volto
fu d’essenze spruzzato a la tua Dama;
ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore
l'agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo; e con languida voce
chiamò tre volte 11 la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le Grazie alunna.
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d'arcani uficj 12: in van per lui
fu pregato e promesso 13; ei nudo andonne
dell’assisa spogliato ond’era un giorno
venerabile al vulgo. In van novello
Signor sperò; ché le pietose dame
inorridìro 14, e del misfatto atroce
odiàr l'autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda 15
consorte a lato su la via spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia, idol 16 placato
da le vittime umane, isti superba.

Così egli parla, o Signore: e durante
questo compassionevole discorso nascono
dagli occhi della tua dama delle lacrime
che sembrano gocce di linfa splendenti,
che in primavera escono dai tralci di vite
rinati al loro interno per le brezze tiepide
del primo vento primaverile carico di
fecondità. Ora [la donna] si ricorda del giorno,
oh giorno crudele! in cui la sua bella
cagnetta educata dalle Grazie,
giocando come un cucciolo, il piede
del servo villano con il dente d’avorio
morsicò leggermente: e lui, sprezzante,
le diede un calcio con il piede sacrilego: e lei
rotolò per tre volte; tre volte le si scompigliò
il pelo, il naso umido e delicato respirò
la polvere secca della terra.
Quindi mettendosi a guaire, sembrava
dicesse ‘Aiuto’; e dai soffitti dorati
rispose a lei Eco impietosita:
e dalle stanze più basse i servi preoccupati
salirono; e dalle stanze dei piani superiori
le damigelle pallide e spaventate accorsero.
Arrivarono tutti: il viso della tua Dama
fu spruzzato con alcune essenze;
e si riprese alla fine: era scossa da
ira e da dolore; gettò degli sguardi fulminei
al servo; e con voce flebile
chiamò ben tre volte la cagnolina: questa
le corse incontro; a suo modo sembrò
che le chiedesse vendetta; e tu avesti la tua
vendetta, cagnetta alunna delle Grazie.
Il servo empio tremò; e con gli occhi rivolti a
terra ascoltò il suo licenziamento. Non gli
valse aver lavorato vent’anni, non gli valse
il rigore alla segretezza; invano lui
pregò e chiese perdono; se ne andò nudo
spogliato dalla livrea che era un simbolo
di distinzione dal volgo. Invano cercò un altro
posto di lavoro; e le damigelle pietose
inorridirono, ed odiarono l’autore dell’atroce
misfatto. Il misero si accasciò con i figli tristi,
e con la moglie ormai vestita di stracci
al suo fianco, sulla via chiedendo inutilmente
l’elemosina ai passanti:
e tu piccola cagnolina, divinità placata
da un sacrificio umano, camminasti superba.

1 Ei: Il soggetto del verso (“ei”, con scelta volutamente arcaica del pronome) si riferisce vegetariano che, a tavola, ha appena concluso il discorso precedente.

2 palmiti di Bacco: latinismo per indicare i tralci della vite, attraverso il rimando mitologico a Bacco, dio del vino.

3 vergine cuccia delle Grazie alunna: la formula riprende l’epiteto di Omero “di Zeus alunni”, in chiara ottica ironica.

4 villan: il termine “villano” vuole indicare la mancanza di cortesia e di educazione del servo, sottolineandone la provenienza dalle campagne e la rozzezza dei modi in opposizione alle persone cortesie nobili radunate in quel momento nella sala.

5 sacrilego: il piede è sacrilego in quanto il servo ha osato dare un calcio alla cagnolina, allieva delle Grazie stesse. Ovviamente Parini gioca in maniera ironica, nel racconto dell’episodio, con un’attenta ed oculata scelta dell’aggettivazione: in questo caso “sacrilego”, termine che indica la violazione o la profanazione degli oggetti sacri, è riferito ad un contesto che non gli appartiene, quale quello della sacralità della cagnetta di una nobile.

6 tre volte: questa immagine, ripresa anche al verso 538, ha un chiaro intento parodico, per sottolineare l’enfasi patetica con cui la “vergine cuccia” subisce il calcio del servo. Il sarcasmo dell’autore si comprende ancor meglio se si nota che, dietro questa espressione, c’è un esplicito riferimento ai grandi scrittori della tradizione letteraria. Si va da Virgilio (Eneide, VI, 700-702: “Ter conatus [est] ibi collo dare bracchia circum, | ter frustra comprensa manus effugit imago”) alla Commedia di Dante (Purgatorio, II, v. 80: “Tre volte dietro a lei le mani avvinsi”), fino alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (canto XII, v. 57: “Tre volte il cavalier la donna stringe”).

7 aita aita: onomatopea per indicare il suono del guaito della cagnetta, ma utilizzando al tempo stesso un arcaismo tipico della tradizione letteraria (sempre in funzione antifrastica).

8 aurate volte: i soffitti delle stanze del palazzo che sono fregiate da decori dorati.

9 Eco: si tratta di un’altra presenza mitologica che accentua la componente satirica del testo; Eco era la ninfa che, per punizione di Era, moglie di Zeus, era condannata a ripetere solo le ultime parole che udiva. Innamoratasi di Narciso, si lasciò morire di fame quando egli la abbandonò.

10 precipitaro: questo verbo è una forma arcaica di passato remoto di “precipitare”.

11 tre volte: ripresa, sempre parodica, dell’espressione letteraria già usata al v. 524.

12 zelo d’arcani uficj: Parini spiega che al povero servo non servì, per mantenere il proprio lavoro, nemmeno la scrupolosità e la riservatezza al servizio della nobildonna.

13 per lui fu pregato e promesso: si può intendere sia come “da parte del servo ci furono preghiere e promesse [di non ripetere il gesto]” sia come “si pregò e si fecero promesso in favore del servo”.

14 inorridiro: questo verbo è un’altra forma arcaica di passato remoto, come “precipitàro” al v. 533.

15 nuda: la moglie è “nuda” così come il marito è stato spogliato della livrea, del lavoro e della dignità; l’episiodio satirico della “vergine cuccia” si chiude cioè su un tono tragico, che ricorda la sciagura che il licenziamento ha rappresentato per il servo.

16 idol: la componente mitologica, che in tutto il testo ha un rilievo ironico ed antifrastico (“palmiti di Bacco”, v. 515; “de le Grazie alunna”, v. 519; “l’eburneo dente”, v. 521; “aita aita”, v. 527), vien qui portata ad iperbole, cioè alla massima esagerazione possibile: la cagnetta diventa addirittura una divinità soddisfatta da un sacrificio umano, che ne ha placato l’ira.

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